IRRIVERENZA. UNA STRATEGIA DI SOPRAVVIVENZA PER GLI INFERMIERI PSICHIATRICI

A cura di Valter Fascio

 

Con riferimenti semiseri alla cibernetica e alla <<Teoria della società>> di N. Luhmann.

Il lavoro con situazioni multiproblematiche, come avviene nell'ambito psichiatrico, per lo più in contesti rigidamente burocratici, espone l'infermiere a momenti di forte esaltazione e a periodi di buia depressione. Come attrezzarsi per sopportare e dare un senso a situazioni assistenziali per molti versi assurde e insostenibili, a prima vista senza vie d'uscita? In ogni caso, lo scotto più alto in tutto questo non è solamente quello pagato dall'infermiere.

Per non cadere in tale rischio può rivelarsi utile una strategia irriverente.

Premessa epistemologica                                                                                                            

    Questa riflessione nasce sia dall'esigenza di riflettere sulla qualità assistenziale presente nell’area specialistica in cui svolgo la mia attività di coordinatore infermieristico, sia anche dal bisogno di sdrammatizzare e alleviare il peso quotidiano di un lavoro sanitario e socio-assistenziale, che storicamente nell'ambito della psichiatria è sempre stato un po' il <<ricettacolo>> delle sfortune, fallimenti e delle ingiustizie umane.

     Non ho la presunzione né di teorizzare a riguardo delle ricerche fatte da Luhmann (1927-1998, docente di sociologia presso l’Università di Bielefeld, Germania), né tanto meno di offrire risposte tecniche alle problematiche incontrate quotidianamente dagli infermieri psichiatrici.

     La considero una sorta di <<strategia irriverente>> di sopravvivenza  alle ansie e tensioni lavorative. E' un ridere delle mie pretese, ridere di ciò che la complessità, la <<leggerezza>> della vita, i <<segnali>> del destino mi propongono ogni giorno. E' un ironizzare sul mio senso di onnipotenza per imparare a godere dei miei limiti, è un modo per <<vivere>> anziché solamente per <<non morire>>.

     Questa mia <<narrazione>> non ha il fine di imporre un radicale spostamento del proprio punto di vista rispetto agli approcci - anche sistemici - cui magari è famigliare, ma solamente quello di essere un semplice preambolo di tesi affascinanti, un invito alla curiosità e a fare delle nuove ipotesi. Lascio allo stesso lettore ogni giudizio in proposito.

Il mondo della realtà

     La teoria della società di Luhmann si rifà alla corrente costruttivista radicale, secondo la quale <<il mondo è il risultato di processi interni>> tramite i quali la realtà è osservata e costruita da ciascun individuo. Se ne deduce che l'attività di <<conoscenza>> non è descrizione di una realtà oggettiva e vera, ma sempre descrizione di <<quanto osservato da>>, così come l'osservatore è il terzo escluso del suo osservare, poiché non può vedere se stesso mentre opera.

     Con ciò Luhmann non intende tanto negare l'esistenza di un mondo esterno, ma piuttosto sottolineare l'impossibilità di conoscerlo al di fuori della nostra esperienza soggettiva e individuale.

     Traslato nel nostro campo, questo significa che costantemente in ogni <<diagnosi infermieristica>>, così come in ogni interpretazione o lettura di eventi sociali (da quelli che concernono il mondo a quelli di individui singoli), entra in gioco la diretta esperienza personale, anche al di là del nostro ruolo di terapeuti-operatori. Il nostro essere uomini, padri, mariti o donne, mogli, madri, figli, lavoratori, anziani, giovani, ecc., ogni nostra esperienza, ostacolo, fallimento, successo, con la memoria biologica di ciò che ha lasciato, ci condiziona quando entriamo in contatto con la vita e l'esperienza di soggetti che sono altro da noi.

     E' perciò sempre con la nostra storia che osserviamo e descriviamo la storia e l'esperienza di utenti che sono altro da noi (Luhmann usa il termine osservare con l'accezione specifica di fare delle distinzioni e indicare).     

