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Con
riferimenti semiseri alla cibernetica e alla
<<Teoria
della società>>
di N. Luhmann.
Il lavoro con
situazioni multiproblematiche, come avviene nell'ambito psichiatrico, per lo
più in contesti rigidamente burocratici, espone l'infermiere a momenti di
forte esaltazione e a periodi di buia depressione. Come attrezzarsi per
sopportare e dare un senso a situazioni assistenziali per molti versi
assurde e insostenibili, a prima vista senza vie d'uscita? In ogni caso, lo
scotto più alto in tutto questo non è solamente quello pagato
dall'infermiere.
Per non cadere
in tale rischio può rivelarsi utile una strategia irriverente.
Premessa
epistemologica
Questa
riflessione nasce sia dall'esigenza di riflettere sulla qualità
assistenziale presente nell’area specialistica in cui svolgo la mia attività
di coordinatore infermieristico, sia anche dal bisogno di sdrammatizzare e
alleviare il peso quotidiano di un lavoro sanitario e socio-assistenziale,
che storicamente nell'ambito della psichiatria è sempre stato un po' il
<<ricettacolo>> delle sfortune, fallimenti e delle ingiustizie umane.
Non ho la
presunzione né di teorizzare a riguardo delle ricerche fatte da Luhmann
(1927-1998, docente di sociologia presso l’Università di Bielefeld,
Germania), né tanto meno di offrire risposte tecniche alle problematiche
incontrate quotidianamente dagli infermieri psichiatrici.
La
considero una sorta di <<strategia irriverente>> di sopravvivenza alle
ansie e tensioni lavorative. E' un ridere delle mie pretese, ridere di ciò
che la complessità, la <<leggerezza>> della vita, i <<segnali>> del destino
mi propongono ogni giorno. E' un ironizzare sul mio senso di onnipotenza per
imparare a godere dei miei limiti, è un modo per <<vivere>> anziché
solamente per <<non morire>>.
Questa
mia <<narrazione>> non ha il fine di imporre un radicale spostamento del
proprio punto di vista rispetto agli approcci - anche sistemici - cui magari
è famigliare, ma solamente quello di essere un semplice preambolo di tesi
affascinanti, un invito alla curiosità e a fare delle nuove ipotesi. Lascio
allo stesso lettore ogni giudizio in proposito.
Il mondo della
realtà
La teoria
della società di Luhmann si rifà alla corrente costruttivista radicale,
secondo la quale <<il mondo è il risultato di processi interni>> tramite i
quali la realtà è osservata e costruita da ciascun individuo. Se ne deduce
che l'attività di <<conoscenza>> non è descrizione di una realtà oggettiva e
vera, ma sempre descrizione di <<quanto osservato da>>, così come
l'osservatore è il terzo escluso del suo osservare, poiché non può vedere se
stesso mentre opera.
Con ciò
Luhmann non intende tanto negare l'esistenza di un mondo esterno, ma
piuttosto sottolineare l'impossibilità di conoscerlo al di fuori della
nostra esperienza soggettiva e individuale.
Traslato
nel nostro campo, questo significa che costantemente in ogni <<diagnosi
infermieristica>>, così come in ogni interpretazione o lettura di eventi
sociali (da quelli che concernono il mondo a quelli di individui singoli),
entra in gioco la diretta esperienza personale, anche al di là del nostro
ruolo di terapeuti-operatori. Il nostro essere uomini, padri, mariti o
donne, mogli, madri, figli, lavoratori, anziani, giovani, ecc., ogni nostra
esperienza, ostacolo, fallimento, successo, con la memoria biologica di ciò
che ha lasciato, ci condiziona quando entriamo in contatto con la vita e
l'esperienza di soggetti che sono altro da noi.
E' perciò
sempre con la nostra storia che osserviamo e descriviamo la storia e
l'esperienza di utenti che sono altro da noi (Luhmann usa il termine
osservare con l'accezione specifica di fare delle distinzioni e
indicare).
Questa
consapevolezza, se da un lato ci permette di differenziarci come infermieri
e come persone, dall'altro rende la relazione e l'operare con l'utente molto
più complicati, incerti, difficili: che cosa è più giusto? Che cosa è
sbagliato e per chi è giusto, per chi è sbagliato? Chi sono i cattivi e i
buoni? Esistono i cattivi e i buoni? Chi sono i bugiardi e i sinceri? Che
cosa pensare di utenti che un giorno ti sembrano noiosi, ripetitivi, fatui o
addirittura aggressivi perché ti chiedono aiuto con decisione e il giorno
successivo, incontrandoli casualmente per strada, le stesse persone ti
sembrano inaspettatamente vitali, astute e capaci? E come coordinare tutto
ciò con le visioni dell'uomo e del mondo che ogni singolo membro dell'équipe
ha e vuole trasmettere agli altri?
