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INTERNET-DIPENDENZA e LA COMUNICAZIONE NEL XXI SECOLO A cura di Claudia Giovannelli, Infermiera CSM Aprilia, Az USL Latina
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“Le parole sono gesti, nient’altro che gesti” Argon
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- I cambiamenti storici della comunicazione - TV e internet. La dipendenza a confronto - Comunicazione: questo assurdo gioco dell’impossibile - La IAD come nuova forma di dipendenza:
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Premessa
L'interesse per la dipendenza da Internet nasce dalla partecipazione ad un simposio su "Nuove Tecnologie e Psicolopatologia della vita quotidiana" di un Convegno svoltosi a Roma lo scorso Gennaio 2004. Lo stimolo ricevuto ha risvegliato in me la curiosità ad approfondire questa tematica che pare appartenermi, come generazione, come attitudine e come, forse, nuova forma di dipendenza...
I cambiamenti storici della comunicazione
L’affermarsi della scrittura ha creato un cambiamento della coscienza umana. Da una cultura orale primitiva, che aggregava le persone, si è passati ad una cultura della parola scritta, della stampa e dello schermo, che mettono in risalto l’individualismo. Valter J.Ong, fa un interessante studio sui sistemi di transizione dal Rapsodo, che racconta una storia con la voce, al tipografo, che la fissa con il piombo, all’homo technicus, che la vede e la racconta su uno schermo. In questo passaggio è avvenuta una trasformazione del modo di essere, di pensare e di vivere le emozioni.
L'approccio alla TV ha visto un'evoluzione (parallela all'incremento del benessere economico) che ha portato verso una disgregazione sociale. Da una visione comunitaria (da bar), si è passati ad una visione ad uso privato attraverso l'ingresso dell'immagine mediatica nei "desolati" spazi casalinghi, (quasi un apparecchio televisivo ogni stanza). Le nuove generazioni, soprattutto quelle post anni ottanta, hanno speso gran parte dei propri giorni davanti alla TV, in solitudine, nella dipendenza e nell’oblio di programmi televisivi spesso deleteri. David, massmediologo, li ha definiti "figli di un universo dimenticato", questi ragazzi che vivono in una fascia sociale che li costringe a stare fino a 4-5 ore al giorno da soli, immagazzinando una dose di 200 spot giornalieri e mangiando ciò che la TV pubblicizza. Apparentemente si potrebbe supporre che il problema risieda nell’eccesso di tecnologia, ma in realtà è nella fragilità morale con cui già nasce la nuova generazione, la tecnica assume importanza proprio come cura all'isolamento individuale e ad una malinconia esistenziale.
TV e Internet. La dipendenza a confronto.
Con l'ingresso di internet, la comunicazione acquista il vantaggio dell’interattività. Mentre per la TV l’approccio è passivo e si ferma alla ricezione del messaggio, nel cyberspazio (illusione in uno spazio finito) si acquista un elemento ulteriore che è quello della partecipazione, in cui l’individuo investe parte di sé e mette in gioco la propria sfera emotiva. In entrambi i casi si può generare dipendenza, ma mentre quella dello zapping porta alla distrazione e all’annientamento dell'individuo, quella del web chiama l'individuo all'azione, alle aspettative e agli investimenti personali che possono evocare si un annientamento, ma della sfera sociale che gli sta intorno. Molte altre forme interattive hanno contribuito a generare dipendenza, gli stessi cellulari, sms, i videogiochi e i deleteri tamagochi di qualche anno fa, che suscitavano sensi di colpa per irresponsabilità del bambino. I nostri parametri spazio temporali muteranno continuamente in relazione alla costante rincorsa alle nuove tecnologie e con esse si modificherà sempre più il nostro sistema relazionale con l’altro. L'attuale tecnologia, per gran parte, garantisce ancora quel "silenzio", che nasconde, protegge e nega l’esistenza di un mondo esteriore abitato che si vuole, in alcuni casi, disabitare. Il futuro, teso ad avvicinare il virtuale al reale, sarà una sfida per chi vive ogni incontro come un pericolo per l’integrità del proprio corpo e per chi si nasconde dentro una fortezza silenziosa che gli consente di tenere a una certa distanza la realtà e di difendersi da essa.
