|
Correva l’anno 1996,
ma dove corresse ancora non mi è dato sapere.
Attilio era un paziente noto,
over 50, bel fisico, ben curato, se non fosse
per le infezioni opportunistiche che non gli davano tregua, sembrava in
buona salute.
Non parlava molto, ma i suoi occhi chiari
sapevano essere eloquenti.
Quell’ultimo ricovero in malattie infettive lo
avevano visto provato, stanco, la neuropatia si aggravava di giorno in
giorno.
La bocca era deviata a lato e l’emiparesi era
ormai definitiva ed in peggioramento.
Era triste, non chiamava mai, se scambiavo due
chiacchere con lui era perché mi andava di farlo, lui non chiedeva nulla.
La sua famiglia abitava in campagna, era
benestante, avevano una attività in proprio e l’aria un po’ snob di chi può
permettersi qualche sfizio in più.
Alla sera fratello e sorella si recavano da lui
ma restavano quasi sulla porta della stanza, lo guardavano distaccati e con
lui scambiavano poche parole di circostanza, poi se ne andavano ed Attilio
era sempre più solo.
Solo, con la sua reale paura di morire,
solo, nella stanzetta isolata da possibili
contagi,
solo, con il suo amore diverso.
Questa sua diversità lo aveva abituato
all’esclusione dalla gente comune, ma adesso aveva disperatamente bisogno
di aiuto.
Lui così riservato, ora raccontava improbabili
storie di come si fosse contagiato, parlava di stuzzicadenti sporchi e
frammenti taglienti di piatti, nascondeva, come aveva imparato bene a fare,
ciò che era…un uomo che amava altri uomini.
Quella mattina Attilio non smetteva di
lamentarsi, suonava il campanello chiedeva di parlare con i suoi. Era
agitato, ma non voleva sedativi, urlava con quanta voce in corpo.
Gli ordini erano precisi,
non disturbare i parenti a casa per le crisi
isteriche di un paziente solo un po’ agitato.
Attilio dopo ore non aveva quasi più voce,
disattesi gli ordini e telefonai.
Nel frattempo gli era stato fatto un sedativo e
quando arrivarono i familiari era tardi.
Attilio dormiva e da quel sonno non si
risvegliò più, dopo due giorni morì.
Quella stanza spoglia, incerottata e
disinfettata sembrava piena.
Piena di parole non dette e di occhi chiari.
Corre l’anno 2003 e dove corra non mi è dato
sapere,
ma quella stanza incerottata è ancora qui,
dentro ai miei occhi.
Pubblicato su InfermieriOnline il
18.08.03
|