Questi
sono i momenti in cui mi sento disorientato e dubbioso: mi mancano
riferimenti stabili, certezze, punti fissi con l'appoggio dei quali
muovermi, decidere, scegliere.
Per dirla
con Luhmann, la questione non è solamente più confermare o disconfermare
verità assolute, ma migliorare la nostra capacità di cogliere e ridurre la
complessità del mondo che ci circonda.
La prima
operazione che ci può aiutare è <<distinguere>>, ossia individuare anche
piccoli segnali di diversità dentro al <<groviglio>> della <<complessità>>:
si tratta di tracciare una distinzione tra ciò che si vuole osservare ed
estrapolare e ciò che, in quel momento, può rimanere sullo sfondo (come
quando si mette a fuoco l'obiettivo della macchina fotografica per
riprendere, nell'immensità del panorama, l'immagine specifica che ci
interessa).
La nostra
pratica giornaliera ha a che fare con delle situazioni multiproblematiche,
individui pluripatologici, sistemi familiari inesistenti, interventi di
aiuto invischiati in nodi burocratici, economici, amministrativi, politici.
Insomma si ha spesso la sensazione che si potrebbe fare di tutto e di più (e
allora il problema é: come scegliere fra così tante possibilità?) oppure,
all'opposto, che non si può fare nulla (e allora che cosa ne facciamo del
nostro senso di impotenza?).
In
entrambi i casi una delle sensazioni prevalenti é quasi sempre lo
smarrimento, il disorientamento che sono poi effetti inevitabili
dell'operare quotidiano con la complessità, poiché essa implica sempre
l'accettazione del rischio e la possibilità dell'errore: non è possibile
salvare tutto e tutti, è assurdo pretendere da se stessi e dagli altri
armonia, purezza, coerenza. Ha più senso invece attrezzarsi per
<<sopportare>> gli errori, identificandoli, tornando indietro, recuperando e
riconsiderando possibilità scartate poiché sembravano inadeguate e
soprattutto... giocare a trasformare ciò che ci appare impossibile in
qualcosa che sia invece realizzabile e dunque <<possibile>>.
Attrezzarsi a sostenere rischi ed errori implica anche accettazione dei vari
<<tradimenti>> (Luhmann la indica come una questione di <<contingenza>>):
ogni operazione, sebbene selezionata in maniera <<sensata>>, comporta il
rischio che si attuino e realizzino possibilità diverse da quelle previste,
desiderate, volute..., soprattutto quando va a coinvolgere qualcuno che è
altro da noi.
La presa
di coscienza di tutto ciò, potrebbe evitarci il burn out e diventare un
inizio più fecondo.
Senso e
complessità
Il senso
è la forma umana di elaborazione dell'esperienza: per sopravvivere l'essere
umano è obbligato a ridurre la complessità riportando tutto entro una
propria individuale dimensione di senso. Secondo Luhmann, tra le molte
possibilità previste e offerte dall'ambiente ogni sistema seleziona e
sceglie ciò che per lui è più possibile e realizzabile.
Con
questa modalità il sistema si garantisce dunque dei confini tra sé e
l'ambiente. Infatti ogni sistema sembra ad un osservatore esterno aperto
verso l'ambiente, perché ha bisogno di garantirsi sempre nuove e ampie
possibilità di scelta, ma, al tempo stesso, autopoietico, riproducendo da
solo le unità in cui consiste per delimitarsi dall'ambiente, ed
operazionalmente chiuso, poiché ha pure bisogno di essere indipendente, cioè
deve poter operare autonomamente le proprie scelte di senso.
Luhmann
non si riferisce direttamente al sistema <<essere umano>>, facendo lui
<<sparire>> l'uomo in tre sistemi totalmente separati, anche se
compenetranti e coevolventi, (sistema biologico, di coscienza e
comunicativo), ma, considerando i numerosi esempi quotidiani della mia
pratica di lavoro riabilitativo in ambito psichiatrico, ho tentato una sorta
di riflessione parallela forse solamente un po' estrema.
