Introduzione:
La relazione che presenterò sarà suddivisa in due
capitoli inerenti le principali metodiche riabilitative respiratorie e motorie
del paziente politraumatizzato.
Dapprima però generalizzerò il
discorso definendo il concetto di trauma, utilizzando anche dati statistici
comprovanti la vasta diffusione epidemiologica di tal evento.
Convenzionalmente si definisce
POLITRAUMATIZZATO
quel
“ferito che presenta lesioni che interessano contemporaneamente
più distretti corporei, ossia danni viscerali delle tre cavità (cranio-torace-addome),
associate a fratture maggiori d’ossa lunghe o di vertebre e/o gravi lesioni ai
tessuti molli, e che comportano un rischio vitale immediato o a medio termine a
causa di un’insufficienza respiratoria o cardiocircolatoria”.
Considerando per
un istante alcuni dati statistici, bisogna osservare che nei maggiori paesi
industrializzati mondiali, il traumatismo rappresenta la prima causa di morte
nei soggetti con età inferiore ai 40 anni.
Ad esempio in Svizzera, si
ricoverano annualmente circa 45000 persone affette da tale patologia, che
risulta in ogni modo al secondo posto nella classifica dei ricoveri ospedalieri
(15%).
Infatti, a farla da padrone, sono
le malattie cardiovascolari (18%), seguite dalle malattie respiratorie ed oncologiche (6%).
Negli Stati Uniti muoiono
annualmente circa 150.000 persone, tenendo conto che, sempre annualmente, si
verificano circa 60 milioni d’eventi traumatici (3.600.000 casi necessitano di
ricovero); 9.000.000 di traumi all’anno sono invalidanti e “solo” 300.000 casi
lasciano un’invalidità permanente.
Purtroppo questa serie
impressionante di dati dovrebbe farci riflettere sulla vasta campagna di
prevenzione che viene attuata dai mass-media ma che purtroppo solo in parte
completamente recepita dalle masse.
Inoltre ritengo che considerare
dei sistemi di sicurezza (quali ABS, AIRBAG) degli “optional” la dica tutta sul
commercio che sta a monte di tale discorso, valutando principalmente l’aspetto
economico che quello fondamentalmente umano.
Lo scopo di questa relazione è
però quello di analizzare le metodiche più efficaci per una valida
riabilitazione respiratoria e motoria del paziente, quindi valuterei per prima
le misure di supporto respiratorio nel soggetto politraumatizzato.
MISURE DI SUPPORTO NEL PAZIENTE POLITRAUMATIZZATO
Riabilitazione
Respiratoria
“Io l’ho curato….Dio l’ha
guarito.” (Ambroise
Porè 1510-1590)
Fino all’avvento dei primi
decenni di tale secolo, l’unica possibilità per un soldato di salvarsi da una
guerra era quella di subire ferite lievi e facilmente guaribili poiché fattori
quali l’emodialisi, la ventilazione meccanica, il reintegro dei liquidi
circolanti, l’antibioticoterapia, l’utilizzo di materiale sterile, erano ancora
vaghe idee, non certezze, quindi impossibili da realizzare.
Per tale motivo, rifacendomi alla
frase iniziale, bisognava solo sperare nella grazia del Signore al fine che la
capacità di guarigione potesse avere il sopravvento.
Fortunatamente ai giorni nostri
le cose sono cambiate, riuscendo a garantire un’assistenza completa sotto ogni
punto di vista.
Con l’avvento
della tecnologia e dell’informatica, inoltre si raggiungono oggi dei risultati
fino a qualche anno fa insperati; interventi chirurgici considerati utopia fino
a qualche decennio orsono, oggi passano quasi inosservati, poiché sempre
maggiore risulta la percentuale di riuscita.
Lo stesso dicasi anche per il
paziente politraumatizzato che, sempre più precocemente, si tenta di
svezzare da una ventilazione meccanica mediante un’azione motoria
combinata.
Obiettivo principale è quello di
far riacquistare le capacità funzionali del paziente nel minor tempo possibile,
reintegrandolo in un quadro di vita relazionale normale.
