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“Thassim ha raccolto la sua mina, il suo
maledetto pappagallo verde, vicino a Mawat, un villaggio di montagna
circondato da boschi di querce, rese ancora più maestose dalla prima neve di
novembre. Lo guardo mentre cerca, per ora senza successo, di portarsi un
cucchiaio alla bocca senza rovesciare la zuppa. E' stanco, e un poco
frustrato, per oggi non vuole più saperne di fare esercizi”.
“Arriva quando tutti
scappano, quando la guerra esplode nella sua lucida follia. Guerre che per
lo più hanno un lungo strascico di sangue dopo la fine ufficiale dei
conflitti: quando pastori e donne sono dilaniati dalle tante mine antiuomo
disseminate per le rotte della transumanza, o quando i bambini raccolgono
strani oggetti lanciati dagli elicotteri: pappagalli verdi,
li chiamano i vecchi afgani... In questo libro Gino Strada mette a nudo le
immagini più vivide, talvolta i ricordi più strazianti, le amarezze continue
della sua esperienza, profondamente etica, in una fase storica che alcuni
definiscono senza più valori".
[dalla Prefazione di Moni Ovadia a "Pappagalli verdi"]
Lo scorrere delle parole scritte è sciolto e, nonostante il contenuto non
abbia un preciso ordine cronologico, geografico o tematico, i ricordi che
via via emergono si aprono con umiltà e rigorosa modestia, suddivisi in
tanti episodi toccanti che hanno un comune e prezioso valore insieme
pedagogico e divulgativo.
Scrivo questo, poiché Gino Strada vive sempre in prima linea tutti i fatti
che ci comunica. Ospedali di fortuna, nottate in bianco, pazienti in fin di
vita e presidi e farmaci insufficienti per le cure.
Costruire ospedali da campo, pianificare e svolgere soccorsi urgenti e in
zone impervie approfittando di un’esile tregua, operare alla luce delle
torce in mezzo agli scontri armati, tentare di suturare corpi e speranze. E
poi, ancora, amputare e riabilitare, convincere un bambino a passare il
resto della vita "adattandosi alla nuova forma del suo corpo, ad usare al
meglio quel poco che è rimasto”, consolare un amico o un compagno
disperato.
Gino Strada racconta incredibilmente della sua sorpresa nel constatare
l’assenza di una qualsiasi reazione da parte delle vittime e di aver poi
capito come sia "la quotidianità della tragedia che rende superfluo ai
feriti dalle mine piangere, lamentarsi. E’ il fatto di aver sempre vissuto
in mezzo al terrore e al dolore fisico, di averlo visto negli occhi dei
nonni e poi dei padri e delle madri, dei fratelli e delle sorelle”.
Tutto questo non si può connotare per essere soltanto un lungo viaggio di
una vita da medico avventuroso. E’ invece un costante quotidiano combattere
per aiutare chi ha bisogno di aiuto. Il più delle volte sono anziani, donne
e bambini i protagonisti dei giorni di guerra paragonabili ad una tempesta
di cui non si vede mai il termine.
“Jaqueline, the tiger. Credo di averglielo
appioppato io quel soprannome, anni prima (…) per il carattere deciso.
Bravissima infermiera. Aggressiva e dolce al tempo stesso, di quelle che non
mollano mai di fronte a situazioni difficili (…) La sera passavamo spesso le
ore libere insieme (…). Poi ha incontrato Julian, e la tigre si è
innamorata. Venivano spesso a cena lei e Julian se non c’era da tornare in
ospedale. Lui era un ex militare. A Kabul lavorava per Halo Trust,
un’organizzazione impegnata nella distruzione di mine antiuomo (…)
Bravissimi, una delle poche organizzazioni davvero umanitarie, senza
mercenari con stipendi da nababbi. Erano una bella coppia, lui e la tigre
(…) Ricordo ancora quella sera in cui Jaqueline era entrata di corsa nel
giardino di casa mia. Lo aveva detto a tutti di essere incinta, n’era
felice. Quando sono partito ho promesso a tutti e due che sarei andato al
loro matrimonio. Tre settimane dopo Julian era morto (…) Un incidente mentre
stava disinnescando una mina, appena fuori Kabul. Grandi ferite e ustioni
gravissime.
E ancora non riesco ad immaginare che cosa deve essere stato, per Jaqueline,
veder arrivare Julian in quello stato in ospedale, e morire tre giorni dopo
sotto i suoi occhi…”.
Nel libro il chirurgo di guerra cerca spesso di placare questo ciclone
straziante che cerca di spazzare via ogni umana ragione, anche se non sempre
è possibile.
A proposito d’ospedale, Gino Strada ha lavorato anche al Koshevo di
Sarajevo, dove il dr. Karadzic era l’emerito psichiatra. Un bel dì,
l’emerito psichiatra, i sanitari, gli infermieri e gli ausiliari della sua
etnia non si presentano più in corsia a lavorare. Una settimana dopo saranno
tutti in cima alle colline, intorno a Sarajevo, a sparare contro il loro
ospedale, il reparto e gli stessi colleghi…
Ma il libro non contiene soltanto episodi tristi. Sono presenti anche
aneddoti che fanno sorridere. E fra un pensiero ed un altro Gino Strada
continua la sua attività affiancato da Emergency, l’associazione che ha
contribuito a fondare.
Certo, è il suo lavoro. Ma per quale motivo ha scelto di fare proprio questo
lavoro? E’una delle grandi “domande” alla quale, se si ha voglia di leggere
il libro, risponde lui stesso attraverso le pagine vissute in prima
persona.
“La cosa curiosa è che, dieci anni dopo, ancora non lo so con precisione
(…) Questo mestiere mi piace, anzi non riesco a pensarne un altro che possa
piacermi di più (…) Dimostrare che si può fare, che si può riuscire in
qualcosa d’utile anche quando sembra impossibile, quando le porte sembrano
tutte chiuse. Accettare la sfida, misurarsi con le difficoltà”.
Cos’altro potrei raccontarvi? Il caldissimo invito è a leggere il libro
tutto per intero, perché è il racconto commovente ma sobrio, amaro e lucido,
di uno che sa quel che fa perché fa quel che deve. Senza dubbio è il
consiglio migliore rispetto a leggere una scarna recensione…
Incipit
Negli anni ottanta, durante il lungo conflitto
Iran-Iraq, la zona di confine a Haji Omran, montagne che superano i tremila
metri, è stata, come si usa dire, uno dei più orrendi teatri di guerra.
Molte migliaia di soldati sono morti in quel teatro, attori o più spesso
burattini di una guerra spietata. I loro elmetti e i loro fucili sono ancora
lì, sui pendii del monte Chiya-i-Girdmand, assieme a bombe e razzi inesplosi
(…).
Biografia dell’autore
Gino Strada è chirurgo di guerra ed è uno dei fondatori dell’associazione
italiana EMERGENCY. Da oltre dieci anni è impegnato in prima linea i tutti
gli angoli più sperduti del mondo: ha lavorato in Afghanistan, Perù, Bosnia,
Gibuti, Etiopia e Somalia, nel periodo più recente in Cambogia e durante la
guerra in Iraq. Pappagalli verdi ha vinto il premio
internazionale “Viareggio Versilia 1999”.
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