Nella pratica quotidiana le disparità d’intervento sono
molto evidenti a seconda delle situazioni che ci
troviamo ad affrontare; soprattutto se si pensa alle disomogeneità d’intervento
nella prevenzione e trattamento delle lesioni da decubito (l.d.d.)
che portano, molte volte, a risultati disattesi e perciò deludenti.
In Italia il fenomeno l.d.d.
è stato per la prima volta trattato in maniera univoca
e multidisciplinare (come dovrebbe essere per una
qualsiasi patologia cronica), dall’AISLeC (Associazione Infermieristica Studio
Lesioni Cutanee), nata nel 1995 e composta da Infermieri Professionali, cui si
sono aggiunti, dal 1998, altri professionisti sanitari, tra cui anche i medici.
Tale associazione, attraverso tre studi
epidemiologici multicentrici, condotti soprattutto in strutture sanitarie del Centro
– Nord, ha consentito di stimare in 500.000 circa i pazienti che ogni anno sono
colpiti da l.d.d. e altrettanti affetti da ulcere
croniche degli arti inferiori. Sicuramente tali dati sono sottostimati
(impossibile stimare i pazienti domiciliari, in trattamento ambulatoriale,
ecc.), ma sono bastati al Ministero della Sanità nel ’99 per riconoscere il
problema e inserirlo nel Piano Sanitario Nazionale.
E’ bene qui ricordare che le responsabilità, nelle
classiche forme tripartite (penale, amministrativa e disciplinare), per la
prevenzione e il trattamento delle l.d.d., ricadono sull’I.P., in seguito
all’abrogazione del “Mansionario” (DPR n. 225 del
14.03.1974), all’approvazione del DM n. 739 del 14.07.1994 e a quella della
Legge n. 42 del 26.02.1999. Pertanto, in seguito al processo di nursing,
ogni infermiere ha “l’obbligo dei mezzi” (e non di risultato, come ogni altro
professionista), per evitare l’insorgenza di l.d.d.
Nel momento in cui un paziente arriva in un reparto,
bisogna procedere alla sua valutazione, che può essere fatta in modo formalizzato
(cartella infermieristica), in modo informale (scheda di valutazione) o in modo
soggettivo (con un’analisi individuale). Il metodo migliore per la valutazione
del soggetto, che costituisce la base per la stesura del piano assistenziale individualizzato, è quello di analizzare il soggetto attraverso “indici di valutazione” ben definiti e
precostituiti, eliminando quella soggettività e quell’empirismo che possono
derivare da valutazioni personali o informali. Non solo: l’uso di scale di
valutazione ad hoc per l’identificazione del rischio
di contrarre l.d.d., rappresenta un mezzo efficace
per utilizzare al meglio le risorse ottenendo il miglior rapporto
costo/beneficio.
Nel campo delle l.d.d. la
prima scala di valutazione è stata elaborata nel 1962 ad
opera di Doreen Norton,
alla quale altre scale hanno fatto seguito in tempi relativamente brevi. E’
doverosa una precisazione: qualunque sia la scala di valutazione adottata essa
non ci dirà mai se quell’individuo svilupperà nel futuro l.d.d., ma ci indica che un individuo, piuttosto che un altro, è
più “a rischio” di contrarre lesioni, permettendoci di focalizzare meglio le
nostre attenzioni e risorse. Così come, a parità di punteggio tra individui, dovendo
scegliere il soggetto delle nostre priorità assistenziali,
bisognerà tenere conto di altre variabili che dirimano la questione, o,
addirittura, cambiare scala di valutazione. Infatti
bisogna tener presente che non tutte le scale di valutazione vanno bene per
qualsiasi reparto: in genere i reparti di lungodegenza
o di patologie croniche conseguono buoni risultati con la scala di Norton, la “Braden©” o la “Gosnell”, mentre i reparti con patologie acute o i blocchi
operatori utilizzano meglio la “Waterloo” o la “Knoll™”.
Il metodo per verificare quale scala sia la più adeguata per il nostro paziente – tipo, è quello
di testare l’indice con una ricerca sul campo e poi ritestarlo
su un altro campione di soggetti. Ciò significa sicuramente un dispendio di
risorse finanziarie e di tempo, ma è necessario se si vuol dare affidabilità e credibilità ai risultati, in mancanza di altri dati
probanti.
D’altra parte ci sono circa 35 indicatori (con le
relative variabili) da considerare per valutare il rischio di l.d.d. in un soggetto, ripartite in 11 scale di
valutazione, edite dal 1962 al 1992, ed è quindi impensabile che ci si trovi di
fronte ad una “scala universale” per tutti i tipi di pazienti.
La scala di valutazione di Norton,
così come si presenta, è riportata in tabella1.
|
Condizioni generali
|
Stato mentale
|
Deambulazione
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Mobilità
|
Incontinenza
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4 – Buone
|
4 – Lucido
|
4 – Normale
|
4 – Piena
|
4 – Assente
|
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3 – Discrete
|
3 – Apatico
|
3 – Cammina con aiuto
|
3 – Moderat.
limitata
|
3 – Occasionale
|
|
2 – Scadenti
|
2 – Confuso
|
2 – Costretto su sedia
|
2 – Molto limitata
|
2 – Abituale (urine)
|
|
1 – Pessime
|
1 – Stuporoso
|
1 – Costretto a letto
|
1 – Immobile
|
1 – Doppia
|
Paziente a rischio con totale:
[ 14.
Tabella 1= SCALA DI VALUTAZIONE sec. D. NORTON
(1962).