Tuttavia
poiché raramente ho finito per convincermi di aver avuto a che fare con un
utente sicuramente masochista (anche se può succedere), posso però affermare
che qualunque sia stato il suo agire, sebbene ci sembri assurdo, avrà
sicuramente un senso per lui. L'operazione non è, dunque, convertire dal
generico <<non senso>> al <<senso unico>>, ma piuttosto approfondire
ulteriormente il significato che lui ha scelto e dato al suo agire. Mi
riferisco a quando, avuta la fiducia, utilizzati i momenti di riflessione,
ottenuti degli aiuti, l'utente che si è rivolto a noi promettendoci
collaborazione, rifiuta il nostro progetto di cambiamento e decide di
continuare a fare di testa sua. La sua autonomia ci sfida continuamente e ci
mette in scacco: <<Perché, se non faccio ciò che voi mi dite, che cosa
succede?>>; <<Voi fate pure, poi io vedrò se regolarmi di conseguenza>>,
ecc.
Perché,
peculiarmente per chi opera nell'ambito psichiatrico, non pensare all'utente
come ad una sorta di sistema aperto alla struttura (comunità, ambulatorio,
reparto, ecc.), ma, al tempo stesso, operativamente chiuso alla struttura?
Perché non riconoscere mai il bisogno dell'utente di <<difendersi>> dal
potere degli operatori sanitari?
Ciò che a
noi appare <<sbagliato>>, illogico, inutile, dannoso, sovente non è altro
che qualcosa che esce dai nostri confini di senso. Il senso attribuibile a
pensieri, informazioni, comportamenti, e scelte è del tutto soggettivo, a
volte generalizzabile, ma comunque sempre unico, personale.
Se gli
infermieri accettano dunque questo diritto del cittadino
all'autodeterminazione (rientra nella deontologia professionale di ogni
operatore sanitario e sociale), dovrebbero concretamente rispettare a priori
la scelta, ad esempio, di molti utenti che si sentono <<guariti>> di non
frequentare per un certo periodo i servizi di salute mentale così come
invece la scelta di molti degenti degli ex ospedali psichiatrici di
rinunciare alla libertà di una propria casa (per non affrontare nuovamente
luoghi sconosciuti). In sostanza dovremmo accettare di stare <<fuori>>, di
essere <<esclusi>> dalle scelte di vita altrui perché niente che non sia il
nostro punto di vista ci può dire che sono scelte giuste o sbagliate.
Senso e
comunicazione
Tra i
concetti chiave che Luhmann sviluppa attorno al tema della comunicazione e
dei sistemi sociali, vi è quello dei cosiddetti <<significati aperti>>. La
comunicazione non ha a che fare con <<le cose>> e, dunque, dà la possibilità
a entrambi i <<sistemi comunicanti>> di contribuire alla costruzione della
realtà con il massimo di libertà possibile. Nella prassi di lavoro presente
nelle strutture psichiatriche con utenti diversi, appartenenti cioè a varie
culture o semplicemente aventi visioni del mondo visibilmente altre, la
comunicazione attorno ai significati aperti è presupposto <<sine qua non>>
per l'efficacia di un qualsiasi intervento. Di fronte a tanta diversità
l'infermiere finisce per arrendersi all'evidenza: è impossibile attribuire
significati a parole, comportamenti, azioni, a prescindere dal confronto e
dal coinvolgimento diretto dell'altro, è impossibile <<presumere>> i
significati.
Si deve
quindi <<ripiegare>> sul fatto che le possibili soluzioni e gli interventi
riguardanti qualsiasi situazione assistenziale, più che pianificati
organizzativamente vanno <<convenuti>> e costruiti con l'utente, secondo la
creazione di codici della comunicazione e il coordinamento di significati
che sono condivisi per entrambi i due (come per trovare affiatamento in una
danza di coppia continua) nel gioco delle doppie contingenze.
A tal
proposito sono molte le sorprese, almeno nella mia esperienza quotidiana. Un
ragazzo pakistano, studente in Italia, ricoverato con un trattamento
sanitario obbligatorio presso un reparto psichiatrico e contenuto a letto,
rifiuta da giorni di farsi lavare dagli infermieri in turno e si oppone
supplicando e minacciando ad ogni loro tentativo (giustificato per motivi
igienici) di intervento; dopo quattro giorni si presenta il fratello e in
sua presenza, con il suo aiuto, accetta di farsi tranquillamente un bagno.
