Le parole che non conosco

 

di Emiliana Mosca

 

Yuossef  arriva di sera in braccio alla mamma, sono accompagnati dal papà.

Ha in atto una crisi convulsiva, “ da quanto presenta questo disturbo?”

Si parte da qui, è la prima domanda che si pone, mentre continuiamo ad osservare il bimbo. 

Ha pochi mesi, qualunque sia la sua provenienza, la sua nazionalità, non sarebbe lui a fornirci  risposte.

La mamma, il papà risponderebbero alla nostre domande.

Ma è necessario adeguare il nostro linguaggio, trovare  parole semplici.

Sono in Italia da poco tempo, il padre lavora, comprende abbastanza e si spiega anche discretamente. Certo la conoscenza di termini medici è molto limitata.

La madre ci osserva timorosa, dimostra apprensione per il figlio, ma non dice nulla.

Dobbiamo osservare molto, scegliere con cura le domande, ascoltare con molta attenzione le risposte.

Ascoltando le loro domande, la nostra attenzione deve cogliere quelle poste in modo non verbale.

Il padre dice che è da stamani che il piccolo non sta bene, ma la mamma ha dovuto attendere che lui tornasse dal lavoro per venire in Pronto Soccorso.

Ci chiede con insistenza cosa sta succedendo al suo bambino.

Yuossef  intanto continua ad avere clonie.

Si inizia una terapia, si eseguono degli esami, il beneficio terapeutico è scarso.

I genitori si accontentano delle nostre risposte, si affidano a noi.

Li abbiamo rassicurati?? Avranno capito quanto è stato detto loro???

Potrei dire …forse…. avrei parole di aiuto da utilizzare per rendere più efficace la  mia assistenza, per motivare,spiegare, cercare collaborazione….  ma non conosco le parole che sarebbero comprensibili a loro.

Il bimbo piange, la madre lo consola, ci guarda, noi dovremmo spiegarle cosa stiamo facendo, rassicurare lei servirebbe a rassicurare il bimbo.

Cerchiamo allora di dialogare con lei mediante lo sguardo, mediante il nostro comportamento.

Saranno molto importanti i gesti che faremo, come  toccheremo il suo bambino.

Potremo accarezzarlo per dimostrarle che ci interessiamo a lui,  ci occupiamo di lui

Ma dovremo accarezzarlo e toccarlo “poco”, con molta discrezione, la differenza culturale che ci separa crea diffidenza ed è molto facile trovare difese.

Passano le ore,  i giorni, le convulsioni non  scompaiono.

Gli episodi si ripetono, avremmo bisogno di un controllo, una registrazione costante, attenta, precisa rispetto al tempo, al modo, alla durata di insorgenza dell’evento, ma come ottenere queste informazioni da lei?

Intanto il papà è dovuto tornare al lavoro ed è presente solo di sera.

Ne parliamo quindi  alla sera con il papà e concordiamo che lei ci chiamerà immediatamente, noi accorreremo prontamente per poter essere noi la fonte di quelle importanti informazioni.

Lei suonerà il campanello non appena lo vedrà tremare.

Ripensandoci oggi, mi viene un dubbio: le avevamo spiegato di non allarmarsi per il fatto che noi accorrevamo così frettolose? Forse sì, ma certo il suo atteggiamento il suo volto non esprimono quell’ansia così  facilmente presente nelle mamme “italiane”.

Intanto a poco a poco siamo entrate sempre di più nella sua stanza, nelle sue abitudini, nel suo modo di accudire Yuossef e si è creata una sorta di silenziosa comunicazione,  possiamo anche cercare una comunicazione con il piccolo che finalmente sta migliorando.

Il gruppo assistenziale intanto sperimenta una volta di più  l’importanza, la necessità,  di adeguare, migliorare, rendere il più completo possibile il passaggio di  comunicazioni tra operatori.

L’ aspetto importante di questo passaggio di informazioni è dato proprio dalla impossibilità di chiedere ad altri ( la mamma ) quanto, per mille motivi non è stato registrato o trasmesso, ma soprattutto dalla necessità di trasmettere anche le strategie scelte per mettersi in comunicazione.

Ecco  che con il migliorare delle condizioni di Yuossef, vedendo che la situazione si sta  normalizzando,  le difese si abbassano.  si colgono sorrisi, il viso della mamma ha modificato la sua espressività comunicandoci maggiore tranquillità, non è più così importante l’arrivo del papà.

Adesso Yuossef  sta tornando regolarmente da noi per i controlli, per adeguare la terapia al suo accrescimento, il papà è sempre presente e quindi  tutto è più facile, tra poco poi sarà lui a rispondere al nostro saluto e alle nostre domande, e forse dirà alla mamma ciò che  stiamo dicendo.    

Pubblicato su InfermieriOnline il 5 giugno 2004

 

La comunicazione nell’ambito dell’assistenza infermieristica in Pediatria ha da sempre avuto una caratteristica peculiare data dalla necessità di avere un mediatore tra noi e il nostro “utente”.

Con un bambino, in rapporto alla sua età, è indispensabile che qualcuno si ponga tra noi e lui per tradurre in termini o parole accessibili alle sue conoscenze, alle sue capacità espressive, la comunicazione che sta alla base di tutto il nostro agire. Ma anche quando fossimo riusciti  a creare questo canale comunicativo, rimane ancora importante il contributo che ci può dare la persona che gli sta vicino per poter al meglio interpretare le sue necessità, i bisogni per il cui soddisfacimento può essere necessario del nostro AIUTO.

Nel nostro agire quotidiano, in questi ultimi tempi si è inserita una nuova difficoltà

legata al fatto che il nostro MEDIATORE  tradizionale, ovvero la mamma,  ha lei stessa difficoltà a comunicare con noi perché proviene da un cultura diversa dalla nostra e non comprende il nostro linguaggio.