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IL DIVINO FANCIULLO
Di Roberto Zanca, Infermiere presso Ospedale S. Giuliana - Verona |
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La realtà è costituita di fenomeni, i “fatti”, oggetto di esperienza, che la mente raccoglie in classi per ragioni esclusivamente pratiche e conformemente a un principio di economia. Si tratta insomma di comode abbreviazioni della immensamente ricca molteplicità dei fatti.
I veri elementi del mondo sono le sensazioni e il fenomenismo è il limite insuperabile dell’indagine naturale.
Per potere fare scienza è necessario presupporre che gli eventi non si verifichino da soli o senza ragione alcuna. Quindi l’idea che ciascun evento abbia una causa è un dogma fondamentale della scienza. Infatti, alcuni hanno definito la scienza una ricerca delle cause degli effetti.
Un’altra ipotesi di lavoro della scienza è la scopribilità: gli scienziati ritengono che il funzionamento del mondo che ci circonda è scopribile. Considerano il mondo come un gigantesco rompicapo che è misterioso in senso lato in quanto porta a molte domande, ma non lo è in senso stretto, cioè al punto di non poterlo risolvere con mezzi umani.
La raccolta e la classificazione di reperti empirici per la spiegazione dei fenomeni presi in esame, deve venire basata su delle ipotesi circa il modo in cui questi fenomeni siano collegati, senza tali ipotesi , l’analisi e la classificazione sono cieche. Il passaggio dai dati alle teorie richiede una immaginazione creativa. Le ipotesi scientifiche e le teorie non sono derivate dai fatti osservati, ma inventate per spiegarli. Esse sono delle supposizioni sulle connessioni che potrebbero stabilirsi fra i fenomeni oggetto dello studio, sulle uniformità e sui modelli che potrebbero essere alla base del loro verificarsi.
“Fortunate congetture” di questo genere richiedono una grande abilità inventiva, specialmente se comportano un radicale distacco dai modi correnti del pensiero scientifico, come è stato, per esempio, per la teoria della relatività e o per la teoria dei quanta.
Karl Popper sosteneva che noi proponiamo ipotesi di lavoro… quelle che sopravvivono all’attacco dei critici e delle verifiche possono momentaneamente ritenersi valide, mentre per Thomas Kuhn la ricerca scientifica avanza per paradigmi, mode provvisorie… prima o poi soppiantate da altri paradigmi più adatti a spiegare la realtà in cui viviamo.
Ricapitolando: a) i limiti delle umane possibilità percettive (la fenomenologia) ostacolano la conoscenza della verità assoluta; b) per comprendere la realtà che ci circonda abbiamo però bisogno di pensare che nulla avvenga per caso, che invece esistano delle leggi che governano il mondo e noi cerchiamo di scoprirle; c) siamo costretti a formulare teorie che tentano di spiegare la raccolta di dati, create ed inventate spesso con un grande sforzo di astrazione.
Anche l’uomo (ànthropos) è fonte di interesse per la ricerca, di conseguenza ci si pone la domanda, se malato, di cosa lo affligga, di come si possa aiutarlo. La professione infermieristica, specialmente nell’ambito dell’assistenza psichiatrica (che è l’argomento di questo articolo), può partecipare alla comprensione della realtà, di come l’uomo viva nel suo mondo, perché l’infermiere è un antropologo: pone al centro della sua attenzione l’uomo.
I problemi iniziano quando quello che ascoltiamo ci è incomprensibile, assurdo e la relazione che si instaura è spesso di evitamento anziché di aiuto: questo è quello che può accadere tra un paziente psichiatrico e l’infermiere. Importante è allora per noi avere una chiave di accesso al suo modo di pensare: se noi lo comprendiamo, lo includiamo dentro il nostro spazio psichico, forse abbiamo una possibilità in più per prenderci cura di lui e farlo sentire meno solo.
Dare un senso a quello che ascoltiamo, anche se apparentemente incomprensibile, ci può portare a scoprire un mondo sconosciuto, un mondo che una volta era familiare all’uomo… ma che ora ritorna solo nei sogni o nelle stranezze della psiche sofferente.
Un esempio di pensiero “stravagante” che vorrei porre all’attenzione è quello riguardante soggetti maschi che hanno la fantasia di sopprimere il figlio piccolo, oppure hanno sognato di uccidere se stessi fanciulli.
Invece di ignorare questi prodotti della psiche o liquidarli sbrigativamente come perversioni criminali, cerchiamo riferimenti, analogie, similitudini nella letteratura che possano aiutarci a capire questo fenomeno. Personalmente l’unico riferimento che ho trovato che assomiglia a ciò che vivono queste persone è nella storia dei miti e delle religioni: solo lì troviamo racconti che sono straordinariamente simili ai sogni ed alle fantasie dell’uomo moderno.