     Questa consapevolezza, se da un lato ci permette di differenziarci come infermieri e come persone, dall'altro rende la relazione e l'operare con l'utente molto più complicati, incerti, difficili: che cosa è più giusto? Che cosa è  sbagliato e per chi è giusto, per chi è sbagliato? Chi sono i cattivi e i buoni? Esistono i cattivi e i buoni? Chi sono i bugiardi e i sinceri? Che cosa pensare di utenti che un giorno ti sembrano noiosi, ripetitivi, fatui o addirittura aggressivi perché ti chiedono aiuto con decisione e il giorno successivo, incontrandoli casualmente per strada, le stesse persone ti sembrano inaspettatamente vitali, astute e capaci? E come coordinare tutto ciò con le visioni dell'uomo e del mondo che ogni singolo membro dell'équipe ha e vuole trasmettere agli altri?

     Questi sono i momenti in cui mi sento disorientato e dubbioso: mi mancano riferimenti stabili, certezze, punti fissi con l'appoggio dei quali muovermi, decidere, scegliere.

     Per dirla con Luhmann, la questione non è solamente più confermare o disconfermare verità assolute, ma migliorare la nostra capacità di cogliere e ridurre la complessità del mondo che ci circonda.

     La prima operazione che ci può aiutare è <<distinguere>>, ossia individuare anche piccoli segnali di diversità dentro al <<groviglio>> della <<complessità>>: si tratta di tracciare una distinzione tra ciò che si vuole osservare ed estrapolare e ciò che, in quel momento, può rimanere sullo sfondo (come quando si mette a fuoco l'obiettivo della macchina fotografica per riprendere, nell'immensità del panorama, l'immagine specifica che ci interessa).

     La nostra pratica giornaliera ha a che fare con delle situazioni multiproblematiche, individui pluripatologici, sistemi familiari inesistenti, interventi di aiuto invischiati in nodi burocratici, economici, amministrativi, politici. Insomma si ha spesso la sensazione che si potrebbe fare di tutto e di più (e allora il problema é: come scegliere fra così tante possibilità?) oppure, all'opposto, che non si può fare nulla (e allora che cosa ne facciamo del nostro senso di impotenza?).

     In entrambi i casi una delle sensazioni prevalenti é quasi sempre lo smarrimento, il disorientamento che sono poi effetti inevitabili dell'operare quotidiano con la complessità, poiché essa implica sempre l'accettazione del rischio e la possibilità dell'errore: non è possibile salvare tutto e tutti, è assurdo pretendere da se stessi e dagli altri armonia, purezza, coerenza. Ha più senso invece attrezzarsi  per <<sopportare>> gli errori, identificandoli, tornando indietro, recuperando e riconsiderando possibilità scartate poiché sembravano inadeguate e soprattutto... giocare a trasformare ciò che ci appare impossibile in qualcosa che sia invece realizzabile e dunque <<possibile>>.

     Attrezzarsi a sostenere rischi ed errori implica anche accettazione dei vari <<tradimenti>> (Luhmann la indica come una questione di <<contingenza>>): ogni operazione, sebbene selezionata in maniera <<sensata>>, comporta il rischio che si attuino e realizzino possibilità diverse da quelle previste, desiderate, volute..., soprattutto quando va a coinvolgere qualcuno che è altro da noi.

     La presa di coscienza di tutto ciò, potrebbe evitarci il burn out e diventare un inizio più fecondo.

Senso e complessità

     Il senso è la forma umana di elaborazione dell'esperienza: per sopravvivere l'essere umano è obbligato a ridurre la complessità riportando tutto entro una propria individuale dimensione di senso. Secondo Luhmann, tra le molte possibilità previste e offerte dall'ambiente ogni sistema seleziona e sceglie ciò che per lui è più possibile e realizzabile.

     Con questa modalità il sistema si garantisce dunque dei confini tra sé e l'ambiente. Infatti ogni sistema sembra ad un osservatore esterno aperto verso l'ambiente, perché ha bisogno di garantirsi sempre nuove e ampie possibilità di scelta, ma, al tempo stesso, autopoietico, riproducendo da solo le unità in cui consiste per delimitarsi dall'ambiente, ed operazionalmente chiuso, poiché ha pure bisogno di essere indipendente, cioè deve poter operare autonomamente le proprie scelte di senso.

     Luhmann non si riferisce direttamente al sistema <<essere umano>>, facendo lui <<sparire>> l'uomo in tre sistemi totalmente separati, anche se compenetranti e coevolventi, (sistema biologico, di coscienza e comunicativo), ma, considerando i numerosi esempi quotidiani della mia pratica di lavoro riabilitativo in ambito psichiatrico, ho tentato una sorta di riflessione parallela forse solamente un po' estrema.