Il pericolo maggiore al quale può
incorrere un politraumatizzato è sicuramente quello di un’ipossiemia.
Infatti questa
non fa che peggiorare un eventuale trauma cranio-encefalico chiuso, aggravando
così una possibile emorragia in atto.
A seconda dell’organo interessato
dal trauma, varie sono le risultanze dell’insufficienza respiratoria;
sicuramente, al fine di evitare pericolose ab-ingestis, una delle prime manovre
da compiere sarà il posizionamento di un SNG, al fine di svuotare completamente
lo stomaco.
I segni rilevabili
istantaneamente di primissima insufficienza respiratoria sono valutabili in
un’ostruzione delle prime vie aeree (retrazione inspiratoria dei muscoli
intercostali - stridore respiratorio - alitamento delle pinne nasali).
E’ giocoforza che esami di
screening quali un semplice Rx Torace assumano un’importanza fondamentale
durante la fase d’urgenza, al fine di evidenziare eventuali pneumotoraci o
“sbandieramenti mediastinici”.
Importante risulterà anche
riuscire ad ottenere il maggior numero possibile di dati anamnestici, al momento
del ricovero, al fine di valutare, ad esempio, eventuali patologie respiratorie
(Pa02 <70 mmHg) precedenti al trauma stesso (nel caso il paziente trattasi, ad
esempio, di un accanito fumatore).
Nel qual caso si debba connettere
il paziente ad un ventilatore automatico, bisogna tenere conto che con la VAM il
paziente deve ricevere una efficace ventilazione ma necessariamente deve
“distaccarsi” dal respiratore automatico nel tempo più breve
possibile.
Infatti le maggiori complicanze
di una terapia ventilatoria prolungata risultano essere un barotrauma, infezioni polmonari, lesioni della mucosa
oro-tracheale, affaticamento “psicologico” del paziente.
Generalmente il
volume corrente che viene impostato è pari a 7-8 ml d’aria/kg corporeo, ma in
pazienti precedentemente ipossiemici tali valori possono addirittura
raddoppiare.
Inizialmente la FiO2 (Frazione
d’Ossigeno dell’Aria Inspirata) è generalmente pari a 0,4 ma in caso di cianosi
persistente o tachipnea ingravescente tale valore aumenta sensibilmente (0,7).
Generalmente è tendenza comune
aggiungere un supporto di PEEP ogni qualvolta la FiO2 impostata sul ventilatore
raggiunga almeno un valore di 0,5.
Sappiamo tutti che compito della
PEEP è quello di mantenere positiva la pressione delle vie aeree al fine
dell’espirazione, non essendo esente però anche questa da gravi rischi, quali un
ostacolo del ritorno venoso in pazienti ipovolemici o un pneumotorace spontaneo
iperteso.
A tal fine curioso è lo studio
della scuola americana che, in misura preventiva, suggerisce di impostare
bilateralmente un drenaggio toracico; ritengo che tale manovra sia eccessiva, in
un paziente già di per sé traumatizzato (nel vero senso della parola).
I valori di PEEP generalmente
utilizzati oscillano tra i 5-10 cm H20 mentre, sempre secondo fonti americane,
si suggerisce un utilizzo superiore ai 20 cm H20.
Quando
sospendere la Ventilazione Meccanica?
Quando
cominciare una riabilitazione respiratoria del paziente?
Sicuramente il
più presto possibile anche perché le manovre di “svezzamento respiratorio” sono
molto difficoltose, essendo il paziente difficilmente “svezzabile” in tempi
brevi.
I risultati da raggiungere
consistono in un aumento della Pa02, con miglioramento globale della compliance
polmonare.
Durante il periodo di svezzamento
bisognerà ridurre gradualmente la Fi02 del paziente, utilizzando delle metodiche
respiratorie meno “tiranneggianti” quali la SIMV (Sinchronized Intermittent
Mandatory Ventilation).
Infatti in tale metodica il
paziente ventila spontaneamente, essendo obbligato a compiere un minimo numero
d’atti al minuto (es. 4 atti/min.) impostati ciclicamente dal respiratore, al
fine di ottenere un volume minuto valido e sufficiente.