Lo psichiatra Carl G. Jung[1] scrive: “…sia nel sogno, sia nei prodotti delle psicosi si sono riscontrate innumerevoli connessioni che non trovano riscontro se non nelle associazioni di idee mitologiche. Nel caso di queste produzioni non si tratta mai di miti in forma ben definita, bensì piuttosto di elementi mitici che per loro natura tipica si possono chiamare –motivi-, -immagini primordiali-, -tipi- o –archetipi-. L’archetipo del fanciullo è un esempio calzante.
Gli archetipi furono e sono forze vitali psichiche che pretendono di essere prese sul serio e anzi, nella maniera più singolare, addirittura provvedono a imporsi. Essi sono stati sempre garanti di protezione e salvezza, e violarli comporta la conseguenza, ben nota alla psicologia primitiva, dei pericoli dell’anima.
L’archetipo del “dio fanciullo” è straordinariamente diffuso e intimamente connesso con tutti gli altri aspetti mitologici del motivo del fanciullo. E’ superfluo accennare al bambino Gesù ancor vivo fra noi. Nel folclore, il motivo del fanciullo si manifesta nelle figure di nano e di elfo, espressioni di recondite forze della natura.
Nell’ambito della psicopatologia il motivo del fanciullo non è raro. Le manifestazioni più chiare e significative del motivo del fanciullo si trovano però, nella terapia delle nevrosi: sovente il fanciullo emerge dal calice d’un fiore, esce da un uovo d’oro o è posto al centro di un mandala. Nei sogni appare spesso come figlio o figlia del sognatore, giovinetto o vergine, talvolta di origine esotica, cinese, indiana, di pelle scura, oppure ha carattere più cosmico ed è circondato da stelle, o cinto da una corona di stelle. O, ancora, è figlio di re o di streghe, dotato di attributi demoniaci.
Un aspetto essenziale del motivo del fanciullo è il suo carattere avvenire. Il fanciullo è avvenire in potenza. Perciò l’emergere di tale motivo nella psicologia dell’individuo normalmente significa un’anticipazione di sviluppi futuri”.
Anche James Hillman[2] (psicoanalista/filosofo) affronta questo argomento sostenendo la possibilità che l’archetipo possa addirittura incarnarsi in una persona… e scrive: “ il singolo archetipo del Puer aeternus tende a fondere insieme l’Eroe, il Fanciullo divino, le figure di Eros, il Figlio del Re, il Figlio della Grande Madre, lo Psicopompo, Ermes-Mercurio, il Briccone e il Messia.
Nel Puer riconosciamo tutta una gamma mercuriale di “personalità”: la narcisistica, l’ispirata, l’effeminata, la fallica, la curiosa, l’inventiva, la pensosa, la passiva, l’ardente, la capricciosa.
Il mondo orizzontale, il continuum spazio-tempo che noi chiamiamo “realtà” non è il suo mondo. Così il nuovo muore facilmente, perché non è nato nell’al di qua, e questa morte lo fissa nell’eternità. La morte non ha importanza perché il Puer dà l’impressione di poter venire un’altra volta, di poter ricominciare. La mortalità addita l’immortalità; il pericolo non fa che accentuare l’irrealtà della realtà.
Le figure Puer hanno spesso un rapporto particolare con la Grande Madre, la quale è innamorata di loro in quanto portatori dello spirito; l’incesto con queste figure ispira lei, e loro, a eccessi estatici e alla distruzione. Come eroe-amante o come eroe-uccisore, l’impulso Puer è rinforzato da questo invischiamento con l’archetipo della Grande Madre, che conduce a quelle esagerazioni spirituali che chiamiamo nevrotiche, tra le quali vi è innanzitutto l’umore variabile e la dipendenza dello spirito dall’umore. E infatti esse vengono descritte con un linguaggio “verticale” (vette e abissi, esaltazione e disperazione) e noi vi percepiamo gli echi delle feste in onore di Attis, chiamate tristia e hilaria.