     Tuttavia poiché raramente ho finito per convincermi di aver avuto a che fare con un utente sicuramente masochista (anche se può succedere), posso però affermare che qualunque sia stato il suo agire, sebbene ci sembri assurdo, avrà sicuramente un senso per lui. L'operazione non è, dunque, convertire dal generico <<non senso>> al <<senso unico>>, ma piuttosto approfondire ulteriormente il significato che lui ha scelto e dato al suo agire. Mi riferisco a quando, avuta la fiducia, utilizzati i momenti di riflessione, ottenuti degli aiuti, l'utente che si è rivolto a noi promettendoci collaborazione, rifiuta il nostro progetto di cambiamento e decide di continuare a fare di testa sua. La sua autonomia ci sfida continuamente e ci mette in scacco: <<Perché, se non faccio ciò che voi mi dite, che cosa succede?>>; <<Voi fate pure, poi io vedrò se regolarmi di conseguenza>>, ecc.

     Perché, peculiarmente per chi opera nell'ambito psichiatrico, non pensare all'utente come ad una sorta di sistema aperto alla struttura (comunità, ambulatorio, reparto, ecc.), ma, al tempo stesso, operativamente chiuso alla struttura? Perché non riconoscere mai il bisogno dell'utente di <<difendersi>> dal potere degli operatori sanitari?

     Ciò che a noi appare <<sbagliato>>, illogico, inutile, dannoso, sovente non è altro che qualcosa che esce dai nostri confini di senso. Il senso attribuibile a pensieri, informazioni, comportamenti, e scelte è del tutto soggettivo, a volte generalizzabile, ma comunque sempre unico, personale.

     Se gli infermieri accettano dunque questo diritto del cittadino all'autodeterminazione (rientra nella deontologia professionale di ogni operatore sanitario e sociale), dovrebbero concretamente rispettare a priori la scelta, ad esempio, di molti utenti che si sentono <<guariti>> di non frequentare per un certo periodo i servizi di salute mentale così come invece la scelta di molti degenti degli ex ospedali psichiatrici di rinunciare alla libertà di una propria casa (per non affrontare nuovamente luoghi sconosciuti). In sostanza dovremmo accettare di stare <<fuori>>, di essere <<esclusi>> dalle scelte di vita altrui perché niente che non sia il nostro punto di vista ci può dire che sono scelte giuste o sbagliate.

Senso e comunicazione

     Tra i concetti chiave che Luhmann sviluppa attorno al tema della comunicazione e dei sistemi sociali, vi è quello dei cosiddetti <<significati aperti>>. La comunicazione non ha a che fare con <<le cose>> e, dunque, dà la possibilità a entrambi i <<sistemi comunicanti>> di contribuire alla costruzione della realtà con il massimo di libertà possibile. Nella prassi di lavoro presente nelle strutture psichiatriche con utenti diversi, appartenenti cioè a varie culture o semplicemente aventi visioni del mondo visibilmente altre, la comunicazione attorno ai significati aperti è presupposto <<sine qua non>> per l'efficacia di un qualsiasi intervento. Di fronte a tanta diversità l'infermiere finisce per arrendersi all'evidenza: è impossibile attribuire significati a parole, comportamenti, azioni, a prescindere dal confronto e dal coinvolgimento diretto dell'altro, è impossibile <<presumere>> i significati.

     Si deve quindi <<ripiegare>> sul fatto che le possibili soluzioni e gli interventi riguardanti qualsiasi situazione assistenziale, più che pianificati organizzativamente vanno <<convenuti>> e costruiti con l'utente, secondo la creazione di codici della comunicazione e il coordinamento di significati che sono condivisi per entrambi i due (come per trovare affiatamento in una danza di coppia continua) nel gioco delle doppie contingenze.

     A tal proposito sono molte le sorprese, almeno nella mia esperienza quotidiana. Un ragazzo pakistano, studente in Italia, ricoverato con un trattamento sanitario obbligatorio presso un reparto psichiatrico e contenuto a letto, rifiuta da giorni di farsi lavare dagli infermieri in turno e si oppone supplicando e minacciando ad ogni loro tentativo (giustificato per motivi igienici) di intervento; dopo quattro giorni si presenta il fratello e in sua presenza, con il suo aiuto, accetta di farsi tranquillamente un bagno. La sua delega delle attività igieniche unicamente ad un famigliare maschile lo fa automaticamente diventare un utente <<non collaborante>>? Si può parlare di <<personalità aggressiva>>? Oppure può essere, considerata le difficoltà di comprensione dovuta alla lingua diversa, il tentativo di comunicare l'esistenza di un'osservanza religiosa del suo Paese da rispettarsi? Oppure...

