Riassunto
Il concetto di riabilitazione psichiatrica
negli spazi comunitari e dei suoi mezzi non può essere disgiunto da quello
di disabilitazione dalla “routinarietà” e dei suoi meccanismi. In questo
senso, mi pare interessante il concetto di “benessere da contatto”, inteso
come interrelazione e legame del paziente con l’ambiente mondano in un
contesto in cui si possa ritrovare significato e senso dall’esperire, nel
continuo farsi e disfarsi (K. Jaspers, E. Strass, ecc.). L'abitudine tiene
invece lontano il “tempo della festa”, quel tempo in cui è lecito
prescindere anche dai più gravi decadimenti psicotici. “Il tempo della
festa” può concretamente catalizzare l'esperienza, spesso ineffabile, del
cambiamento e del rinnovamento interiore: divenire un respiro di “festosità”
andando oltre ai programmi pre-codificati. Esso è dunque, qualora sia
realmente considerato in questa prospettiva, veramente suscettibile di
terapeuticità.
Parole chiave:
festa, festosità, incontro, fenomenologia,
riabilitazione psichiatrica
Premessa
Con questo contributo intendo proporre alcune
riflessioni in tema di riabilitazione psichiatrica, secondo una prospettiva
di tipo fenomenologico. Le seguenti considerazioni scaturiscono da alcune
esperienze personali di “incontro” intersoggettivo tra operatore e utente,
allorché in un contesto comunitario, oltre il tempo classico della “festa”,
si condivida nella prassi quotidiana un'atmosfera di autentica “festosità”.
La prassi nel processo riabilitativo
La prassi riabilitativa, fondata nella
dimensione pedagogica ed intrisa di valenze socio-relazionali e
comportamentistiche si esplica, principalmente, sul piano dell'apprendere e
del fare. Essa rischia, tuttavia, di scadere in un pedagogismo impersonale e
pedante, laddove s’imposti il rapporto su modalità direttive, dando per
scontata la capacità e la disponibilità dell'utente a recepire tutta una
serie di valori normativi. Si rimuove, in questo modo, la complessità della
relazione e si scotomizzano le difficoltà adattive che gravano sul soggetto
stesso.
In altre situazioni, sulla scia della
“routinarietà” o di una malintesa volontà efficientista ed economicista, il
procedere riabilitativo si perde in un pragmatismo fine a se stesso. Una
subdola congerie di abitudini, di prassi e di comportamenti rigidamente
“programmati” finisce, allora, per sommergere la ricchezza e la complessità
della persona, riducendola al rango di anonimo esecutore. Il lavoro di
riabilitazione, ma forse è meglio dire di “addestramento”, porta in questo
caso, ad impedire ogni forma di “incontro” e a rin-chiudere l'utente e
l'operatore nella ripetitività di un’attività sfocata, livellante e
soprattutto neo-manicomiale.
Contingenza, quotidianità e incontro
Non bisogna dimenticare che il processo
riabilitativo comunitario acquista senso e diventa progettualità soltanto se
riferito al quotidiano vivere con gli altri individui. Possiamo anzi
affermare che lo scenario della quotidianità, con le cose e gli eventi di
tutti i giorni, fornisce la cornice di riferimento, all'interno della quale
si costruisce l'incontro e l'interazione esperienziale con “l'altro”, inteso
come “socius”. La comunicazione diventa “doppia contingenza” fenomenologica
soltanto quando ognuno dei partecipanti può esprimere concretamente ciò che
desidera, selezionando tra le “infinite possibilità” che rappresentano la
differenza tra l'attuale e il possibile, catturando il mistero che ci
circonda. Il momento della socializzazione rappresenta dunque l'orizzonte
ineludibile del corretto procedere riabilitativo psichiatrico.
Incontro intersoggettivo e spazio riabilitativo
L'incontro dell'operatore con persone che
condividono i medesimi progetti operativi ed un’esperienza di attività in
comune, dà origine ad un vissuto di intersoggettività che non può
prescindere dall'indagine effettuata con il modello fenomenologico. Lo
spazio fisico dell'incontro riabilitativo si configura come un
“mondo-ambiente” in senso heideggeriano di “Umwelt”, ossia come una
“gestalt” sullo sfondo della quale si enucleano le umane presenze, con i
loro vissuti individuali, le storie personali ed i singoli comportamenti.
E' importante saper scorgere e intravedere,
nelle modalità dell'incontro, quegli aspetti informativi, comunicativi ed
empatici (impressioni, messaggi liminali, emozioni) che impregnano
l'atmosfera relazionale e forniscono all'ambiente riabilitativo comunitario
un connotato di terapeuticità o, al contrario, di “routinarietà”. Si tratta,
in altri termini, di cogliere i fenomeni vissuti, gli “Erlebnisse”, che
vivificano l'esperienza intersoggettiva del “socializzare”, oppure, al
contrario, la coartano.
