Storie di follia

 

di Claudia Giovannelli

 

Sessantanove anni, schizofrenica come tanti, figlio schizofrenico e altri parenti simili dispersi nella geografia e nel tempo… 

Jole gira intorno al tavolo in cucina aspettando il suo Angelo.

Non riesco a immaginare come trascorra quei  buchi  tra il pranzo e la cena, tra una scatoletta  di carne e la minestrina della sera. E' il delirio a riempire.

Talvolta meglio una stortura che il vuoto... Il sintomo non si elimina interpretandolo o negandolo con lo Zyprexa e le altre molecole, ma con l'adattamento....e a forza di abituarsi non lo si riconosce più perchè si fa fatica a distinguere una realtà senza deliri da una piena. Lo stato di alterazione si sperimenta sempre in contrasto con un precedente stato non alterato che rimanda a un "altrove" "altravolta" "altrimenti" lontano e dimenticato. Jole si è adattata tanto da nascondere voci imperative e odori fantasma, talvolta le sfuggono frasi dirette a terze persone o racconti improbabili e noi infermieri dobbiamo saper cogliere uno stato alterato che è prassi e  ormai innocua consuetudine.

Il frigo – unico elettrodomestico della casa - è vuoto... o pieno di cose incongrue per un frigo, legumi secchi, bustine di tè, scatolette, aglio, uova scadute. Acqua di rubinetto. Si litiga spesso per quelle uova.

Jole è nell’insieme una persona mite, sembra un gatto argentato dagli occhi di vetro. Ipovedente, magra, ostinata, storta, mano destra tremante. Fiori di legno in un vaso trasparente.

La sua casa, lontana dal centro abitato, ha un piccolo terreno dove in questo periodo l’erba si fa gialla e scricchiola e arriva alla vita e bisogna alzare le ginocchia per attraversare il campo quando per distrazione imbocchiamo per il secondo cancello dove nessuno passa.

Jole somiglia al Mazzarò di Verga, ha trascorso tutta la vita ad accumulare denaro, tanto da diventar ricca, ma nessuno lo sa.  La casa è fredda d'inverno e fredda d'estate. Non accende la luce che a buio avanzato, poi si va a dormire. Non spreca niente, non un termosifone, non cataste di legna per l'inverno, non ha lavatrice, non compra il pesce e ai fagioli in scatola preferisce quelli secchi perché costano  meno.

Ma Jole è ricca e ora che lo abbiamo scoperto teniamo meno compassione di prima, ma i soldi servono per "quanno revè Angelo", il figlio che vive in una Comunità Terapeutica lontana. Lo aspetta ogni giorno girando intorno al tavolo della cucina.

Il tentativo di renderle una vita più dignitosa e giornate più all'insegna dei nostri valori è vano. Un televisore, una radiolina o una sdraio per il sole. Predilige l’immobilità e il buio della cucina, rimanda ogni proposta dicendo: - “quanno revè Angelo”, che non vuole saperne di tornare da lei ora che ha scoperto altre cose intorno.

Noi infermieri andiamo a domicilio due volte a settimana. Le prepariamo la terapia che non riesce a gestire per via della cecità. Il foglietto con la posologia è gigante, ha caratteri cubitali perché vorremmo renderla autonoma  nella somministrazione, ma Jole, a volte, sembra far finta di non vedere, piange nella voce, ha paura di perderci o di perdere questo servizio a domicilio che le viene offerto senza pagare e allora gestisce così la nostra presenza e quella che chiamiamo burocraticamente riabilitazione. A volte le carezzo una guancia. Ride timidamente piegando la testa di lato. Questa è la sua massima espressione affettiva. Sembra avere sabbia nel cuore e deserto in tutti i suoi legami affettivi. L'unica eccezione la fa per il figlio che non vuole vederla.

... Da tempo è forte la tentazione di far parlare la follia. I volti entrano sulla scena come espressioni concrete di quelle forme astratte in cui è possibile rappresentare la follia.

"Let me dream"  di Daniele Cascone

sito: www.danielecascone.com

 

A Mia Madre

mia madre è morta...

mi è dispiaciuto tanto

l'ho pensata per un pò di tempo

e dopo l'ho dimenticata...

mi andava di dimenticarla per non soffrire

no... non la voglio salutare

perchè mi assillava sempre

ogni attimo di orologio...

ma mi manca tanto.