     E ancora: una coppia marocchina in cui ogni decisione deve avere il benestare dell'uomo, in cui una donna per avere dei colloqui con gli operatori del Centro di salute mentale deve accettare di parlare solamente con operatori donne. Si può affermare che la donna ha bisogno di emanciparsi? Nella nostra cultura occidentale una tale suddivisione dei ruoli e sottomissione rappresenta ingiustizia, ma per quella donna può essere invece tranquillamente vivibile. Non sarebbe pericoloso un tentativo degli operatori di infrangere tali regole sociali condivise?

     E che cosa ci dice poi che un tale tipo di comunicazione attorno ai significati aperti abbia un senso solo principalmente nel lavoro con l'utenza straniera cioè con i non nativi? Ogni utente non è comunque, a priori, <<altro>> da noi e quindi <<diverso>>, <<non nativo>>, <<straniero>>? Gli antropologi oggi considerano qualsiasi individuo (indipendentemente dalla sua cittadinanza civile) nativo nella propria cultura... E noi infermieri? 

     La scelta di un tale approccio da parte degli infermieri amplifica però il problema della <<sincerità>>: nessun processo di comunicazione è in grado di controllare la veridicità dei simboli e dei significati attribuiti ai simboli da ciascun soggetto comunicante. Al massimo, con un enorme sforzo di équipe si può osservare se tra le due black box comunicanti prevalgono certi <<codici>> o altri. Così come una società può premiare la sincerità e può chiedere che alla base di ogni comunicazione vi sia fiducia, ma purtroppo non può garantire e assicurare né l'una né l'altra.

     Non c'è dunque niente che ci permetta di fare in modo che l'utente, psichiatrico o no, ci dica la verità. Possiamo però iniziare a fare chiarezza almeno su ciò che è in nostro potere, cioè ciò che riguarda noi infermieri psichiatrici: qual'è il ruolo che possiamo giocare? Quali sono i sentimenti che l'aiuto degli altri ci mobilita? Che cosa ci aspettiamo che l'altro faccia o pensi o dica? Di che cosa abbiamo bisogno per stare bene e sentirci a nostro agio in quella relazione? E' così via dicendo. Dopodiché ognuno è legittimato a fare il proprio gioco: l'utente a ottenere prestazioni sanitarie per vivere meglio, l'infermiere ad ottimizzare le risorse disponibili per sostenere il maggior numero di persone possibili.

Cambiamento ed evoluzione

     Evoluzione, sviluppo, crescita, cambiamento, sono parole di uso e abuso quotidiano nell'ambiente di lavoro sanitario nei riguardi dell'utenza psichiatrica: riferimento di senso fondamentale, meta ambiziosa e fonte di frustrazione e burn-out. Si finisce fatalmente per dividersi tra <<chi ci crede sempre>> (infermieri illusi) e chi <<non ci crede più>> (infermieri disfattisti).

     Dobbiamo, possiamo, giustificarci? E' sufficiente che rimaniamo ciò che siamo o non dobbiamo invece mai smettere di divenire qualcos'altro? Ma in che misura possiamo diventare qualcos'altro senza tradire il nostro essere? E se siamo coerenti con il nostro modo di essere in che misura possiamo divenire qualcos'altro?

     Mi viene in mente il caso di un utente dell'ex ospedale psichiatrico, etilista e forte scialacquatore, opportunamente lasciato dagli operatori con pochi soldi in tasca, che compie dei piccoli furti, e che ogni qualvolta viene puntualmente scoperto, sanzionato e costretto al risarcimento giustifica il suo modo di essere imputandolo provocatoriamente all'assenza di fiducia nei suoi riguardi e mancanza di soldi con cui pagare. In lui quanto c'è di sano e quanto di malato? In che misura potrà mai divenire qualcos'altro? E se lo diventasse evolvendosi, sarebbe poi ancora così considerato, e considerato come se stesso dagli altri? Oppure dovrebbe ancora adeguarsi...