Comunicazione: questo assurdo gioco dell’impossibile
Nella comunicazione virtuale (specie in quella delle chat-rooms), il suono della parola prende diverse dimensioni espressive. Il gesto del linguaggio e la sua vibrazione corporea cedono il posto a neosimbolismi, faccine e altri segni grafici che cercano affannosamente di esprimere anche l’emozione, il tono, l’impeto, la mimica, il dialetto, il grido, i silenzi… Tutto ciò è mutilato nella sua dimensione materiale e il tentativo che si fa è quello di colmare questa imperfezione aggiustandola con una comunicazione più a misura di se stessi e delle proprie aspettative. Nelle chat-rooms assistiamo a relazioni estremamente mentalizzate: ovvero, per buona parte si costruiscono nella mente di chi le vive. Da un lato il caleidoscopio delle immagini del sé viene distorto verso il disegno che più collima -narcisisticamente- ai propri ideali (Narciso si innamora della propria immagine ed è condannato a morire non appena la vede). Dall’altro è molto forte la tendenza ad idealizzare anche l'interlocutore, cioè a creare un personaggio ideale, in cui le parti "mancanti", quelle che non conosciamo, vengono completate dall'immaginazione. La relazione stessa, quindi, risente di una forte tendenza alla “fantasmatizzazione”. La modalità di conoscenza on line sembra fornire anche la falsa impressione di poter conoscere in brevissimo tempo una persona. Riducendo il tempo fisiologicamente necessario, si riduce altresì l'incertezza e le piccole frustrazioni che si incontrano progressivamente e naturalmente in tale processo. Domina la sensazione, spesso illusoria di essere capiti e di capire, di condividere le emozioni proprie ed altrui. L'illusorietà, molto spesso, diviene consapevole nel momento in cui si interrompe la comunicazione e si decide di tornare nell’ambiente reale. Solo poi ci si rende conto che la comunicazione, fino a quel momento, è stata interiorizzata e rivolta prevalentemente a se stessi. Della comunicazione, come la definisce Umberto Galimberti – l’assurdo gioco dell’impossibile – non rimane che un'ulteriore impossibilità, un in-contro mancato, il cui grande assente è sempre il corpo.
L’INTERNET ADDICTION DISORDER come nuova forma di dipendenza
L'espressione Internet Addiction Disorder (Disturbo da Internet Dipendenza) viene introdotta nel 1995 dal dottor Ivan Goldberg, Psichiatra Americano, il quale indica nella parola Addiction una dipendenza non da sostanza esogena. Addiction come dipendenza patologica, ovvero ricerca reiterata a una forma di piacere che crea disagio per dipendenza. In Italia si è cominciato a parlare di dipendenza da Internet nel 1997, quando è stata introdotta l'espressione 'Internet Related Psychopathology'. Per definire il fenomeno della dipendenza sono state utilizzate anche altre espressioni come: uso distorto, abuso, trance dissociativa. La Internet Addiction Disorder (IAD) non è stata ancora introdotta nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder (DSM IV) ma alcuni studiosi ritengono che dovrebbe essere collocata tra i "Disturbi del Controllo degli impulsi non classificati altrove", come il gioco patologico d'azzardo. Proprio in America si vanno studiando nuove forme di dipendenza non ancora classificate nel DSM IV, come:
Secondo alcuni studiosi, tutte le dipendenze, comprese quelle comportamentali richiedono una determinata personalità di base. I tratti che la caratterizzano sono:
I soggetti maggiormente a rischio hanno un'età compresa tra 15 e 40 anni, con un elevato livello di conoscenza degli strumenti informatici, isolati per ragioni lavorative (es. turni notturni) o geografiche, con problemi psicologici, psichiatrici o familiari preesistenti, come riporta il libro di Kimberly Young, "Presi nella rete". In questo libro vengono riportati almeno dieci problemi da cui fuggire e precisamente in quest'ordine:
Sintomi più frequenti
Le fasi che conducono alla vera e propria presunta patologia, con le relative caratteristiche, sono:
Essendo ancora connotata tra i nuovi disturbi da dipendenza risulta difficile individuare i parametri diagnostici e le misure oltre le quali si può parlare di abuso del cyberspazio e di dipendenza. Tuttavia vengono presi in considerazione le connessioni sempre più lunghe, le alterazione del ritmo sonno-veglia, il numero di frequentazioni in chat, il sesso virtuale, ma soprattutto il grado di astrazione dalla realtà etc. (Young). Quest'ultimo parametro è il vero segnale d'all'arme. Non si tratta, intatti, di misurare il tempo trascorso davanti allo schermo, ma l'eventuale danno provocato nella nostra vita. Quali conflitti sono emersi in famiglia, nel rapporto di coppia, nel lavoro o negli studi.
http://www.presinellarete.it. In questo sito si può trovare un test di autoanalisi tratto dal volume della dottoressa Kimberly S. Young (che è stato la base delle ricerche condotte su centinaia di utenti).
Un rapporto ossessivo con internet può trasformarsi in vera e propria dipendenza e dare assuefazione; ma per curarlo, soprattutto se il soggetto è un adolescente, non ci si può limitare ad estirpare il sintomo con un programma di diassuefazione, ma come nella tradizione psicanalitica, il sintomo va piuttosto preso in serissima considerazione in quanto "gronda" di significati. Talvolta l'impossibilità di collegarsi provoca un disagio profondo, un senso di privazione e di angoscia che può arrivare fino a una vera e propria crisi d'astinenza, proprio come l'effetto di una sostanza esogena come il fumo. Sempre dal libro della Young, l'obiettivo è: integrare Internet nella propria vita senza per questo farsene fagocitare, non lasciarsi catturare, quindi, dall'Internet-mania.
Statistiche e studi
Gli studi effettuati in America, in numero maggiore, rispetto a quelli italiani, risentono di alcuni limiti fondamentali: l'esiguità dei campioni a causa del numero ridotto di presunti casi di dipendenza da Internet, gli errori metodologici, e, in certi casi, il ricorso a tecniche di indagine on line, particolarmente soggette a distorsioni. Tuttavia i dati raccolti, sui quali ci si può riflettere sono i seguenti.
