ESPERIENZE A CONFRONTO: intervista a Francisca Anaya
Infermiera di comunità, editrice della rivista "BEC" della Asociación de Enfermería Comunitaria e collaboratrice di InfermieriOnline
di Mariagiovanna Pasculli
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Ho sempre avuto la curiosità di sapere come sarebbe stato lavorare all'estero, non ci ho mai provato. C'è sempre stato qualcosa da mettere davanti a questa idea. Ma un pomeriggio, parlando con Francisca della sua esperienza italiana, ancora in corso, ho sentito la necessità di sapere qualcosa di più, maggiormente dopo essere stata messa a parte della sua decisione di ritornare in Spagna. E ho pensato che la sua esperienza potesse essere utile, non solo a me, ma a chi coltivasse, nel cuore, lo stesso desiderio. |
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"Fai della tua vita un sogno e del tuo sogno una realtà" A. Saint-Exupèry |
Magi: Com’è maturata la decisione di venire a lavorare in Italia?
Francisca: Prima di finire il corso in scienze infermieristiche già desideravo potere, un giorno, andare in altri paesi per conoscere da vicino, direttamente e non attraverso i libri, altre realtà infermieristiche. Così, una volta diplomata, ho atteso di avere la possibilità di chiedere l’aspettativa dal mio lavoro di “infermiera di comunità” in Spagna. L’opportunità mi si presentò nel 2001 e da quel momento ho iniziato a inviare curriculum e a fare colloqui con agenzie di collocamento e con rappresentanti dell’AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata).
Magi: Perchè hai scelto Roma?
Francisca: In realtà la prima scelta era stata Firenze, città che conosco molto bene e che amo tanto poiché ci avevo studiato nell’autunno del ’94. Anzi, nell’ottobre del 2001 avevo già un lavoro per una Casa di Cura di Firenze impegnata nell’assistenza riabilitativa e nella lungodegenza, cosa molto vicina alla mia attività professionale visto che io svolgo una parte del mio lavoro a fianco di malati in condizione di cronicità o terminali; un tipo di paziente che permette applicare un’assistenza infermieristica fortemente incentrata sull’approccio relazionale (quindi non solo tecnica), permettendo individuare i suoi bisogni, pianificare le cure, valutare gli interventi, insomma è l’ideale per realizzare il piano di nursing e valorizzare un’infermieristica incentrata sulla persona. A gennaio del 2002, contemporaneamente alla conferma per il trasferimento, mi viene fatta una proposta per Roma che, tra valutarla molto ho infine accettato, (anche se poi, per iniziare a lavorarci, ho dovuto aspettare 1 anno in più).
Magi: Dove hai lavorato durante il tuo soggiorno romano?
Francisca: Sono dovute passare tre settimane tra il mio arrivo e l’inizio dell’attività. Dopo tante vicissitudini, ho finalmente iniziato il servizio in una Casa di Cura privata, presso un reparto di cardiochirurgia in convenzione con una delle Università di Roma.
Un reparto con 29 posti letto e 2-3 infermieri per turno, nessun OTA, OSS e qualche volta 1 portantino di supporto. Una Unità Operativa specializzata in bypass coronarici, gli interventi sulle valvole cardiache, sugli aneurismi, l’impianto di pacemakers, con frequenti interventi di maggiore complessità e su pazienti ultrasessanttacinquenni.
I pazienti vengono ricoverati il giorno prima dell’intervento e dopo questo rimangono 1-2 giorni in Terapia Intensiva e poi cinque giorni, più o meno, al reparto se non ci sono complicazioni. Poi vengono trasferiti in altri ospedali se hanno bisogno di riabilitazione.
Magi: La scelta di lavorare in una corsia piuttosto che in assistenza domiciliare è stata tua?