     Luhmann associa il problema dell'evoluzione e del cambiamento di ogni sistema al bisogno di risolvere il cosiddetto <<paradosso della probabilità dell'improbabile>>: evolutivo sarebbe, dunque, un processo attraverso il quale l'utente può aumentare i presupposti che reggono un certo tipo di ordine. In poche parole, un processo evolutivo deve garantire che l'improbabile possa diventare probabile.

     In questo caso il <<nuovo>> (il probabile) non nasce dall'incontro di elementi vecchi combinati tra loro e compatibili, il nuovo non si aggiunge al vecchio, ma nasce da un continuo movimento di differenziazione che crea dissonanze e stonature nel vecchio ordine; si rompe il vecchio per liberare il nuovo.

     Nel campo socio-assistenziale il processo evolutivo deve essere un processo creativo e la creatività non è certo favorita né dall'avere mete prestabilite (pianificazione esasperata) né dal dover garantire che il nuovo si adatti al vecchio (omologazione e spersonificazione). Luhmann infatti sostiene che non si può presupporre dove un sistema si troverà in futuro. Dunque...

     Il presupposto è che ogni esperienza è tanto più evolutiva quanto più è libera da vincoli, ossia quante più <<cose>> sono possibili, quante più alternative esperienziali sono disponibili e realizzabili.

     E non è forse questo lo scopo e il senso dello <<sperimentare>>? E qual é nelle strutture psichiatriche lo spazio <<concesso>> alla sperimentazione? Che possibilità hanno i nostri utenti di sperimentare soluzioni autenticamente alternative ai loro problemi? Quale margine di errore è concesso al loro agire? Che possibilità di crescita reciproca ci può essere in una relazione (infermiere-utente) in cui tutta o buona parte dell'energia è giocata sul dare <<la risposta esatta>>, sul rispettare totalmente i <<tempi assistenziali>>, gli <<ordini impartiti>> e il <<budget a disposizione>>, sull'evitare accuratamente tutti i conflitti, disarmonie, rotture, disgregazioni, incongruenze, ecc.?

     E l'infermiere psichiatrico? Non rischia di chiedere ed esigere troppa coerenza, armonia, perfezione dagli altri e da se stesso? Quanto riusciamo a perdonarci o a sorridere delle nostre imperfezioni, dei tradimenti del nostro <<essere>> e del nostro agire?

     Mentre noi ci dilaniamo alla ricerca del perché il mondo è imperfetto e ingiusto, le cose vanno avanti per conto loro, molto ci sfugge di mano.

     Eppure noi infermieri psichiatrici sappiamo come le cose dovrebbero andare, noi sappiamo come potrebbero essere risolti i problemi, noi sapremmo mettere le cose e le persone al posto giusto. Noi sapremmo come garantire armonia, sintonia di intenti tra bisogni e desideri delle persone, noi sapremmo come fare ad <<abbellire il mondo>>, siamo stati creati per questo. Ma purtroppo non tutti scelgono contemporaneamente l'ordine, l'amore, la bellezza. Purtroppo o per fortuna?

     Pianificare un tale processo di cambiamento è pressoché inutile se non impossibile; i nostri progetti di sviluppo o di riabilitazione assomigliano a tabelle di marcia per uomini <<dalla mentalità vincente>>, niente che dia spazio alle numerose <<irriverenze umane>>.

Disintegrazione e cooperazione

      Pure in questo caso, visto che mi occupo di diversità, marginalità, alienazione e dintorni, sono stato tentato di utilizzare la teoria di Luhmann a proposito di problemi legati alla conflittualità tra culture, alle intolleranze interpersonali, alla convivenza tra diversità.

     Uno degli aspetti più stimolanti che capovolgono l'approccio assistenziale classico alla malattia mentale mi è sembrato il modo in cui Luhmann si è avvicinato al problema della integrazione; l'integrazione non è condizione migliore della disintegrazione, né un vincolo per difendersi dalla minaccia di vedere minata la propria unità. Sembra dunque un approccio che evita ogni riferimento morale, normativo, e doveristico nei confronti degli individui. Oltre agli appelli alla libertà, alla giustizia e all'uguaglianza, la teoria di Luhmann offre dunque un'ulteriore opportunità: poiché integrazione è riduzione del grado di libertà di ogni sistema (per il fatto che esso deve la sua possibilità di sopravvivenza alla società globale della quale fa sempre parte e alla quale partecipa), il principale problema della società complessa non è <<come raggiungere un alto livello di integrazione>> (e quindi di riduzione delle libertà), ma piuttosto <<come raggiungere un sufficiente e sensato grado di disintegrazione>> (ossia di autonomia delle differenze).