La prima osservazione da fare circa questa scala è che
all’interno delle variabili non ci sono definizioni o una legenda che
specifichino bene i confini tra una variabile e l’altra. Per cui quel paziente
che per un operatore sanitario può avere una “mobilità moderatamente limitata”,
per un altro può essere “molto limitato”. Così come si
potrebbe essere indecisi sull’ attribuzione di un
punteggio per le condizioni pessime, scadenti o discrete, essendo i limiti non
– codificati. Bisognerebbe che tutti, inoltre, in quanto
all’incontinenza, adottassero uno stesso metro di valutazione per il controllo
delle perdite urinarie: un catetere vescicale,
posizionato per controllare la perdita di liquidi e prevenire la macerazione
cutanea, oltre che per altri scopi, dovrebbe far ricadere la valutazione
dell’individuo nell’ambito 4 (assente) o 3 (se l’individuo ha incontinenza
fecale).
Come si può notare, anche
all’interno delle scale, i metodi di valutazione non sono propriamente
oggettivi. Ma, ciò nonostante, la scala di Norton continua ad essere usata da quasi 40 anni: perché? Perché, pur con i suoi limiti oggettivi, tale scala permette
di parlare un “linguaggio comune”, cosa di cui si parlava all’inizio
dell’articolo, ed è allo stesso tempo molto maneggevole. Un elevato grado di oggettività, ad esempio, nell’utilizzo di questa scala,
lo si ottiene effettuando dei percorsi formativi per tutti gli operatori
sanitari di quel reparto (o ospedale), di modo che tutti sappiano a cosa ci si
riferisce quando si parla di una variabile qualsiasi.
Altri Autori, invece, individuando da subito il
problema dell’oggettività per le variabili, hanno dotato le loro scale di
variabili con le relative definizioni (Norton s. Stotts, Norton s. Exton – Smith, Gosnell, Braden©, Ospedale di Utrecht).
Altra osservazione fatta, comparando le varie scale,
è che, qualunque essa sia, tutte tengono presente il
fattore mobilità, segno che è unanimemente accettato quale fattore di rischio
primario per l’insorgenza di l.d.d. Fa eccezione la
scala di valutazione del rischio dell’Ospedale di Tulle (Francia, 1992), che
tra i suoi indicatori tiene conto dei “bisogni” di Hendersoniana
memoria, tra i quali, comunque, spicca il ‘bisogno di muoversi’.
Quando valutare il soggetto?
Sicuramente all’ingresso in un reparto e, successivamente,
ogni volta che le condizioni generali dell’individuo sembrano variare; comunque
una rivalutazione, se le condizioni dovessero mantenersi stabili nel tempo, va
sempre effettuata ogni settimana, essendo il processo di nursing un processo
dinamico.
Non è sicuramente questo il luogo per fare una
disamina delle varie scale di valutazione, per cui si
rimandano gli interessati alla bibliografia in coda e alla tabella 2 per avere
una visione d’insieme dei vari indicatori forniti dalle varie scale.
La necessità e la validità di un corretto utilizzo
di una scala di valutazione per la prevenzione delle l.d.d.
viene evidenziata da uno studio compiuto in una
clinica statunitense ed edito da Kerschbaum e Murray nel 1992: l’intervento di un I.P.
specializzato in gestione di superfici anti –
decubito, dopo l’individuazione dei pazienti a rischio, ha portato ad un
risparmio, per la clinica, di 275.562 $ (più di 500 MLN di lire) in un anno.
In Italia, da una prima stima su pazienti
ricoverati, operata dagli Infermieri dell’Ospedale S. Orsola di Bologna, con un
tasso d’incidenza pari all’8,6%, con un costo
supplementare di 7.000.000 per paziente con l.d.d.
(5.000 MLD/annui in tutta Italia), si è passati ad un tasso d’incidenza del
13,2% della ricerca condotta dall’AISLeC di cui si parlava in apertura
d’articolo: una cifra sicuramente esorbitante!
Quello che qui preme sottolineare,
sulla base di quelle che sono le linee – guida dell’AHCPR (Agency
for Health Care Policy and Research) a livello
mondiale e dell’AISLeC in Italia, è che bisogna al più presto intraprendere una
strada comune, e nel linguaggio e negli intenti, per poter affrontare al meglio
un problema che si presenta già drammatico per il numero di casi attuali, ma
che si prefigura di ben più vasta portata negli anni a venire per l’aumentata
vita media della popolazione e l’incidenza delle patologie croniche.
|
Indici Variabili
|
NORTON 1962
|
GOSNELL
1973
|
KNOLL
1975
|
ANDERSEN 1977
|
REED
1977
|
NORTON
PLUS 1978
|
WATERLOW
1985
|
OSP.
UTRECHT 1985
|
MEDLEY
1987
|
BRADEN
1988
|
OSP.
TULLE 1992
|
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Cond.
Generali
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si
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|
si
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si
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si
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si
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si
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si
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Cond. Mentali
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si
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si
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si
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si
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si
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si
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si
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si
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Attività
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si
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si
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si
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si
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si
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Mobilità
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si
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si
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si
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si
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si
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si
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Incontinenza
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si
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si
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si
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si
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si
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si
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si
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si
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Inc.
urinaria
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Inc. fecale
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si
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Temperatura
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Ematocrito
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Terapia
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Nutrizione
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si
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si
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si
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si
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Età
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si
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si
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si
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Idratazione
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si
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Cond.
Cute
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Diabete
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Ipertensione
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Albuminemia
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