Francisca: Certamente no, ma è stato impossibile trasferire la mia esperienza di “infermiera di comunità” in Italia perché qui da voi non esiste ancora questa figura. Poi non sono riuscita a trovare altre offerte di impiego diverse da situazioni residenziali e questo mi ha portato in corsia, anche se ovviamente mi sarebbe piaciuto molto lavorare sul territorio.
Magi: Come hai trovato il passaggio tra due realtà operative così differenti: fare attività residenziale rispetto alla tua esperienza territoriale?
Francisca: Non vorrei generalizzare la mia esperienza perché è già difficile mettere in relazione la mia carriera svolta interamente nel servizio pubblico rispetto al lavoro in una struttura privata; in questo Spagna e Italia sono simili: il pubblico ha una maggiore disponibilità di risorse umane e materiali su cui poter contare.
All’inizio è stato come fare un salto nel tempo, non tanto perché siano due realtà operative così differenti, visto che sono andata a lavorare in una struttura privata ospedaliera, ma era difficile per me capire che l’importante per una caposala all’inizio fosse sapere se ero comunitaria o extracomunitaria (niente sulla tua formazione o esperienza lavorativa), e poi se portavi o non la cuffia (non importa in che modo, ne perchè), e che gli ordini medici fossero eseguiti senza troppe domande, non importando a volte come…
Magi: Hai avuto difficoltà ad ambientarti?
Francisca: No, per niente. Io ho lavorato come infermiera per 13 anni con diverse équipe interdisciplinari e in diverse strutture, ho quindi una solida esperienza che mi è tornata utile.
Devo dire però che mi è mancato il lavoro in équipe: i medici e gli specializzandi da una parte, le infermiere d’altra ad eseguire gli ordini del primario (trasmessi attraverso la bocca della caposala)... La cosa che colpisce e che mi ha veramente stupito è la “gerarchia” che esisteva nel reparto; un esempio aneddotico: i medici, specializzandi compresi, danno del “tu” agli infermieri anche se questi ultimi possono essere più anziani nell’età e nella professione mentre gli infermieri sono obbligati a dare del “lei” anche agli specializzandi…
E’ un piccolo esempio, ma questa mancanza di lavoro in équipe impedisce di realizzare una alleanza e una sinergia in grado di realizzare un’assistenza di qualità.
Magi: Come sei stata accolta dai colleghi?
Magi: Quali problemi hai incontrato?
Francisca: Da un punto di vista professionale, almeno nel mio reparto, ho notato la mancanza di protocolli, linee guida, strumenti di documentazione infermieristica nell’applicazione del processo di nursing.
Altra nota dolente è il poco (per non dire nessuno) riconoscimento del ruolo dell’infermiere da parte degli altri professionisti sanitari.
Altro problema, ma questa volta non solo italiano, è la mancanza di una formazione gestionale (management) dei caposala che si traduce in peggioramento dell’organizzazione e nella pessima gestione del lavoro degli infermieri.
Nella relazione col paziente cardiochirurgico mi viene da dire che l’educazione sanitaria non esiste quasi: non si prepara al paziente per il pre-operatorio, e soprattutto per il post-operatorio; questo aumenta moltissimo le problematiche legate all’ansia con un peggioramento delle risposte bioumorali della persona che si traducono in un aumento dei carichi di lavoro infermieristici.
Da aggiungere che in un tipo di reparto così specialistico le patologie concomitanti che hanno i pazienti prima dell’intervento (tipo diabete o altro) o le lesione da decubito che si producono dopo l’intervento vengono sottovalutate e anche questo per il paziente e per l’équipe infermieristica diventa un problema in più.
Magi: Quali differenze hai riscontrato tra gli infermieri Spagnoli e quelli italiani?
Francisca: La risposa a questa domanda deve tenere conto delle caratteristiche dell’U.O. ove ho prestato servizio, un luogo molto tecnico (terapie complesse, alta tecnologia ecc.), in cui l’infermiere, a causa della mancanza di personale di supporto all’attività infermieristica, deve farsi carico anche di attività improprie. Non c’è quasi il tempo per valutare i bisogni del paziente e fare dunque una pianificazione delle attività per risolverli.