     Questo principio, se applicato alle relazioni che avvengono all'interno dei gruppi di persone, può significare che l'armonia, la collaborazione e la convivenza sono proponibili e meglio realizzabili là dove le differenze sopravvivono autonomamente, ossia allorché ogni differenza è riconoscibile e può vivere di vita propria indipendentemente dalla vita e dalla sopravvivenza di altre identità.

     In un ambito comunitario qualsiasi l'autonomia di ogni utente non è quindi sinonimo di <<separatezza>>, di disunione e confusione: ogni legame di interdipendenza, ogni collegamento, ogni collaborazione tra <<identità diverse>> rappresenta in questo modo una scelta.

     Di fronte al problema dei conflitti e delle intemperanze tra individui, come in ambito lavorativo nei rapporti tra operatore-operatore e operatore-utente, acquista prioritaria importanza il diritto all'autonomia e quindi alla distinzione, alla differenziazione di ogni singola identità sociale. Dove invece c'è spinta eccessiva all'integrazione, all'omologazione e all'accorpamento c'è sempre conflitto. C'è conflitto perché ogni sistema è costretto ad investire tempo, energie e risorse per gestire i disaccordi, piuttosto che indirizzare le stesse energie in attività costruttive rivolte a sé e/o all'altro distinto da sé.

     I problemi allora diventano: come garantire chiarezza e trasparenza ai confini che permettono di riconoscere le caratteristiche e il potere di ciascuna entità differenziata? Quale possibilità esiste che i soggetti contrattino, là dove vivono, i confini (comprensivi di responsabilità e poteri) della loro autonomia e della loro identità? Come garantire un maggior numero di opportunità a disposizione dei cittadini per risolvere problemi, soddisfare bisogni, realizzare idee, ecc. Un problema complesso richiede una risposta complessa e una risposta è complessa quando apre possibilità di soluzione in direzioni diverse, anche conflittuali tra loro.

     Come evitare, ad esempio, che il cittadino malato di mente, anello più debole rispetto ad altri soggetti come il mondo del lavoro, della burocrazia e della politica, <<subisca>> per primo, se non unico, le richieste di <<adeguamento>> e di riduzione del suo grado di libertà in funzione del continuo assestamento tra gli altri soggetti? Anche l’organizzazione <<efficiente>> dei servizi psichiatrici non dovrebbe avvenire a discapito degli utenti...

     E, infine, gli infermieri (non sono i soli), le cui identità professionali più che darsi dei confini e riconoscersi dei limiti sembrano sempre più <<accavallarsi>> e <<cumularsi>>, anche con quelle di altre figure, possono rinunciare a ruoli di onnipresenza e onnipotenza?

     Difficilmente. In fondo noi <<angeli assistenziali>> siamo dei sognatori, amiamo prevalentemente le storie a lieto fine...


BIBLIOGRAFIA

 

- Baraldi C., Corsi G., Esposito E., Glossario dei termini della teoria dei sistemi di N. Luhmann,                          Montefeltro, Urbino 1990.

- Cellini M., Un approccio irriverente alle ansie dell'operatore, Animazione sociale, 6-7 1995.

- Fascio V., Appunti sulla <<Comunicazione e i sistemi sociali>> del Dott. Speranza A., II° Corso di        Specializzazione in assistenza psichiatrica - Regione Lombardia, Cernusco (Mi) 1994.

- Grumi A., Paolini L., Dispensa sulla <<Teoria della società>> di N. Luhmann.       

- Luhmann N., Teoria della società, Franco Angeli, Milano 1992.

- Luhmann N., Comunicazione ecologica, Franco Angeli, Milano 1992.

* * *

Valter Fascio, Ip/Afdi Specializzazione in assistenza nella salute mentale, Docente Universitario di nursing psichiatrico Università A. Avogadro di Novara , CPSE/Coordinatore e Animatore di formazione aziendale, D.S.M. 5/A - A.S.L. 5 Collegno (To).

 

Pubblicato su InfermieriOnline il 08.07.03