La figura Puer - Baldur, Tammuz, Gesù, Krsna – porta il mito dentro la realtà, presenta in se stessa la realtà del mito, che trascende la storia. Il suo messaggio è mitico e dice: "Io, il mito, così facilmente ferito, così facilmente ucciso, ma sempre rigenerato, sono il substrato germinale di qualsiasi impresa”. Molti malati presi in esame rispondono alle caratteristiche sopra menzionate della personalità puer (fanciullo): figli molto devoti di una madre con forte personalità, padri secondari rispetto ad essa, difficoltà ad avere rapporti con altre donne. E’ ora lo psicologo Erich Neumann[3] che ci introduce al cuore della nostra ricerca: “…nel mito, la divinità materna in forma di capra nutre lo Zeus cretese fanciullo e lo protegge di fronte al padre divoratore; la madre egizia Iside richiama in vita magicamente il figlio Oro, che è stato morso da uno scorpione; Maria protegge il bambino divino Gesù fuggendo davanti a Erode. Il bambino è il dio che accompagna la Grande Madre. Quale figlio e cabiro egli sta accanto e sotto di lei, ne dipende ed è la sua creatura. La Grande Madre è il destino anche per il dio giovinetto, e tanto più lo è per il bambino, la cui natura è di appartenere alla madre e di essere un’appendice del suo corpo.
Il piccolo Oro, figlio di Iside, Giacinto, Erictonio e Dionisio, Melicerte, figlio di Ino, e innumerevoli altri figli diletti sono dominati dalla strapotente dea madre.
Tuttavia il destino di questo bambino è uguale a quello dell’amante giovinetto che gli succede (Adone – Attis): egli viene ucciso. Il suo sacrificio, la sua morte e la sua resurrezione costituiscono il punto rituale centrale dei culti primitivi dell’umanità, basati sui sacrifici infantili! Il bambino, che nasce e muore, muore e rinasce, è collegato con la vita annuale della vegetazione. Lo Zeus cretese fanciullo, nutrito dalla Grande Madre in forma di capra, mucca, cagna, scrofa, colomba e ape, è generato ogni anno per ogni anno morire. Ma questo ragazzo è anche luce, e quindi già qualcosa di più della semplice vegetazione.
Da un mito che, sebbene registrato in un’epoca successiva, è molto primitivo, si apprende che il bambino era generato ogni anno, difatti in esso si parla di una luce che ogni anno irragiava da una grotta...(Nillson, Griechen, p. 319)”. Difficile non vedere analogie con una grotta (o capanna) a noi molto nota! Finalmente l’antropologo James G. Frazer[4] amplia le nostre conoscenze, affermando che “Sotto i nomi di Osiride, Tammuz, Adone e Attis, le popolazioni dell’Egitto e dell’Asia occidentale adombravano il declino e la rinascita annuale della vita, specialmente della vita vegetale che essi personificavano in un dio che ogni anno moriva e resuscitava. Nel nome e nei dettagli, i riti variavano da paese a paese; ma, in sostanza, erano gli stessi. La presunta morte e resurrezione di questa divinità orientale, di un dio dai molti nomi ma, essenzialmente, di una sola natura, è simbolizzato dal mito di Tammuz, o Adone, che ora esamineremo.
Adone era venerato dalle popolazioni semitiche della Siria e della Babilonia, e dai Greci fin dal VII secolo a.C. Il vero nome della divinità era Tammuz; l’appellativo di Adone non è che il semitico Adon, “Signore”, un titolo onorifico con cui gli si rivolgevano i suoi fedeli. Ma i Greci, per un malinteso, trasformarono quel titolo onorifico in nome proprio. Nella letteratura religiosa babilonese, Tammuz compare come il giovane sposo o amante di Ishtar, la grande dea madre, incarnazione delle energie riproduttive della natura. Sia nel rito che nella leggenda, i riferimenti al loro legame sono oscuri e frammentari; ma da essi possiamo capire che era credenza comune che ogni anno Tammuz morisse, passando dalla gaia terra al tetro mondo ipogeo; e che, ogni anno, la sua divina compagna andasse alla sua ricerca “nella terra del non – ritorno, nella dimora delle tenebre, dove la polvere ricopre porte e chiavistelli”. Durante la sua assenza, si arrestava la passione d’amore; uomini e animali dimenticavano di riprodursi; la vita stessa minacciava di estinguersi. Le funzioni sessuali dell’intero mondo animale erano così strettamente legate alla dea che, senza la sua presenza, non era più possibile compierle. Veniva quindi inviato un messaggero del grande dio Ea perché soccorresse la dea da cui tanto dipendeva. La severa regina degli Inferi, Allatu o Eresh – Kigal, acconsentiva a malincuore a che Ishtar fosse aspersa con l’Acqua della Vita e si allontanasse, probabilmente insieme con il suo amato Tammuz, e che i due risalissero nel mondo dei vivi così che, con il loro ritorno, "tutta la terra potesse rivivere".