Il rapporto relazionale e educativo con il paziente è scarso e dipende solo dell’infermiere. In Spagna invece si lavora in èquipe con il personale ausiliario: la disponibilità di queste figure chiamate da noi “ausiliari infermieristici” permette una distribuzione di ruoli all’interno dell’équipe assistenziale che consente di chiarire e definire l’assistenza infermieristica, nella sua complessità. Il lavoro così inteso, in équipe, con l’ausiliario che si occupa dell’assistenza di base e l’infermiere che si occupa di un’assistenza più complessa, permette una migliore assistenza al cittadino che è il vero scopo del nostro lavoro.
Riguardo alla formazione universitaria infermieristica (capisco che per i colleghi italiani sia ancora una situazione “giovane”: noi siamo all’università dal ’77) spero che questa continui la sua evoluzione in Italia e finalmente sia guidata dagli infermieri invece dei medici, per poter dare una vera impronta infermieristica alla formazione, andare avanti nella professione e cambiare così anche la pratica.
A livello legislativo siete più avanzati di noi: avete già cambiato il percorso formativo infermieristico trasformando il diploma in laurea. Intanto noi ancora stiamo battendoci e per riuscire ad arrivare al dottorato in scienze infermieristiche dobbiamo usare altre vie finchè non ci sia questo cambiamento.
Infine non dimentichiamo gli aspetti economici: la differenza è certamente notevole e sorprende dato che l’Italia ha un costo della vita più caro di quello spagnolo mentre invece gli stipendi degli infermieri sono più bassi di quelli percepiti dai colleghi di Spagna (almeno parlando del lavoro in strutture pubbliche). Ad esempio il mio stipendio in Italia comprensivo di indennità (turni, festivi ecc.) era equivalente a quello percepito in Spagna ma senza dover lavorare i festivi, fine settimane o fare dei turni.
Per non parlare dei turni: lavorare 6 giorni in continuazione (PPMMNN), quando non ti chiedono di fare le lunghe che è il più comune, e dopo questi, avere soltanto lo smonto e 1 giorno di riposo, che dire... Lavorare due notti insieme in un ospedale della Spagna, senza i corrispondenti giorni di riposo, sarebbe impensabile, a meno che questa decisione non fosse motivata dall’esigenza di avere più giorni liberi (dato che per ogni notte corrisponde lo smonto e 1 giorno di riposo) o dell’ UO.
Credo che se tutte queste condizioni non cambieranno, la carenza infermieristica in Italia continuerà a lungo, mentre in Spagna le scuole sono molto frequentate e dove la selezione d’ingresso è allo stesso livello di complessità di quella per l’accesso a Medicina.
Naturalmente la cosa più grave è che la carenza infermieristica è un problema che si ripercuote sul cittadino e sulla sua qualità di vita e di salute.
Magi: Perché hai deciso di ritornare in Spagna?
Francisca: Ci sono state molte ragioni direi, e anche se l’obiettivo iniziale era rimanere almeno per un anno, alla fine ho dovuto decidere e valutare la situazione che stavo vivendo. Tra altro, quel che volevo imparare e sperimentare a livello professionale e personale era già stato fatto e finito quando ho deciso di ritornare: percepire bene gli eventi che vedevo susseguirsi nel reparto, e anche nella vita che stavo sperimentando a Roma, era solamente una questione di essere aperti di mente, svegli e attenti a tutto, e ovviamente quando gli obiettivi sono chiari il resto viene da sè. Forse si potrebbe pensare che sia durato troppo poco: 3 mesi, che sia avvenuto tutto troppo in fretta, ma a volte succede così, “la realta è dinamica”…
D’altra parte era impossibile proseguire da Roma tutti gli impegni professionali e di studio che avevo in Spagna, inoltre, la condizione più importante per rimanere in Italia era poter continuare con il lavoro che sviluppavo in Spagna come editrice di una rivista infermieristica (BEC) e poter finire i miei studi di Laurea di Secondo Livello in Scienze Infermieristiche. Non possiamo mai dimenticare le nostre responsabilità...