La sua delega delle attività igieniche unicamente ad un famigliare maschile
lo fa automaticamente diventare un utente <<non collaborante>>? Si può
parlare di <<personalità aggressiva>>? Oppure può essere, considerata le
difficoltà di comprensione dovuta alla lingua diversa, il tentativo di
comunicare l'esistenza di un'osservanza religiosa del suo Paese da
rispettarsi? Oppure...
E ancora:
una coppia marocchina in cui ogni decisione deve avere il benestare
dell'uomo, in cui una donna per avere dei colloqui con gli operatori del
Centro di salute mentale deve accettare di parlare solamente con operatori
donne. Si può affermare che la donna ha bisogno di emanciparsi? Nella nostra
cultura occidentale una tale suddivisione dei ruoli e sottomissione
rappresenta ingiustizia, ma per quella donna può essere invece
tranquillamente vivibile. Non sarebbe pericoloso un tentativo degli
operatori di infrangere tali regole sociali condivise?
E che
cosa ci dice poi che un tale tipo di comunicazione attorno ai significati
aperti abbia un senso solo principalmente nel lavoro con l'utenza straniera
cioè con i non nativi? Ogni utente non è comunque, a priori, <<altro>> da
noi e quindi <<diverso>>, <<non nativo>>, <<straniero>>? Gli antropologi
oggi considerano qualsiasi individuo (indipendentemente dalla sua
cittadinanza civile) nativo nella propria cultura... E noi infermieri?
La scelta
di un tale approccio da parte degli infermieri amplifica però il problema
della <<sincerità>>: nessun processo di comunicazione è in grado di
controllare la veridicità dei simboli e dei significati attribuiti ai
simboli da ciascun soggetto comunicante. Al massimo, con un enorme sforzo di
équipe si può osservare se tra le due black box comunicanti prevalgono certi
<<codici>> o altri. Così come una società può premiare la sincerità e può
chiedere che alla base di ogni comunicazione vi sia fiducia, ma purtroppo
non può garantire e assicurare né l'una né l'altra.
Non c'è
dunque niente che ci permetta di fare in modo che l'utente, psichiatrico o
no, ci dica la verità. Possiamo però iniziare a fare chiarezza almeno su ciò
che è in nostro potere, cioè ciò che riguarda noi infermieri psichiatrici:
qual'è il ruolo che possiamo giocare? Quali sono i sentimenti che l'aiuto
degli altri ci mobilita? Che cosa ci aspettiamo che l'altro faccia o pensi o
dica? Di che cosa abbiamo bisogno per stare bene e sentirci a nostro agio in
quella relazione? E' così via dicendo. Dopodiché ognuno è legittimato a fare
il proprio gioco: l'utente a ottenere prestazioni sanitarie per vivere
meglio, l'infermiere ad ottimizzare le risorse disponibili per sostenere il
maggior numero di persone possibili.
Cambiamento ed
evoluzione
Evoluzione, sviluppo, crescita, cambiamento, sono parole di uso e abuso
quotidiano nell'ambiente di lavoro sanitario nei riguardi dell'utenza
psichiatrica: riferimento di senso fondamentale, meta ambiziosa e fonte di
frustrazione e burn-out. Si finisce fatalmente per dividersi tra <<chi ci
crede sempre>> (infermieri illusi) e chi <<non ci crede più>> (infermieri
disfattisti).
Dobbiamo,
possiamo, giustificarci? E' sufficiente che rimaniamo ciò che siamo o non
dobbiamo invece mai smettere di divenire qualcos'altro? Ma in che misura
possiamo diventare qualcos'altro senza tradire il nostro essere? E se siamo
coerenti con il nostro modo di essere in che misura possiamo divenire
qualcos'altro?
Mi viene
in mente il caso di un utente dell'ex ospedale psichiatrico, etilista e
forte scialacquatore, opportunamente lasciato dagli operatori con pochi
soldi in tasca, che compie dei piccoli furti, e che ogni qualvolta viene
puntualmente scoperto, sanzionato e costretto al risarcimento giustifica il
suo modo di essere imputandolo provocatoriamente all'assenza di fiducia nei
suoi riguardi e mancanza di soldi con cui pagare. In lui quanto c'è di sano
e quanto di malato? In che misura potrà mai divenire qualcos'altro? E se lo
diventasse evolvendosi, sarebbe poi ancora così considerato, e considerato
come se stesso dagli altri? Oppure dovrebbe ancora adeguarsi...