Il vantaggio più
consistente di tale tecnica è dato da una minore pressione intratoracica, con
minor rischio di barotrauma; inoltre ciò permette un risultato “psicologico” nel
paziente, rendendosi conto di riuscire a ventilare spontaneamente, così
scavalcando quell’insormontabile scalino dato da una ventilazione artificiale.
Altra metodica da
noi molto utilizzata è la M.M.V. (Mandatory Minute Ventilation), in cui
il paziente ventila spontaneamente; il ventilatore però, a cicli fissi, valuta
il volume minuto del paziente e se questo non fosse efficace, lo integra con
degli atti meccanici fino al raggiungimento della quota d’aria richiesta.
Quindi tale
metodica risulta essere di “ulteriore svezzamento” poiché l’eventuale assistenza
respiratoria offerta dal ventilatore viene fornita SOLO se la ventilazione del
paziente è inferiore ad un valore di sicurezza precedentemente prefissato.
Ultima metodica
che voglio menzionare è il PSV (Pressure Support Ventilation), in cui
ogni atto ventilatorio del paziente viene aiutato dal ventilatore automatico con
un aumento di flusso integratorio; è giocoforza affermare che in caso d’apnea il
ventilatore non erogherà alcun aiuto respiratorio.
Anche tale
metodica è bene accettata dal paziente che, mantenendo costanti i propri atti
ventilatori, riceve sempre un valido supporto.
Quindi si può
affermare che, paradossalmente, si comincia a svezzare il paziente dal
ventilatore fin dal momento in cui il paziente vi è stato collegato.
ALTERAZIONI
FUNZIONALI DEL POLMONE
E’ bene
suddividere quattro fondamentali alterazioni funzionali del polmone conseguenti
ad un evento traumatico, in base alla gravità dello stesso e ogni alterazione in
questione presenta un diverso approccio infermieristico riabilitativo.
Nel caso di una
IPOSSIEMIA ACUTA LIEVE, il paziente ventila generalmente tramite
maschera di Bard, con una Fi02 di 0,4 – 0,5.
L’evento
scatenante è solitamente un trauma chiuso di modesta entità, per cui un buon
ripristino della volemia è sufficiente a compensare l’evento.
L’ipossiemia è
lieve (50-70 mm Hg) per cui la misura infermieristica consiste nel sorvegliare
attentamente il paziente mediante ripetuti controlli emogasanalitici, valutando
anche lo stato di coscienza ed eventuali cambiamenti nel colore della cute del
soggetto.
L’IPOSSIEMIA
ACUTA GRAVE viene scatenata da un grave stato di shock ipovolemico,
in seguito a lesioni extratoraciche, determinando così l’utilizzo di un’elevata
quantità di liquidi da infondere.
Si preferisce
intubare il paziente per almeno 72 ore, al fine di ristabilire completamente le
gravi alterazioni della compliance polmonare.
La prognosi è
generalmente buona, a meno che non intercorrano concause che possano scatenare
alterazioni funzionali (ARDS-MOF).
Valgono in questo
caso le varie forme di svezzamento viste precedentemente.
L’IPOSSIEMIA
A DECORSO PROGRESSIVO rappresenta un successivo pericolo per il
paziente, essendo causata da un violento trauma chiuso (un esempio su tutti è
offerto dal paziente soggetto ad esplosione di una bombola di gas con inalazione
di fumo).
L’assistenza
respiratoria supererà sicuramente le 72 ore, con valori di PEEP e Fi02 elevati.
Si consiglia in
questo caso praticare al più presto la tracheostomia, per via degli indubbi
vantaggi che questa offre rispetto ad una intubazione tracheale.
E’ stato studiato
infatti che generalmente dopo undici giorni d’intubazione oro-rino tracheale,
nel 12% dei casi si manifestano fenomeni di stenosi laringo-tracheale.
La tecnica
tracheostomica secondo Fantoni offre, ad esempio, valide garanzie al paziente,
migliorando la gestione infermieristica quotidiana.