Magi: Quale ricordo serbi della tua esperienza italiana?
Francisca: Sono molto contenta perché quest’esperienza mi ha confermato nelle mie convinzioni sulla professione infermieristica in generale, e sul ruolo speciale dell’infermiera di comunità. L’infermiera di comunità (assiste dal punto di vista bio-psico-sociale l’individuo e la famiglia nel proprio contesto, in tutti i momenti della vita e in tutte le fasi del ciclo vitale, con tante e diverse patologie) è più che pronta per lavorare in qualsiasi tipo di reparto o di struttura data la sua attitudine a operare con ampi gradi di autonomia, al dover prendere spesso decisioni cliniche e ad integrarsi con équipe multiprofessionale; il quale è prestamente riconosciuto e valutato dal paziente. La mia storia professionale precedente ha reso più facile sia l’inserimento in strutture residenziali come quella in cui io lavorato sia affrontare le difficoltà di adattarsi ed integrarsi in situazioni difficili.
A livello personale, devo dire che trovarsi all’improvviso da sola e come emigrante in altro paese, è tutta una esperienza di vita che ti fa crescere ancora di più. Devo dire che adesso sento, più che mai, un grande e profondo rispetto per quelli che hanno lasciato nel suo paese non soltanto quello che hanno nella vita, ma le loro famiglie, amici…
Insomma la mia è stata una esperienza molto intensa a tutti i livelli, irripetibile e incredibile, da non scordare mai, e che mi ha fatto molto maturare dal punto di vista sia personale che professionale.
Magi: Pensi che potresti ripeterla, non necessariamente in Italia, prima o poi?
Francisca: Certamente, anzi, prima di tornare in Spagna avevo già trovato un altro lavoro e qualche settimana fa ho ricevuto un’altra proposta da un Centro Ospedaliero Universitario molto autorevole a Roma. Prima però devo terminare i miei impegni accademici e poi deciderò. Intanto continuerò ad amare questa professione, a volere studiare e approfondire le mie conoscenze, è naturale pensi ad accettare altre sfide.
Magi: Daresti qualche consiglio ad un collega che ti dice di voler andare a lavorare all’estero?
Francisca: Prima di qualsiasi altro passo, consiglio di informarsi bene sugli aspetti burocratici e sulla documentazione legale (permesso di soggiorno, residenza, riconoscimento dei titoli, codice fiscale, iscrizione all’albo…) necessari per poter lavorare, avere un contratto scritto e firmato per evitare sorprese, conoscere con la massima precisione possibile le condizioni dell’offerta di lavoro (orari, turni, diritti ecc.).
Poi cercare di reperire informazioni sullo stato del Nursing del paese nel quale s’intende andare, la formazione, il ruolo nella società, il riconoscimento da parte del mondo accademico ecc. (così come avevo fatto io), possibile attraverso internet o newsgroup professionali in modo da migliorare anche la comprensione e la padronanza della lingua.
Per cercare di aiutare i colleghi che possono trovarsi in queste condizioni ho scritto un articolo su InfermieriOnline che approfondisce questo problema, come spero si renda utile a qualcuno anche quest’intervista.
Magi: Volendo dare un consiglio ai colleghi italiani che hai incontrato…quale sarebbe?
Un GRAZIE DI CUORE a DORI, TRUSIANA, LIBERA, ANTONIO, GIORGIA e tutti il resto di colleghi infermieri e non, dell'UO dove ho svolto la mia esperienza lavorativa italiana, senza dimenticare tutti i pazienti che mi hanno permesso di assisterli. Non vi scorderò mai.
Pubblicato su InfermieriOnline il 03.09.03