 

Angelo

Una sfilza di bicchieri con dentro le pillole, ogni fila quattro bicchieri, mattina, pranzo, pomeriggio e sera. Quattro file per quattro giorni che Jole meticolosamente ci fa ritrovare nella stessa posizione con i bicchieri capovolti. Rigiriamo di nuovo, riempiamo e allineiamo i bicchieri. Quattro per quattro. Dice che tutte quelle file la confondono, ne vorrebbe una sola ma noi siamo pochi in turno e non possiamo andare tutti i giorni. Ci sono comunque le assistenti domiciliari. Una al giorno per un’ora, ma un’ora mette fretta.

Come ogni venerdì ci rechiamo a casa. Vogliamo portarla in farmacia per misurarle la glicemia e il peso. E’ digiuna.

All'andata si chiacchiera molto, Paola riesce sempre a distrarmi e non accorgendomi del primo imbocco entriamo nel secondo, dove l’erba ci fa sentire per un attimo rampanti eroi allo sbaraglio. Alzeremo le ginocchia anche stavolta bofonchiando per la sua tirchieria di non pagare un giardiniere.

Suoniamo, ma il cancello è stranamente aperto. Di solito Jole è molto attenta a richiuderlo. Ha paura che i ladri le rubino il lucchetto. Jole non ci risponde. Attraversiamo la landa, il marciapiede, il muretto, la finestra è stranamente aperta. Jole non apre. Sarà a fare spese con l’assistente domiciliare... no, la finestra è aperta non può essere. Dopo un breve confronto, rifiuto la proposta di Paola di scavalcare la finestra per riempire i bicchieri di pasticche. Jole ha una sua dignità non possiamo invadere il suo spazio per nostra comodità. Dovranno tornare nel pomeriggio i colleghi.

Mentre ci alziamo le gonne per l’attraversata di ritorno, Jole si affaccia dalla cucina. Sembra un fantasma. Strana, obliqua più che mai a sinistra, macchia marrone tra le gambe del pantalone rosso. Rientra dentro silenziosa e la seguiamo. In cucina un tanfo ci assale. Lei ha una postura piuttosto insolita, tiene la testa inclinata in avanti. Risponde, ci riconosce ma sembra piuttosto confusa. Dice di avere solo la diarrea dalla sera prima. Guardo Paola, perplesse ci guardiamo …. è indubbiamente strana, non c’è niente da fare. Sembra un TIA. Portiamola al pronto soccorso - le dico sottovoce. No chiamiamo il 118, più sicuro - dice lei. Jole vorrebbe riportare tutto alla normalità, fa finta di niente, vuole stare a casa sua. Ho solo la diarrea - dice nella sua obliquità.

Nel frattempo la PA è 100/50 a volte più bassa. Il lungo corridoio è una pista tracciata con feci liquide sparse dal passaggio di piedi, non è riuscita a trattenerle per tutta la notte. Il letto è sporco, i suoi vestiti sporchi, il bagno è sporco, sembra che anche l’aria sia di terra. Senza guanti la spogliamo, i calzini sono duri come la corteccia di un pino. Lo scuro inganna lo sporco che si è assorbito nella lana infeltrita. Dentro troviamo due piedi bianchi di pelle squamosa che appena fuori sembrano respirare. Riesce a lavarsi da sola quanto basta per riprendere un colorito decente ma continua a perdere feci e sporcare di nuovo tutto. La laviamo noi. L'assistente non arriva che tra un ora e per noi, lì in casa, non c'è luogo pulito per lavarci. Iole ha imbrattato ogni cosa, usiamo il detersivo per i piatti per pulire l'idea della cacca sotto le unghie.

Intanto ecco l’ambulanza che riesce a trovare l’ingresso del secondo cancello, dopo ampi sventolamenti di braccia.

La glicemia non è rilevabile perchè alta. Dolori addominali. Segni neurologici leggermente positivi a sinistra. Si decide per il ricovero in Clinica, unica struttura ospedaliera del paese. L’unico inconveniente - dice il medico donna - è il Direttore Sanitario che ostacola il ricovero dei pazienti psichiatrici, come se questi non abbiano il diritto di ammalarsi come gli altri di una malattia che non sia mentale.

