PET THERAPY IN CORSO: intervista a Carlo Moretti

 

Pediatra, neuropsichiatria infantile, dirigente medico che presta servizio al Pronto Soccorso Pediatrico e Pediatria d’Urgenza del L’Azienda Ospedaliera di Padova.

di Lucia Zanovello

 

      Mi accompagna lo psicologo Paolo Zanovello, che sono riuscita a trascinare in questa avventura pomeridiana.

Entriamo nella struttura, la portineria è quella di un tipico ospedale di città, se non fosse per alcuni acquari che vivacizzano l’ingresso ed un enorme pagliaccio che penzola sul bancone.

Una collega infermiera ci mostra velocemente il Pronto Soccorso, l’ambiente cambia, pareti gialle, colorate, disegni e fumetti ovunque, davvero ci si dimentica di essere in ospedale.

Le stanzette ed i box sono piccoli, sembra davvero tutto a misura di bambino.

Un viavai frenetico, di genitori e bambini, molti medici specializzandi e pochissimi infermieri.

Scorgo perfino qualche clown che intrattiene le persone durante le canoniche attese ospedaliere.

Mentre aspettiamo anche noi,  approfittiamo della gentilezza della Signora Silvia Baggio, che si occupa delle relazioni con il pubblico ed ufficio stampa  e  che ha seguito, anche se indirettamente, l’evoluzione del progetto.

 

 

 

 

 

 

Cion: Quando avete iniziato la pet therapy, da chi è partita l’idea e per quanto tempo siete riusciti a portarla avanti?

Silvia Baggio: Questa esperienza  è partita nel 1996, ed è durata tre anni.

Si trattava di un giorno alla settimana e gli animali ci venivano dati da alcune fattorie che si trovano qui non lontane dall’Ospedale.

Il proponente è stato il dott. Carlo Moretti, lui ha anche seguito e realizzato l’iniziativa.

 

Cion: Gli animali erano solo all’esterno od anche all’interno dell’Ospedale?

Silvia Baggio: Solo all’esterno, avevamo utilizzato  un cortiletto che faceva al caso nostro,  le mura della struttura in parte fungevano da recinto.

Carlo Moretti: Sono stati fatti anche due pomeriggi all’interno della struttura, uno con i bachi da seta ed uno con gli alveari, sono state come due piccole lezioni di biologia ed i bambini si sono molto entusiasmati anche perché ci sono stati dei regalini, il miele ed altre cose.

 

Cion: Che tipo di animali c’erano?

Carlo Moretti: Animali di campagna, come pony, coniglietti, anatroccoli, oche, porcellini, ma avevamo sempre anche cagnolini e gattini.

 

Cion: La Signora Baggio ci ha detto che per gli animali vi appoggiavate ad alcune fattorie, è stato complesso organizzare il tutto?

Carlo Moretti: Noi avevamo deciso di utilizzare i cuccioli, quindi abbiamo fatto riferimento a delle fattorie qui vicine, che in primavera o in autunno ci davano le nidiate, le cucciolate.

Erano le stesse fattorie che si occupavano del trasporto.

La difficoltà maggiore era reperire i cuccioli, dovevamo aspettare che fossero pronte le cucciolate.

Avevamo anche la collaborazione dell’Istituto zoo profilattico che ci forniva veterinari che andavano a visitare in loco gli animali, verificavano che non ci fossero problemi di tipo igienico.

 

Cion: Anche la questione igienica era quindi sotto controllo?

Carlo Moretti: Questa questione non era poi così importante, in quanto non portavamo gli animali all’interno della struttura, ma rimanevano nel cortile esterno. Sarebbe forse stato più complesso farli entrare nella corsia, ma nemmeno più di tanto.

Per gli interni si usano animali di piccole dimensioni, basta predisporre degli spazi adeguati.

 

Cion: A livello burocratico avete avuto problemi?

Carlo Moretti: No,  avendo noi fatto partire l’attività dall’interno, il corpo medico era d’accordo.

Inoltre abbiamo fatto in modo di avere le collaborazioni di veterinari e volontari, riuscendo ad attuare il tutto senza costo alcuno.

 

Cion: La pet therapy era rivolta a tutti i bambini o solo a chi aveva degenze lunghe?

Carlo Moretti: La terapia con gli animali era rivolta a tutti, anche agli immunodepressi.