“Riflessa nello specchio della mitologia greca, la divinità orientale appare come un avvenente giovane amato da Afrodite. Quando ancora era un fanciullo, la dea lo nascose in un baule che affidò a Persefone, sovrana dell’Ade. Ma Persefone aprì il baule, fu colpita dalla bellezza del bambino e rifiutò di restituirlo ad Afrodite, sebbene la dea dell’amore discendesse in persona agli Inferi per riscattare il suo amato dal potere della tomba. La contesa fra le due dee, dell’amore e della morte, fu composta da Zeus il quale decretò che Adone dimorasse con Persefone nell’Oltretomba per una parte dell’anno, e con Afrodite, nel mondo dei vivi, per l’altra. Alla fine, il bel giovane fu ucciso durante la caccia da un cinghiale, o dal geloso Ares trasformatosi in cinghiale per uccidere il suo rivale”.
Viene spontaneo riflettere sul numero di pazienti maschi che frequentano i servizi psichiatrici italiani i quali abitano ancora con la madre nonostante la loro età adulta: quanti di loro vivono una sessualità inesistente, come se tale funzione fosse sospesa?
Molti dei loro problemi sono dovuti probabilmente all’eccessivo prolungamento di questa convivenza ed alle intense emozioni che la stessa scatena nel lungo periodo.
Si possono portare esempi abbastanza calzanti, tratti dal normale lavoro di reparto, da confrontare con questi racconti: un paziente diceva che, quando fosse stato dimesso, avrebbe preparato il talamo… dove lui e la madre avrebbero dormito! Ancora, secondo Frazer “Un altro degli dèi la cui presunta morte e resurrezione ebbero radici molto profonde nella fede e nei riti dell’Asia occidentale è Attis, il quale fu per la Frigia, quello che Adone fu per la Siria.
Come Adone, sembra che anch’egli fosse un dio della vegetazione e ogni anno, in una festa di primavera, si piangeva la sua morte e si gioiva per la sua resurrezione. Le leggende e i riti dei due dèi erano talmente simili che, a volte, gli stessi antichi li identificavano come una sola divinità. Narra la leggenda che Attis era un avvenente giovane pastore, o mandriano, amato da Cibele, madre degli dèi, grande divinità asiatica della fertilità, venerata soprattutto in Frigia. Secondo alcuni, Attis era suo figlio. Come quella di molti altri eroi, anche la sua nascita era stata miracolosa.
Sulla morte di Attis circolano due versioni differenti. Secondo una, era stato ucciso da un cinghiale, come Adone. Secondo l’altra, si era evirato con le sue stesse mani, sotto un pino, ed era morto dissanguato. Entrambe le versioni potrebbero rivendicare l’avallo del costume o, meglio, entrambe furono probabilmente inventate per spiegare alcune usanze seguite dai fedeli. La storia dell’automutilazione di Attis è chiaramente un tentativo di spiegare l’automutilazione dei sacerdoti, che regolarmente si castravano quando entravano al servizio della dea. La storia che, invece, lo vuole ucciso da un cinghiale può essere stata elaborata per spiegare il motivo per cui i suoi adoratori, e specialmente gli abitanti di Pessinunte, non mangiassero carne suina. Se ne astenevano anche gli adoratori di Adone, sempre perché a uccidere il loro dio, era stato un cinghiale”.
A questo riguardo mi ha sorpreso non poco sapere che un paziente conosciuto ha avuto la fantasia di evirarsi, come “dono” alla dottoressa che l’aveva in cura, nel giorno del compleanno di lei.
Forse allora l’incubo dell’uccisione del fanciullo è la riedizione di un dramma mitico, eterno… che nessuno ricorda più… ma che non è morto: vive nei sogni e nelle patologie della psiche moderna.
Forse è l’immagine di un rito di passaggio che l’umanità vive da sempre (e sempre vivrà): il passaggio dall’età puerile a quella adulta… Un’immagine che è percepibile solo a chi si trova nella situazione di impellente necessità di attuare un cambiamento radicale della propria vita, un cambiamento che necessita un sacrificio, la cui non attuazione comporta la definitiva morte psichica o… fisica!
Il fanciullo è divino (eterno) perché in verità la sua uccisione è il presupposto perché la vita si rinnovi: da sempre il passaggio alla vita adulta è drammatico, ma foriero di un futuro più appagante della stagnante coppia madre/figlio.
Verona, 29/8/2007 [1] Jung C. G., Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, 2000 [2] Hillman J., Puer aeternus, Adelphi, 2000
[3] Neumann E., Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, 1978
Pubblicato su Infermierionline.net il g. 14.09.2007 . Copyright © AIOL 2007 |
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