FESTA E FESTOSITA' NEL TEMPO QUOTIDIANO DELLA RIABILITAZIONE PSICHIATRICA

(Raid fenomenologico negli spazi comunitari della riabilitazione psichiatrica)

A cura di Valter Fascio Afd/Certificato di Specializzazione in assistenza psichiatrica; CPSE Coordinatore - A.S.L. 5 Collegno (To) - Dipartimento di Psichiatria 5/A. Prof. a.c. infermieristica psichiatrica - Università di Torino e Università A. Avogadro di Novara

 

Riassunto

 

Il concetto di riabilitazione psichiatrica negli spazi comunitari e dei suoi mezzi non può essere disgiunto da quello di disabilitazione dalla “routinarietà” e dei suoi meccanismi. In questo senso, mi pare interessante il concetto di “benessere da contatto”, inteso come interrelazione e legame del paziente con l’ambiente mondano in un contesto in cui si possa ritrovare significato e senso dall’esperire, nel continuo farsi e disfarsi (K. Jaspers, E. Strass, ecc.). L'abitudine tiene invece lontano il “tempo della festa”, quel tempo in cui è lecito prescindere anche dai più gravi decadimenti psicotici.  “Il tempo della festa” può  concretamente catalizzare l'esperienza, spesso ineffabile, del cambiamento e del rinnovamento interiore: divenire un respiro di “festosità” andando oltre ai programmi pre-codificati. Esso è dunque, qualora sia realmente considerato in questa prospettiva, veramente suscettibile di terapeuticità.

 

Parole chiave: festa, festosità, incontro, fenomenologia, riabilitazione psichiatrica


 

 

Premessa

 

Con questo contributo intendo proporre alcune riflessioni in tema di riabilitazione psichiatrica, secondo una prospettiva di tipo fenomenologico. Le seguenti considerazioni scaturiscono da alcune esperienze personali di “incontro” intersoggettivo tra operatore e utente, allorché in un contesto comunitario, oltre il tempo classico della “festa”, si condivida nella prassi quotidiana un'atmosfera di autentica “festosità”.

 

La prassi nel processo riabilitativo

 

La prassi riabilitativa, fondata nella dimensione pedagogica ed intrisa di valenze socio-relazionali e comportamentistiche si esplica, principalmente, sul piano dell'apprendere e del fare. Essa rischia, tuttavia, di scadere in un pedagogismo impersonale e pedante, laddove s’imposti il rapporto su modalità direttive, dando per scontata la capacità e la disponibilità dell'utente a recepire tutta una serie di valori normativi. Si rimuove, in questo modo, la complessità della relazione e si scotomizzano le difficoltà adattive che gravano sul soggetto stesso.

In altre situazioni, sulla scia della “routinarietà” o di una malintesa volontà efficientista ed economicista, il procedere riabilitativo si perde in un pragmatismo fine a se stesso. Una subdola congerie di abitudini, di prassi e di comportamenti rigidamente “programmati” finisce, allora, per sommergere la ricchezza e la complessità della persona, riducendola al rango di anonimo esecutore. Il lavoro di riabilitazione, ma forse è meglio dire di “addestramento”, porta in questo caso, ad impedire ogni forma di “incontro” e a rin-chiudere l'utente e l'operatore nella ripetitività di un’attività sfocata, livellante e soprattutto neo-manicomiale.

                              

Contingenza, quotidianità e incontro

                                                                                                                                   

Non bisogna dimenticare che il processo riabilitativo comunitario acquista senso e diventa progettualità soltanto se riferito al quotidiano vivere con gli altri individui. Possiamo anzi affermare che lo scenario della quotidianità, con le cose e gli eventi di tutti i giorni, fornisce la cornice di riferimento, all'interno della quale si costruisce l'incontro e l'interazione esperienziale con “l'altro”, inteso come “socius”. La comunicazione diventa “doppia contingenza” fenomenologica soltanto quando ognuno dei partecipanti può esprimere concretamente ciò che desidera, selezionando tra le “infinite possibilità” che rappresentano la differenza tra l'attuale e il possibile, catturando il mistero che ci circonda. Il momento della socializzazione rappresenta dunque l'orizzonte ineludibile del corretto procedere riabilitativo psichiatrico.

 

Incontro intersoggettivo e spazio riabilitativo

  

L'incontro dell'operatore con persone che condividono i medesimi progetti operativi ed un’esperienza di attività in comune, dà origine ad un vissuto di intersoggettività che non può prescindere dall'indagine effettuata con il modello fenomenologico. Lo spazio fisico dell'incontro riabilitativo si configura come un “mondo-ambiente” in senso heideggeriano di “Umwelt”, ossia come una “gestalt” sullo sfondo della quale si enucleano le umane presenze, con i loro vissuti individuali, le storie personali ed i singoli comportamenti.

E' importante saper scorgere e intravedere, nelle modalità dell'incontro, quegli aspetti informativi, comunicativi ed empatici (impressioni, messaggi liminali, emozioni) che impregnano l'atmosfera relazionale e forniscono all'ambiente riabilitativo comunitario un connotato di terapeuticità o, al contrario, di “routinarietà”. Si tratta, in altri termini, di cogliere i fenomeni vissuti, gli “Erlebnisse”, che vivificano l'esperienza intersoggettiva del “socializzare”, oppure, al contrario, la coartano.