Infatti i
vantaggi della translaringea si evidenziano in una sicurezza nell’esecuzione,
eliminando l’effetto “scalino” comune alla tracheostomia classica.
Inoltre si
evitano trazioni e slaminamenti degli strati anatomici, con conseguente
riduzione del tessuto traumatizzato.
Tale metodica
chirurgica inoltre previene eventuali infezioni postoperatorie, per via
dell’"effetto sigillo” creatosi tra il versante tracheale e quello cutaneo,
riducendo fenomeni emorragici (avendo evidenziato precedentemente il piano
sottostante con la transilluminazione).
Ristabilire un
paziente tracheostomizzato consiste fondamentalmente nell’offrire un valido
aiuto ANCHE AI FAMILIARI, impegnandosi durante l’intero arco del ricovero,
rendendo indipendenti gli stessi nella quotidiana gestione della cannula.
Quest’operazione
è molto complessa, in quanto l’infermiere viene coinvolto su vari fronti
distinti e cronologicamente delineati.
Nella fase
pre-tracheostomica sarà importante stabilire un clima di fiducia tra operatore
sanitario e paziente, prevenendo quotidianamente ansie e paure; il paziente ed i
suoi familiari devono sempre essere al corrente della situazione clinica e la
figura infermieristica dovrà supportare psicologicamente il paziente e la sua
famiglia, offrendo il massimo del comfort nelle cure intensive, rendendo così
meno invalidante la cannula tracheostomica ed il respiratore automatico.
Nel caso
l’insufficienza respiratoria evolva verso un quadro di
ARDS, il tipo d’insulto sarà causato generalmente da gravissime sepsi
batteriche polmonari o in altre sedi.
In tali casi il
decesso è generalmente la regola piuttosto che l’eccezione, poiché
quotidianamente s’instaurano complicanze fondamentalmente respiratorie.
L’ipossiemia
diviene progressivamente inesorabile, refrattaria anche alle quotidiane manovre
di pronazione.
Aumentano le
resistenze vascolari polmonari, diminuendo la compliance; i focolai
broncopneumonici saranno numerosi, con un grave quadro di edema polmonare
interstiziale.
La prima manovra
infermieristica (ma non solo) consiste nella pronazione del paziente
poiché da recenti studi si è valutato che tale manovra determina un netto
miglioramento dei parametri emogasanalitici.
Inoltre, dopo
tale tecnica migliora altresì la compliance toraco polmonare e la saturazione
parziale dell’ossigeno.
Sono esclusi da
tale manovra pazienti con edema cardiogeno o cerebrale, casi di
ipertensione endocranica o tutte quelle situazioni che materialmente
impediscono una pronazione.
Purtroppo nel
politraumatizzato grave è spesso proibitivo eseguire ciò, di per sé molto
importante nella gestione del nursing.
Il paziente che
dovrà essere mobilizzato andrà infatti dapprima accuratamente preparato
(toilette del cavo orale, fissaggio dei vari tubi e sondini, cambio delle
medicazioni), verificando che non si formino strozzature o pericolosissime
trazioni (quali nei bulau toracici).
Si consiglia
eseguire tale manovra almeno in cinque persone, suddividendola in quattro fasi
distinte:
1.
Posizionare
le braccia del paziente distese lungo i fianchi, quindi spostarlo verso il bordo
del letto controlaterale alla rotazione
2.
Roteare il
paziente su di un lato
3.
Far portare
il braccio sottostante sollevando il tronco ed il bacino
4.
Terminare la
rotazione verificando la tenuta dei raccordi, della cannula tracheostomica e dei
drenaggi in genere.
La testa, lo
sterno e la cresta iliaca sono i tre punti di appoggio in cui il paziente dovrà
posare per alcune ore, per cui sarà fondamentale l’utilizzo di presidi morbidi e
anallergici da posizionare al loro cospetto.
E’ un momento
molto importante nell’assistenza infermieristica quotidiana, poiché i risultati
che si ottengono dipendono anche dalla qualità dell’assistenza fornita.