Luhmann
associa il problema dell'evoluzione e del cambiamento di ogni sistema al
bisogno di risolvere il cosiddetto <<paradosso della probabilità
dell'improbabile>>: evolutivo sarebbe, dunque, un processo attraverso il
quale l'utente può aumentare i presupposti che reggono un certo tipo di
ordine. In poche parole, un processo evolutivo deve garantire che
l'improbabile possa diventare probabile.
In questo
caso il <<nuovo>> (il probabile) non nasce dall'incontro di elementi vecchi
combinati tra loro e compatibili, il nuovo non si aggiunge al vecchio, ma
nasce da un continuo movimento di differenziazione che crea dissonanze e
stonature nel vecchio ordine; si rompe il vecchio per liberare il nuovo.
Nel campo
socio-assistenziale il processo evolutivo deve essere un processo creativo e
la creatività non è certo favorita né dall'avere mete prestabilite
(pianificazione esasperata) né dal dover garantire che il nuovo si adatti al
vecchio (omologazione e spersonificazione). Luhmann infatti sostiene che non
si può presupporre dove un sistema si troverà in futuro. Dunque...
Il
presupposto è che ogni esperienza è tanto più evolutiva quanto più è libera
da vincoli, ossia quante più <<cose>> sono possibili, quante più alternative
esperienziali sono disponibili e realizzabili.
E non è
forse questo lo scopo e il senso dello <<sperimentare>>? E qual é nelle
strutture psichiatriche lo spazio <<concesso>> alla sperimentazione? Che
possibilità hanno i nostri utenti di sperimentare soluzioni autenticamente
alternative ai loro problemi? Quale margine di errore è concesso al loro
agire? Che possibilità di crescita reciproca ci può essere in una relazione
(infermiere-utente) in cui tutta o buona parte dell'energia è giocata sul
dare <<la risposta esatta>>, sul rispettare totalmente i <<tempi
assistenziali>>, gli <<ordini impartiti>> e il <<budget a disposizione>>,
sull'evitare accuratamente tutti i conflitti, disarmonie, rotture,
disgregazioni, incongruenze, ecc.?
E
l'infermiere psichiatrico? Non rischia di chiedere ed esigere troppa
coerenza, armonia, perfezione dagli altri e da se stesso? Quanto riusciamo a
perdonarci o a sorridere delle nostre imperfezioni, dei tradimenti del
nostro <<essere>> e del nostro agire?
Mentre
noi ci dilaniamo alla ricerca del perché il mondo è imperfetto e ingiusto,
le cose vanno avanti per conto loro, molto ci sfugge di mano.
Eppure
noi infermieri psichiatrici sappiamo come le cose dovrebbero andare, noi
sappiamo come potrebbero essere risolti i problemi, noi sapremmo mettere le
cose e le persone al posto giusto. Noi sapremmo come garantire armonia,
sintonia di intenti tra bisogni e desideri delle persone, noi sapremmo come
fare ad <<abbellire il mondo>>, siamo stati creati per questo. Ma purtroppo
non tutti scelgono contemporaneamente l'ordine, l'amore, la bellezza.
Purtroppo o per fortuna?
Pianificare un tale processo di cambiamento è pressoché inutile se non
impossibile; i nostri progetti di sviluppo o di riabilitazione assomigliano
a tabelle di marcia per uomini <<dalla mentalità vincente>>, niente che dia
spazio alle numerose <<irriverenze umane>>.
Disintegrazione e cooperazione
Pure in
questo caso, visto che mi occupo di diversità, marginalità, alienazione e
dintorni, sono stato tentato di utilizzare la teoria di Luhmann a proposito
di problemi legati alla conflittualità tra culture, alle intolleranze
interpersonali, alla convivenza tra diversità.
Uno degli
aspetti più stimolanti che capovolgono l'approccio assistenziale classico
alla malattia mentale mi è sembrato il modo in cui Luhmann si è avvicinato
al problema della integrazione; l'integrazione non è condizione migliore
della disintegrazione, né un vincolo per difendersi dalla minaccia di vedere
minata la propria unità. Sembra dunque un approccio che evita ogni
riferimento morale, normativo, e doveristico nei confronti degli individui.