John Grohol, direttore di "Mental Health Net" (la migliore risorsa Internet sui problemi mentali), intervistato dalla rivista Wired, ha affermato che qualunque attività spinta agli estremi è patologica: "Ma noi non etichettiamo gli estremismi come dipendenze", ha aggiunto. "Come dovremmo definire chi passa dieci ore al giorno sui libri? o come distinguere, ad esempio, un "work-aholic", una persona lavoro-dipendente, da una persona di grande impegno professionale?". Il giudizio sociale ha un grosso peso nel determinare il concetto di dipendenza.
Non necessariamente tutte le esperienze on line sono da condannare, ma bisognerebbe passare attraverso una loro valutazione critica, considerando vantaggi e svantaggi. Le esperienze on line offrono la grande opportunità di sperimentare se stessi e le proprie abilità relazionali e rilevarsi anche costruttive. La sfida che viene posta da Internet e dalla realtà virtuale è rappresentata dalla valorizzazione e dall'utilizzo consapevole di ciò che di positivo esse possono offrire, senza cadere negli estremi della demonizzazione, del rifiuto a priori, o della sua esaltazione acritica. Questo atteggiamento rappresenta un valido antidoto contro qualsiasi forma di uso distorto, compreso l'abuso. In teoria, qualunque attività che produce piacere può provocare dipendenza in una persona a cui mancano gli elementi di appoggio (lavoro e rapporti affettivi soddisfacenti, ad esempio) in grado di costituire un principio di realtà sufficientemente forte da equilibrare la ricerca del piacere a tutti i costi.
Mi viene ora da riflettere sul fatto che nel quadro della follia nulla è cambiato nelle intenzioni, da quel lontano tentativo, da Sydenham in poi, di raggruppare le diagnosi per sintomi e quadri clinici. Fino al 1700 partendo da Galeno, la distinzione delle diagnosi rientrava in due-tre definizioni, oggi si estende a 469 secondo la classificazione ICDIX CM e 230 secondo il DSM III sostituito dal IV.... E' pur vero che definire un sintomo è come tenerlo sotto controllo, ma delineandolo si rischia di scendere nel pregiudizio, di rendere patologici quei particolari atteggiamenti che deviano da chissà quale criterio inventato, abusato e discusso di normalità. Cinquescento definizioni diagnostiche sono un ventaglio molto ampio nel quale potremmo tutti ritrovarci in una o in un'altra patologia. Tutto sembra imbalsamarsi alla regola, ogni variante dell'essere è cristallizzata in un recinto, il cui margine è aristotelicamente riconosciuto con un nome e un codice. E questi nomi e questi codici vanno via via aumentando in base ai cambiamenti comunitari, alla cultura e ai progressi (o regressioni) sociali. Ma un sintomo può trovare infiniti pretesti per manifestarsi. Una dipendenza oggettuale o una cyberdipendenza hanno alla base lo stesso impulso irrefrenabile a quella ricerca di piacere, un abuso e un'ossessività, se poi la si rivolge a un gatto o a un cyberspazio, potrebbe essere poco importante e screditare l'esigenza di formulare una diagnosi per quel disturbo impulsivo che, in quel determinato momento di vita, ha preso quella forma. Ogni caso umano è una storia e le storie non sono mai uguali, quindi si potrebbe semplicemente raccontare la storia, quel contesto in quel particolare momento in cui la persona è chiamata a vivere, evitando di mettere forzature diagnostiche sempre più dettagliate e sottili, in classi e sottoclassi, "come sbilenco castello di nozioni che bisogna quasi imparare a memoria tanto è scarsa la possibilità di coglierne i rapporti con la realtà" (Giovanni Jervis).
Note:
Narciso era un giovane di Tespi di cui si innamorò la ninfa Eco (la quale, privata della capacità di articolare un discorso, era in grado unicamente di ripetere le ultime sillabe delle parole altrui). Narciso, incapace di comprendere i sentimenti d’amore di Eco, la respinse. Eco, allora, si uccide gettandosi dall’alto di un baratro mentre le rocce impervie delle pareti ripetevano invano i suoi lamenti e cioè l’eco delle ultime parole indifferenti, distaccate e gelide di Narciso. Gli dei punirono la crudeltà, la freddezza e l’egoismo di Narciso facendolo innamorare della propria immagine. Tutto ciò avvenne come era stato previsto in una profezia. Tiresia, infatti, l’indovino saggio, aveva annunciato a Narciso che avesse cessato di vivere nel momento esatto in cui avesse visto la propria immagine. Così avvenne: Narciso, specchiandosi nell’acqua calma di una fonte, si innamorò così appassionatamente della sua immagine riflessa che non volle più abbandonare il luogo. Egli rimase passivamente a contemplarsi fino a morire di languore. Le sue grandi potenzialità vennero così distrutte in qualcosa di effimero, seppur bello in apparenza, come un fiore: il narciso che ancora oggi cresce sui bordi delle fonti.
Pubblicato su InfermieriOnline il 22.02.04 |
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