Credo che la
riabilitazione respiratoria, oltre che essere supportata dall’aiuto di un
fisioterapista, sia un compito fondamentale dell’Infermiere Professionale in
quanto implica l’utilizzo di molte energie (oltre che pazienza), ma le
soddisfazioni personali che si ricevono valgono sicuramente gli sforzi erogati
dall’intera équipe.
MISURE DI
SUPPORTO NEL PAZIENTE POLITRAUMATIZZATO
Riabilitazione motoria
E’ indubbio che
tale metodica rivesta molta importanza per il degente poiché tre sono gli
obiettivi su cui ci si deve prefissare e su cui basare la propria strategia
operativa:
1. Preservare la
mobilità osteo-mio articolare
2.
Contribuire ad
uno sviluppo della massa muscolare
3.
Reintegrare il
soggetto nella routine di vita quotidiana
E’ giocoforza che
non vanno assolutamente tralasciati gli aspetti psicologici, fondamentali nel
caso di un paziente obbligato a permanere in letto per un lungo periodo di
tempo.
Generalmente è
corretto suddividere una rieducazione motoria in quattro fasi principali:
1.
Rieducazione precoce a letto
2.
Indipendenza a letto
3.
Autonomia in carrozzella
4.
Rieducazione alla deambulazione
Fase
1:
RIEDUCAZIONE PRECOCE A LETTO
Tale fase deve
iniziare il più precocemente possibile, ovviamente compatibilmente con la
gravità e la localizzazione del trauma.
Fondamentalmente
sarà necessaria una prevenzione alle lesioni da decubito, cominciando fin
dal I° STADIO (ARROSSAMENTO), in cui la cute presenta rossore,
escoriazione superficiale o flittene.
Si consiglia
trattamento con SILICONE SPRAY, oltre che una precoce mobilizzazione del
paziente.
Il II° STADIO
(GRANULAZIONE), è caratterizzato dalla ricomparsa di tessuto irrorato,
ovvero con fondo a bordi rosei.
Si consiglia una
detersione con soluzione di RINGER, quindi copertura con COMFEEL IDROBENDA.
Tali placche
hanno uno strato esterno spugnoso ed uno interno gelatinoso.
Aderiscono bene
alla cute, la gelatina tende a sciogliersi formando un essudato che favorisce la
proliferazione cellulare, protegge ed ammorbidisce la piaga preservandola dalla
contaminazione batterica e dal materiale organico.
Il III° STADIO
(FERITA SIERO-INFETTA), è caratterizzato da tessuto tumefatto, maleodorante,
secernente liquido più o meno trasparente.
Si consiglia una
detersione chimica e meccanica oltre ad un lavaggio con Ringer.
Quindi medicare
con IODOSORB (una polvere molto fine in grado di assorbire gli essudati,
liberando iodio) o DUODERM POLVERE; quindi occludere il tutto con COMFEEL
IDROBENDA.
Si consiglia non
usare lo IODOSORB su grandi lesioni per via del riassorbimento di iodio.
Infine il IV°
STADIO (NECROSI), è caratterizzato da un tessuto privo di irrorazione
sanguigna, presentandosi come una placca grigio-nerastra; si consiglia una
detersione con RINGER, quindi medicare con COMFEEL PASTA ed occludere con
COMFEEL BENDA.
Talvolta è utile
anche una EXERESI CHIRURGICA anche se, il raggiungimento di tale stadio
sicuramente rappresenta un insuccesso per l’intera équipe medico-infermieristica,
non essendo riuscita a svolgere un’efficiente manovra preventiva.
Ciò
determina un comportamento di negligenza, ovvero un
“atteggiamento di trascuratezza, di mancanza di attenzione e di
accortezza, nella mancanza di diligenza, nella omissione volontaria di
determinare precauzioni che il soggetto che compie il fatto conosce e
volontariamente non adotta”.
Credo che
l’esempio utilizzato sia uno dei più lampanti nel dimostrare le gravi
responsabilità alle quali si può incorrere non lavorando come in realtà tutti
noi sappiamo andrebbe fatto.
