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Il Profilo dell'infermiere (D.P.R. n°739/94)
definisce l'assistenza infermieristica preventiva, curativa e riabilitativa,
di natura tecnica, relazionale, educativa.
Considerate le competenze, quali tecniche
individuare ad uso dell'infermiere in psichiatria è una domanda che non ha
ancora ottenuto una risposta definitiva, una domanda spesso ignorata o
taciuta, come spesso avviene di fronte a questioni difficili, controverse e
non ancora risolte.
Sono presenti nell'universo infermieristico
diverse opinioni in merito, le quali finora hanno permesso un ampio e
articolato dibattito interno e creato un consenso professionale soprattutto
nella condivisione di alcuni assunti teorici provenienti dal campo della
Psicologia.
Studi nel campo della psicologia, infatti,
hanno evidenziato quanto la "relazione affettiva" sia inevitabilmente
presente e rilevante all'interno di quei rapporti che pur non potendo
definirsi tout-court "psicoterapeutici" in senso stretto, sono però
senz'altro "terapeutici" in senso lato: il rapporto infermiere-paziente è
certamente e prevalentemente uno di questi.
Nel processo assistenziale si osserva che "è la
qualità del nursing ad essere terapeuticamente decisiva": lo è per il
paziente, poiché un buon accoglimento e una comprensione dei suoi bisogni
hanno una notevole rilevanza sull'adesione e sull'efficacia del progetto
terapeutico; lo è per l'infermiere, poiché ciò comporta un "ritorno"
positivo in termini di riconoscimento e gratificazione personale.
Inoltre, l'interiorizzazione e l'attitudine
all'atteggiamento di tipo introspettivo-psicologico facilitano notevolmente
la stessa relazione infermiere-paziente e lo "stare con" il paziente che è
il presupposto all'ascolto empatico, alla comprensione e quindi all'aiuto;
quest'ultimo è un elemento essenziale del "nursing process" non solamente
nei servizi di salute mentale.
Il suffisso "psi" possiamo dunque aggiungerlo
al secondo termine della parola "relazione terapeutica", che diventa perciò
"relazione psicoterapeutica", quando l'infermiere risponde alle richieste
del paziente seguendo modalità che favoriscano un cambiamento interno oltre
che esterno. Questo avviene in senso costruttivo, ad esempio, quando
l'infermiere affronta il senso di solitudine del paziente e le sue angosce
sulla base di un'identificazione con lui, con i suoi bisogni, oppure quando
esiste una situazione di depressione o disperazione per il perdurare della
"malattia" nonostante i trattamenti.
Tuttavia, perché il paziente risponda a quest'intervento
occorre che l'infermiere tenga presenti alcune condizioni: devono sussistere
nel paziente residue potenzialità di elaborazione delle difese nonché di
contatto con la realtà.
Nella prassi quotidiana
l'utilizzo della funzione psicoterapeutica connessa all'elaborazione del
passato è stata utilizzata e riportata dai colleghi infermieri in alcuni
interessanti lavori (Gnocchi, Memmi, Tacchini, 1993).
L'aiuto a ricordare ciò che è stato realizzato
di "buono" dalla persona prima della malattia, permette di alimentare la
speranza che qualcosa di positivo può ancora esserci. Quest'intervento,
ottiene due risultati: "offrire speranza" in risposta all'aspettativa che il
paziente avverte d'essere capace di modificare la percezione d'inutilità e i
suoi rapporti con gli altri senza tuttavia possedere i mezzi per attuare
tutto ciò; inoltre si può "creare un'alleanza" per attivare capacità residue
permettendo un successivo lavoro riabilitativo.
Le tecniche infermieristiche basate
sull'approccio "problem-solving" permettono di promuovere le aspettative
positive insegnando al paziente ad identificare piccoli problemi che possono
essere risolti nell'immediato e così consentirgli, sulla base dei successi
ottenuti, di sviluppare la fiducia in se stesso e la capacità di affrontare
problemi più gravosi.
Naturalmente, si deve prevedere di utilizzare
le persone significative nella vita del paziente come risorse per
condividere gli obiettivi e per fornirgli il riconoscimento della sua
potenzialità nel cambiamento dello stile di vita: ciò favorisce la
percezione positiva di non sentirsi mai solo.
Fin qui, abbiamo accennato "come" un nursing a
sfondo psicoterapico possa fare riferimento anche a "tecniche" specifiche
per l'appunto, offrendo delle risposte molto adeguate ai bisogni del
paziente.
Oggi giorno, tuttavia, l'infermiere, il suo
ruolo, le tecniche di sua competenza sembrano dover inevitabilmente andare
incontro e fare i conti con un'evidente contraddizione:
a.
Da un lato:
L'infermiere che lavora in un servizio di
salute mentale, messo a confronto con i bisogni particolari del paziente
psichiatrico, si vede costretto, sia pure per esigenze istituzionali sia per
un'errata autoconferma del proprio ruolo classico, a non esulare troppo da
quelle che sono le funzioni specifiche, magari limitando la propria attività
agli aspetti tradizionali del nursing, scontando così il rischio di
sotto-occupazione e burn out personale.
b.
Dall'altro lato:
L'infermiere "tradizionale" non può sconfinare
nel rapporto con il paziente, in un intervento tecnico di lavoro e
comunicazione fatto in setting troppo "strutturati", che costituirebbero, di
fatto, una vera e propria psicoterapia, perché così facendo correrebbe il
rischio opposto, quello di entrare in un ruolo non suo, mal definibile.
Di fronte a questo problema, quindi "dove" e
"come" l'infermiere deve "fermarsi con il paziente" in un servizio di
salute mentale, all'interno di un nursing a sfondo psicoterapico?
L'assistenza infermieristica in psichiatria al
di fuori degli aspetti biologici e organicistici è basata prevalentemente
sulle relazioni:
-
Infermiere-paziente
-
Paziente-familiari
-
Infermiere-familiari
Un nursing "fortemente"
psicoterapico introdurrebbe di certo in un campo di rapporti già
aggrovigliati un'altra solida relazione terapeutica "infermiere-paziente" ma
verrebbe ad interagire con le altre già esistenti, accrescendo il rischio di
confusione.
Quanto alle difficoltà nel tracciare "una linea
di confine" basta considerare che, mentre le tecniche d'ordine materiale
sono facilmente descrivibili, elencabili, distinguibili, tutt'altro può
dirsi per le tecniche d'ordine psicologico e relazionale.
Vorrei quindi concludere
affermando che non ritengo che l'infermiere, quand'anche lavori in un
servizio di salute mentale, debba "fare lo psicologo" o cimentarsi in
tecniche non proprie del suo profilo, però certamente può aspirare ad
"esserlo un po'" e mantenere ed accrescere continuamente, per quanto
possibile, anche grazie alla formazione, tutte le capacità personali per
"stare con il paziente" ed essere autenticamente un "facilitatore di
relazioni evolutive".
In questo senso ritengo importante per
l'infermiere di cogliere l'opportunità, più che il vincolo, della pratica di
un nursing a sfondo "psicoterapico", ricollegandomi così idealmente e
rispondendo al quesito posto all'inizio, che è anche il titolo di questa
relazione.
Bibliografia
Gnocchi E, Memmi V, et al. Nuovi Modelli di
intervento dell’infermiere psichiatrico. Bollati Boringhieri, Torino,
1993
Ugolini L. L’infermiere professionale in
psichiatria. Crisi o evoluzione del ruolo?. Atti del Convegno
Internazionale “Psichiatria in Europa oggi: nuovi modelli di assistenza
infermieristica”, Segrate, 1996
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