 

I luoghi della riabilitazione come esperienza estetica

 

I luoghi della riabilitazione psichiatrica trovano riscontro nei luoghi della mente individuale. I concetti di “aperto”, “caldo”, “bello”, “sereno”, “stimolante”, “rasserenante”, “gratificante” e, viceversa, quelli di “chiuso”, “tetro”, “vuoto”, “monotono”, “grigio”, “misero”, “stagnante”, che possono connotare spazi fisici e strutturali, testimoniano bene anche disposizioni e coloriture varie della mente.

Laddove è dato cogliere il bello oggettuale (delle cose e dei luoghi), acquisisce bellezza e dignità anche l'immagine dell'“altro” e più facilmente quest'ultimo potrà essere sentito come “socius”, anziché come “alienus”. La bellezza è qui da me intesa non tanto come canone estetico classico o prefissato, quanto come esperienza interiore, personale ma pure condivisibile con gli altri, che richiama l'idea reciproca di  considerazione, dignità e rispetto.

 

Il tempo della festa come esperienza eiedetica

 

Il concetto di “bello” ci rimanda a quello che possiamo indicare come il tempo della “festa”, che è anche “tempo della massima creatività e dell'affetto”. Ci troviamo di fronte ad un’immagine “eidetica” (Husserl) correlabile anch'essa con spazi mentali oltre ché relazionali. Quando si parla del “tempo della festa”, non si deve perciò solo intendere una fase temporalmente delimitata e conchiusa (il periodo, ad esempio, durante il quale si consuma una festa danzante, un rinfresco o un party). Il “tempo della festa” rimanda bensì ad una dimensione meta-temporale di risignificazione del quotidiano, dei suoi brusii, delle sue noie, che può continuamente realizzarsi o no nella situazione temporo-spaziale di ogni incontro riabilitativo.

Se ciò avviene, l'atmosfera comunitaria assume un connotato di festosità che coinvolge operatori e utenti in un'esperienza intersoggettiva improntata al piacere e al senso del vivere quotidiano. Ciò rende umanamente fruibile lo svolgimento di attività in comune, qualunque esse siano. In questo senso si comprende come nelle strutture psichiatriche ci si possa imbattere, invece, in moltissime “feste” con scarsa “festosità”. Il “tempo della festa”, nella sua dimensione meta-temporale si configura solamente allorché diventa una sorta di “eterno ritorno”, per cui il fruire del tempo si traduce in una continua riacquisizione di possibilità e di aperture protenzionali.

“Il tempo della festa” può così concretamente catalizzare l'esperienza, spesso ineffabile, del cambiamento e del rinnovamento interiore. Esso è dunque, qualora sia realmente considerato in quest'ottica, suscettibile di terapeuticità.

 

Festosità contro il tempo dell'abitudine

 

Contro la dimensione della festosità aleggia invece costante la minaccia dell'abitudine. Allorché subentra la routine, il tempo diventa ripetitivo, prefissato, scontato. Un sentimento di consunzione mortificante pervade l'atmosfera relazionale. E' un vissuto di essiccamento che finisce per demotivare gli operatori e gli utenti, coartandoli in un fare iterativo e senza significato; non c'è più spazio allora per la speranza e la libertà. Si percepisce, in questi casi, la mancanza nell'operatore di un respiro che sappia andare al di là dei programmi pre-codificati, della ripetizione pedissequa di gesti e comportamenti, dell'abitudine scontata degli atti.

L'abitudine nell'operatore è innanzi tutto “noia”, non saper cosa fare di nuovo, è adagiarsi in una virtuale incapacità di cogliere le differenze, nascondersi dal rischio di nuove esperienze emozionali. L'abitudine tiene lontano il “tempo della festa”, quel tempo in cui è lecito prescindere anche dai più gravi decadimenti psicotici. Perché è solo in quel tempo che l'utente ha la possibilità di superare il disagio e la non-vita, solo laddove l'operatore si porge all'incontro, in un esserci - Dasein - che fin dall'inizio è un esserci-insieme (Mitdasein).

E il “tempo della festa”, capace di incidere l'abitudine ed i suoi compromessi, pure utili nel tempo quotidiano, si offrirebbe, ora all'utente psicotico, imprigionato da anni nel grigiore di un'esistenza enigmatica trascorsa in strutture labirintiche e girevoli, ora all'operatore stesso, destinato altrimenti all’indifferenza, all'esaurimento della creatività e al burn-out, a declinare impersonalmente operatività isolate, destoricizzate e incolori, con poche vie d’uscita.

 

 

Bibliografia

 

Borgna E. Fenomenologia dell'amore e dell'intuizione. Rivista Sperimentale

di Freniatria, Vol. CXI-Fasc. I, 34-47, 1987

 

Farber M. Prospettive della fenomenologia. Bilancio del pensiero di Husserl. Sansoni,                                                                       Firenze, 1969

 

Roselli L, Lastrucci P, et. al. Il tempo della festa nel quotidiano riabilitativo. Atti dell' IX Convegno “I luoghi della riabilitazione”, Lucca, 1990

 

Zapparoli G C. Paura e noia. Il Saggiatore, Milano, 1979

 

 

 

Pubblicato su InfermieriOnline il 20.06.04