Oltre agli appelli alla libertà, alla giustizia e all'uguaglianza, la teoria
di Luhmann offre dunque un'ulteriore opportunità: poiché integrazione è
riduzione del grado di libertà di ogni sistema (per il fatto che esso deve
la sua possibilità di sopravvivenza alla società globale della quale fa
sempre parte e alla quale partecipa), il principale problema della società
complessa non è <<come raggiungere un alto livello di integrazione>> (e
quindi di riduzione delle libertà), ma piuttosto <<come raggiungere un
sufficiente e sensato grado di disintegrazione>> (ossia di autonomia delle
differenze).
Questo
principio, se applicato alle relazioni che avvengono all'interno dei gruppi
di persone, può significare che l'armonia, la collaborazione e la convivenza
sono proponibili e meglio realizzabili là dove le differenze sopravvivono
autonomamente, ossia allorché ogni differenza è riconoscibile e può vivere
di vita propria indipendentemente dalla vita e dalla sopravvivenza di altre
identità.
In un
ambito comunitario qualsiasi l'autonomia di ogni utente non è quindi
sinonimo di <<separatezza>>, di disunione e confusione: ogni legame di
interdipendenza, ogni collegamento, ogni collaborazione tra <<identità
diverse>> rappresenta in questo modo una scelta.
Di fronte
al problema dei conflitti e delle intemperanze tra individui, come in ambito
lavorativo nei rapporti tra operatore-operatore e operatore-utente, acquista
prioritaria importanza il diritto all'autonomia e quindi alla distinzione,
alla differenziazione di ogni singola identità sociale. Dove invece c'è
spinta eccessiva all'integrazione, all'omologazione e all'accorpamento c'è
sempre conflitto. C'è conflitto perché ogni sistema è costretto ad investire
tempo, energie e risorse per gestire i disaccordi, piuttosto che indirizzare
le stesse energie in attività costruttive rivolte a sé e/o all'altro
distinto da sé.
I
problemi allora diventano: come garantire chiarezza e trasparenza ai confini
che permettono di riconoscere le caratteristiche e il potere di ciascuna
entità differenziata? Quale possibilità esiste che i soggetti contrattino,
là dove vivono, i confini (comprensivi di responsabilità e poteri) della
loro autonomia e della loro identità? Come garantire un maggior numero di
opportunità a disposizione dei cittadini per risolvere problemi, soddisfare
bisogni, realizzare idee, ecc. Un problema complesso richiede una risposta
complessa e una risposta è complessa quando apre possibilità di soluzione in
direzioni diverse, anche conflittuali tra loro.
Come
evitare, ad esempio, che il cittadino malato di mente, anello più debole
rispetto ad altri soggetti come il mondo del lavoro, della burocrazia e
della politica, <<subisca>> per primo, se non unico, le richieste di
<<adeguamento>> e di riduzione del suo grado di libertà in funzione del
continuo assestamento tra gli altri soggetti? Anche l’organizzazione
<<efficiente>> dei servizi psichiatrici non dovrebbe avvenire a discapito
degli utenti...
E,
infine, gli infermieri (non sono i soli), le cui identità professionali più
che darsi dei confini e riconoscersi dei limiti sembrano sempre più
<<accavallarsi>> e <<cumularsi>>, anche con quelle di altre figure, possono
rinunciare a ruoli di onnipresenza e onnipotenza?
Difficilmente. In fondo noi <<angeli assistenziali>> siamo dei sognatori,
amiamo prevalentemente le storie a lieto fine...
BIBLIOGRAFIA
- Baraldi C.,
Corsi G., Esposito E., Glossario dei termini della teoria dei sistemi di
N. Luhmann, Montefeltro, Urbino 1990.
- Cellini M.,
Un approccio irriverente alle ansie dell'operatore, Animazione
sociale, 6-7 1995.
- Fascio V.,
Appunti sulla <<Comunicazione
e i sistemi sociali>>
del Dott. Speranza A.,
II° Corso di Specializzazione in assistenza psichiatrica - Regione
Lombardia, Cernusco (Mi) 1994.
- Grumi A.,
Paolini L., Dispensa sulla
<<Teoria
della società>>
di N. Luhmann.
- Luhmann N.,
Teoria della società, Franco Angeli, Milano 1992.
- Luhmann N.,
Comunicazione ecologica, Franco Angeli, Milano 1992.
* * *
Valter Fascio,
Ip/Afdi Specializzazione in assistenza nella salute mentale, Docente
Universitario di nursing psichiatrico Università A. Avogadro di Novara ,
CPSE/Coordinatore e Animatore di formazione aziendale, D.S.M. 5/A - A.S.L. 5
Collegno (To).
Pubblicato su InfermieriOnline il
08.07.03 |