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Yuossef arriva di sera in
braccio alla mamma, sono accompagnati dal papà.
Ha in atto una crisi convulsiva,
“ da quanto presenta questo disturbo?”
Si parte da qui, è la prima
domanda che si pone, mentre continuiamo ad osservare il bimbo.
Ha pochi mesi, qualunque sia la
sua provenienza, la sua nazionalità, non sarebbe lui a fornirci risposte.
La mamma, il papà risponderebbero
alla nostre domande.
Ma è necessario adeguare il
nostro linguaggio, trovare parole semplici.
Sono in Italia da poco tempo, il
padre lavora, comprende abbastanza e si spiega anche discretamente. Certo la
conoscenza di termini medici è molto limitata.
La madre ci osserva timorosa,
dimostra apprensione per il figlio, ma non dice nulla.
Dobbiamo osservare molto,
scegliere con cura le domande, ascoltare con molta attenzione le risposte.
Ascoltando le loro domande, la
nostra attenzione deve cogliere quelle poste in modo non verbale.
Il padre dice che è da stamani
che il piccolo non sta bene, ma la mamma ha dovuto attendere che lui
tornasse dal lavoro per venire in Pronto Soccorso.
Ci chiede con insistenza cosa sta
succedendo al suo bambino.
Yuossef intanto continua ad
avere clonie.
Si inizia una terapia, si
eseguono degli esami, il beneficio terapeutico è scarso.
I genitori si accontentano delle
nostre risposte, si affidano a noi.
Li abbiamo rassicurati?? Avranno
capito quanto è stato detto loro???
Potrei dire …forse…. avrei parole
di aiuto da utilizzare per rendere più efficace la mia assistenza, per
motivare,spiegare, cercare collaborazione…. ma non conosco le parole che
sarebbero comprensibili a loro.
Il bimbo piange, la madre lo
consola, ci guarda, noi dovremmo spiegarle cosa stiamo facendo, rassicurare
lei servirebbe a rassicurare il bimbo.
Cerchiamo allora di dialogare con
lei mediante lo sguardo, mediante il nostro comportamento.
Saranno molto importanti i gesti
che faremo, come toccheremo il suo bambino.
Potremo accarezzarlo per
dimostrarle che ci interessiamo a lui, ci occupiamo di lui
Ma dovremo accarezzarlo e
toccarlo “poco”, con molta discrezione, la differenza culturale che ci
separa crea diffidenza ed è molto facile trovare difese.
Passano le ore, i giorni, le
convulsioni non scompaiono.
Gli episodi si ripetono, avremmo
bisogno di un controllo, una registrazione costante, attenta, precisa
rispetto al tempo, al modo, alla durata di insorgenza dell’evento, ma come
ottenere queste informazioni da lei?
Intanto il papà è dovuto tornare
al lavoro ed è presente solo di sera.
Ne parliamo quindi alla sera con
il papà e concordiamo che lei ci chiamerà immediatamente, noi accorreremo
prontamente per poter essere noi la fonte di quelle importanti informazioni.
Lei suonerà il campanello non
appena lo vedrà tremare.
Ripensandoci oggi, mi viene un
dubbio: le avevamo spiegato di non allarmarsi per il fatto che noi
accorrevamo così frettolose? Forse sì, ma certo il suo atteggiamento il suo
volto non esprimono quell’ansia così facilmente presente nelle mamme
“italiane”.
Intanto a poco a poco siamo
entrate sempre di più nella sua stanza, nelle sue abitudini, nel suo modo di
accudire Yuossef e si è creata una sorta di silenziosa comunicazione,
possiamo anche cercare una comunicazione con il piccolo che finalmente sta
migliorando.
Il gruppo assistenziale intanto
sperimenta una volta di più l’importanza, la necessità, di adeguare,
migliorare, rendere il più completo possibile il passaggio di comunicazioni
tra operatori.
L’ aspetto importante di questo
passaggio di informazioni è dato proprio dalla impossibilità di chiedere ad
altri ( la mamma ) quanto, per mille motivi non è stato registrato o
trasmesso, ma soprattutto dalla necessità di trasmettere anche le strategie
scelte per mettersi in comunicazione.
Ecco che con il migliorare delle
condizioni di Yuossef, vedendo che la situazione si sta normalizzando, le
difese si abbassano. si colgono sorrisi, il viso della mamma ha modificato
la sua espressività comunicandoci maggiore tranquillità, non è più così
importante l’arrivo del papà.
Adesso Yuossef sta tornando
regolarmente da noi per i controlli, per adeguare la terapia al suo
accrescimento, il papà è sempre presente e quindi tutto è più facile, tra
poco poi sarà lui a rispondere al nostro saluto e alle nostre domande, e
forse dirà alla mamma ciò che stiamo dicendo.
Pubblicato su InfermieriOnline il
5 giugno 2004 |
La
comunicazione nell’ambito dell’assistenza infermieristica in Pediatria ha da
sempre avuto una caratteristica peculiare data dalla necessità di avere un
mediatore tra noi e il nostro “utente”.
Con un
bambino, in rapporto alla sua età, è indispensabile che qualcuno si ponga
tra noi e lui per tradurre in termini o parole accessibili alle sue
conoscenze, alle sue capacità espressive, la comunicazione che sta alla base
di tutto il nostro agire. Ma anche quando fossimo riusciti a creare questo
canale comunicativo, rimane ancora importante il contributo che ci può dare
la persona che gli sta vicino per poter al meglio interpretare le sue
necessità, i bisogni per il cui soddisfacimento può essere necessario del
nostro AIUTO.
Nel nostro agire quotidiano, in questi ultimi tempi si è inserita una nuova
difficoltà
legata al fatto che il nostro MEDIATORE tradizionale, ovvero la mamma, ha
lei stessa difficoltà a comunicare con noi perché proviene da un cultura
diversa dalla nostra e non comprende il nostro linguaggio. |