I requisiti al ricovero ci sono e il medico sorvola sulle resistenze del Direttore. Jole non darà problemi, ne siamo sicuri, Jole è mite come un gatto argentato.

Intanto, mentre tutti ce ne stiamo andando, arriva l’assistente che però non può rimanere in casa sola e quindi non può mettere dentro un secchio tutta quella puzza.

Si crea il problema. Immagino la casa un brulicare di vermi e la puzza nel buio penetrare in ogni angolo assorbente. Già un’altra volta era accaduto che alla dimissione da un lungo ricovero psichiatrico, il frigorifero, non svuotato, si era riempito di vermi e di muffa. Una cosa verde come un cancro gigante sostava su un piatto, inimmaginabile all'origine.

Paola dice di andarcene via e che il nostro compito finisce lì. Semmai raggiungiamo Jole al PS e parliamo col medico della terapia e di altre cose più pulite. Deve far pipì e li è impossibile. Io penso ai vermi e alla puzza che avrebbe dovuto ristagnare a tempo illimitato e penso a quell'errore acuminato sulla mia coscienza. Rimango io - le dico. Allora rimaniamo insieme - mi fa capire. Mentre l’assistente pulisce noi prepariamo il bustone di plastica con la biancheria e gli effetti personali per la degenza i ospedale. Scegliamo gli indumenti cercando di accostare i colori e le fantasie. Fiori con i fiori, righe con le righe. Montagne di panni ben piegati ovunque, in ogni camera. Ha cose molto colorate, forse perchè i colori li vede meglio. Riusciamo a trovare solo mutande da uomo, quelle del figlio che sono anche le sue. Per la prima volta entriamo nella sua vita, dettagli dimenticati dalla vecchiaia, entriamo negli angoli degli armadi, nella credenza. Tra i viveri e i vestiti Jole ci sembra più una persona e meno una paziente. Nel cassetto conserva un centinaio di gettoni telefonici, quelli con le scanalature centrali che non si usano più.

Sulla parete c’è una foto del matrimonio come a testimoniare una regolarità dell'esistenza. Bella, guance rosee, marito, un altare. Forse una vita normale. Ci rendiamo conto di non conoscere la sua storia ma solo un tratto di vita. Iole inizia ad esistere dal momento in cui i deliri si fanno sentire con fastidio e la sua vita vira ai margini tra la decenza e l'indecenza. Il passato rimane per noi un fatto poco importante per gli obiettivi terapeutici a breve o lunga scadenza. Siamo proiettati al futuro e Iole non ci parla mai di sè com'era. Per noi è sempre stata single, il figlio era il marito, dormivano nello stesso letto prima del ricovero in Comunità in un invischiamento di ruoli. Oggi tutta la prospettiva di vita è racchiusa nel suo:  “quanno revè Angelo”.  Il nostro interesse, invece, si ferma alla conformità del piano terapeutico, ogni ulteriore problema si rimanda alla discussione di equipe.  Le nostre attenzioni non vanno oltre il quotidiano, se ha dormito, se ha pensieri deliranti, tono dell'umore, cosa mangerà a pranzo, se ha la spesa, se ha uova marce in frigo, a che ora arriva l’assistente e come ti senti oggi. Un quarto d’ora e via. Sempre uguale a volte meno. Tutto il resto è spreco.

Jole deve andare in bagno, non ce la fa più. Al PS tutto è a rilento, nel deflussore la goccia si è pietrificata. Gli occhi di vetro hanno un'espressione di paura e riconoscenza.

Niente padella per ora. Coprono la macchia con un lenzuolo duro e scricchiolante.

L'ultima carezza sono riuscita a dargliela ieri, dopo che è entrata in uno stato di coma. La sabbia ha riempito tutto il suo corpo e le è arrivata fino agli occhi. Infarto intestinale. Jole muore dopo una settimana dal ricovero. E' accaduto questa notte alle 4. 

Si scopre una donna miliardaria: tre case, terreni e vari conti postali. Dentro casa  una somma elevatissima di soldi liquidi. Accorrono per la sua morte un figlio da interdire e due fratelli in cerca di fortuna. I soldi vengono confiscati dalle forze dell'ordine prima dell'arrivo degli sciacalli.

Niente vestito per il funerale, niente cerimonie per Jole.

 

Pubblicato su InfermieriOnline il 30 maggio 2003

Aggiornato di immagine e revisionato il 21.11.2005