Gli
interventi di
MOBILIZZAZIONE PASSIVA
dovranno essere effettuati con dolcezza, utilizzando un braccio
di leva “corto”, al fine di non danneggiare il segmento osseo interessato,
prevenendo microtraumi (ad esempio su un precedente substrato osteoporotico).
Gli
interventi di
MOBILIZZAZIONE ATTIVA
hanno il compito di ripristinare il tono muscolare, aumentando il
più possibile il grado di forza.
Fondamentale
risulterà posizionare il paziente su una carrozzella, intensificando i movimenti
e gli esercizi.
Da non
dimenticare un ripristino della indipendenza intestinale e vescicale, mediante
l’utilizzo di una comoda e quotidiana “ginnastica vescicale”, rinforzando il
muscolo detrusore al fine di ricreare un equilibrio non solo fisiologico ma
anche psicologico nel paziente.
La
GINNASTICA RESPIRATORIA
assume una importante valenza in ogni tipo di trauma, sia in modo
“meccanico” (mediante l’ausilio del ventilatore), che in modo “manuale”, grazie
agli esercizi svolti dal fisioterapista.
Nel caso di
rieducazione all’utilizzo del diaframma, il paziente andrà indotto a ventilare
contro resistenza, utilizzando una progressiva intensità.
Obiettivo
finale sarà il raggiungimento di un
CARICO IN
STAZIONE ERETTA,
raggiungendo risultati gratificanti e fondamentali nella psiche del paziente,
ottenendo (a brevi passi) una indipendenza fino a qualche tempo prima insperata.
Fase 2: INDIPENDENZA A LETTO
In tale fase si
deve far sì che il paziente possa gestire autonomamente i propri bisogni
quotidiani (lavarsi, alimentarsi, leggere), utilizzando il tronco quale perno
principale dei propri movimenti.
A tal fine non
dovranno mancare esercizi atti a tonificare la muscolatura degli arti inferiori,
poiché tale fase altro non è che la prosecuzione intensificata della precedente.
Se il reparto è
fornito di palestra, è fondamentale almeno una seduta di 2 ore giornaliere,
creando così anche una terapia di tipo “occupazionale”.
Fase 3: AUTONOMIA IN CARROZZELLA
Il paziente può
ora muoversi in maniera sicuramente più disinvolta, con costrizioni sicuramente
limitate rispetto alle precedenti fasi.
Per il degente è
sicuramente un ritorno alla normalità potersi alimentare seduto ad un tavolo,
spostandosi più o meno liberamente in uno spazio che, seppur limitato, diviene
fondamentalmente importante.
Generalmente si
tende a mantenere il paziente seduto in carrozzella se riesce a superare dei
test preparatori in un tempo che superi almeno i 15 minuti di autonomia.
Questa si può
valutare mediante esercizi preliminari svolti a bordo del letto.
Fase 4: RIEDUCAZIONE ALLA DEAMBULAZIONE
Tale fase
rappresenta il raggiungimento di un “target” sicuramente carico di difficoltà,
poiché variabile di modifiche ed imprevisti (a seconda della gravità del
trauma).
E’ giocoforza
affermare che un paziente, prima di intraprendere una vera e propria
rieducazione alla deambulazione, dovrà aver effettuato dei precedenti esercizi
sull’equilibrio ed il controllo della postura, oltre ad aver consolidato una
stabilità “interiore”, fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo
prefissato.
Gli esercizi
deambulatori mireranno alla attuazione di una marcia che si avvicinerà a quella
normale, mediante l’ausilio di attrezzi da palestra.
E’ giusto quindi
affermare che la tecnica aiuta molto nella intensività assistenziale
infermieristica quotidiana, offrendo materiale estremamente affidabile e
sofisticato che sicuramente toglie molto lavoro (anche preventivo) all’intera
équipe sanitaria.
Ma la tecnica ed
il progresso non bastano se non interviene una fondamentale dimensione
relazionale ed affettiva nella quotidianità dell “io infermieristico” che, se
trascurato, vanifica sicuramente gli sforzi compiuti.
Ma esisterebbero
reali sforzi senza la giusta comprensione di ciò che si sta facendo?
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