I luoghi della riabilitazione come esperienza estetica
I luoghi della riabilitazione psichiatrica
trovano riscontro nei luoghi della mente individuale. I concetti di
“aperto”, “caldo”, “bello”, “sereno”, “stimolante”, “rasserenante”,
“gratificante” e, viceversa, quelli di “chiuso”, “tetro”, “vuoto”,
“monotono”, “grigio”, “misero”, “stagnante”, che possono connotare spazi
fisici e strutturali, testimoniano bene anche disposizioni e coloriture
varie della mente.
Laddove è dato cogliere il bello oggettuale
(delle cose e dei luoghi), acquisisce bellezza e dignità anche l'immagine
dell'“altro” e più facilmente quest'ultimo potrà essere sentito come “socius”,
anziché come “alienus”. La bellezza è qui da me intesa non tanto come canone
estetico classico o prefissato, quanto come esperienza interiore, personale
ma pure condivisibile con gli altri, che richiama l'idea reciproca di
considerazione, dignità e rispetto.
Il tempo della festa come esperienza
eiedetica
Il concetto di “bello” ci rimanda a quello che
possiamo indicare come il tempo della “festa”, che è anche “tempo della
massima creatività e dell'affetto”. Ci troviamo di fronte ad un’immagine
“eidetica” (Husserl) correlabile anch'essa con spazi mentali oltre ché
relazionali. Quando si parla del “tempo della festa”, non si deve perciò
solo intendere una fase temporalmente delimitata e conchiusa (il periodo, ad
esempio, durante il quale si consuma una festa danzante, un rinfresco o un
party). Il “tempo della festa” rimanda bensì ad una dimensione
meta-temporale di risignificazione del quotidiano, dei suoi brusii, delle
sue noie, che può continuamente realizzarsi o no nella situazione
temporo-spaziale di ogni incontro riabilitativo.
Se ciò avviene, l'atmosfera comunitaria assume
un connotato di festosità che coinvolge operatori e utenti in un'esperienza
intersoggettiva improntata al piacere e al senso del vivere quotidiano. Ciò
rende umanamente fruibile lo svolgimento di attività in comune, qualunque
esse siano. In questo senso si comprende come nelle strutture psichiatriche
ci si possa imbattere, invece, in moltissime “feste” con scarsa “festosità”.
Il “tempo della festa”, nella sua dimensione meta-temporale si configura
solamente allorché diventa una sorta di “eterno ritorno”, per cui il fruire
del tempo si traduce in una continua riacquisizione di possibilità e di
aperture protenzionali.
“Il tempo della festa” può così concretamente
catalizzare l'esperienza, spesso ineffabile, del cambiamento e del
rinnovamento interiore. Esso è dunque, qualora sia realmente considerato in
quest'ottica, suscettibile di terapeuticità.
Festosità contro il tempo dell'abitudine
Contro la dimensione della festosità aleggia
invece costante la minaccia dell'abitudine. Allorché subentra la routine, il
tempo diventa ripetitivo, prefissato, scontato. Un sentimento di consunzione
mortificante pervade l'atmosfera relazionale. E' un vissuto di essiccamento
che finisce per demotivare gli operatori e gli utenti, coartandoli in un
fare iterativo e senza significato; non c'è più spazio allora per la
speranza e la libertà. Si percepisce, in questi casi, la mancanza
nell'operatore di un respiro che sappia andare al di là dei programmi
pre-codificati, della ripetizione pedissequa di gesti e comportamenti,
dell'abitudine scontata degli atti.
L'abitudine nell'operatore è innanzi tutto
“noia”, non saper cosa fare di nuovo, è adagiarsi in una virtuale incapacità
di cogliere le differenze, nascondersi dal rischio di nuove esperienze
emozionali. L'abitudine tiene lontano il “tempo della festa”, quel tempo in
cui è lecito prescindere anche dai più gravi decadimenti psicotici. Perché è
solo in quel tempo che l'utente ha la possibilità di superare il disagio e
la non-vita, solo laddove l'operatore si porge all'incontro, in un esserci -
Dasein - che fin dall'inizio è un esserci-insieme (Mitdasein).
E il “tempo della festa”, capace di incidere
l'abitudine ed i suoi compromessi, pure utili nel tempo quotidiano, si
offrirebbe, ora all'utente psicotico, imprigionato da anni nel grigiore di
un'esistenza enigmatica trascorsa in strutture labirintiche e girevoli, ora
all'operatore stesso, destinato altrimenti all’indifferenza, all'esaurimento
della creatività e al burn-out, a declinare impersonalmente operatività
isolate, destoricizzate e incolori, con poche vie d’uscita.
Bibliografia
Borgna E. Fenomenologia dell'amore e
dell'intuizione. Rivista Sperimentale
di Freniatria, Vol. CXI-Fasc. I, 34-47, 1987
Farber M. Prospettive della fenomenologia.
Bilancio del pensiero di Husserl. Sansoni,
Firenze, 1969
Roselli L, Lastrucci P, et. al. Il tempo
della festa nel quotidiano riabilitativo. Atti dell' IX Convegno “I
luoghi della riabilitazione”, Lucca, 1990
Zapparoli G C. Paura e noia. Il
Saggiatore, Milano, 1979
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