Non abbiamo avuto problemi particolari, anche i bambini leucemici ad es  con le loro mascherine potevano toccare e prendere in braccio i cuccioli.

Alcune  foto di quelle situazioni, sono state immesse anche in internet.

 

Cion: Com’è stato l’impatto dei bambini a questa novità?

Carlo Moretti: I bambini all’inizio erano schivi ed intimoriti, ma poi prendevano anche troppa confidenza e si rendeva necessario sorvegliare affinché i cuccioli non subissero le esuberanze di entusiasmo.

Ricordo un episodio divertente, i bambini avevano scoperto che gli anatroccoli buttandoli in acqua andavano a fondo ma poi riaffioravano, in questo gioco abbiamo dovuto frenarli un po’, perché i poveri animaletti finivano continuamente tuffati nella piccola vasca.

 

Cion: Avevate psicologi che seguivano l’attività?

Carlo Moretti: Si, c’erano gli psicologi ma l’attività non si è svolta su un gruppo preciso di persone, per poter sviluppare protocolli. Non aveva nessuna valenza scientifica, anche perché credo sia abbastanza difficile fare un protocollo sperimentale in questi termini.

La nostra aveva una finalità globale ed è stata la prima in Italia a partire.

Ora esiste anche una proposta di legge che prevede dei centri abilitati alla pet therapy, anche Padova sarà inserita tra questi.

Più che psicologi a noi servirebbero educatori. Gli educatori si laureano e poi non vengono assunti, non sono contemplati come figure all’interno degli ospedali.  Essi non darebbero un coinvolgimento clinico all’iniziativa, ma offrirebbero al bambino spunti diversi.

 

Cion: Quali prospettive per attività di questo tipo?

Carlo Moretti: Queste attività extra sanitarie fanno una grande fatica a decollare è sempre molto difficile lavorare su queste cose.

Sarebbe importante anche con l’anziano svolgere all’aperto la pet therapy. Ci sono comunque associazioni come AIUCA che hanno iniziato a portare gli animali nelle case di riposo, nelle strutture in cui sono richiesti.

 

Cion: Perché avete smesso?

Carlo Moretti: Perché sono partiti dei lavori di ristrutturazione e per depositare il materiale edile ci hanno occupato il cortile che usavamo come recinto, comunque contiamo di ripartire appena possibile

 

Cion: Perché non viene curato l’aspetto psicologico del malato?

Carlo Moretti: Non viene curato, è vero, infatti viene demandato alla buona volontà di tutti, medici e infermieri. Questi ultimi sono sempre molto pronti e disponibili ma mancano di tempo, corrono in continuazione per carte, controlli, terapie ecc, i medici idem.

E’ impossibile instaurare un buon rapporto di relazione che abbisogna di tempo, non certo di fretta.

E’ la relazione che conta, serve il rispetto dell’individuo oltre che del malato.

L’evoluzione è sempre di più verso il rispetto della persona ma come medici ed  operatori del settore sanitario tanta strada abbiamo ancora da fare anche perché spesso non ci vengono date le opportunità per elargire questo tipo di attenzioni al malato.

Gli infermieri hanno pochissimo tempo da dedicare alla relazione col paziente, sono sempre in meno.

 

Cion: Qual è stato secondo lei il significato di questa A.A.A. (Attività assistita da animali)?

Cosa ha dato ai bambini?

Carlo Moretti: Il significato di questa attività è che  gli animali erano un modo per far rivivere al bambino la sua consapevolezza di persona, ritrovando proprio in ospedale la sua dimensione di bambino.

In ospedale poter toccare accarezzare un animale uscendo dalla struttura, quindi all’aperto permettono al piccolo di sentirsi normale, azionano un meccanismo cognitivo per cui incomincia anche a parlare dell’esperienza che ha vissuto, parlando degli animali comincia a parlare di se stesso.

Con  questo parlare di qualche cosa di esterno che non fa parte di lui, riesce a portare fuori anche l’angoscia della sua malattia della sua sofferenza, l’angoscia di morte.

Possiamo dire quindi che questi sono stimoli che servono al  bambino per potersi riesprimere.

Per questo  motivo tali attività non rimanevano fine a se stesse ma venivano prolungate nel tempo ed elaborate successivamente.

Il bambino si preparava prima dell’incontro e poi lo analizzava successivamente.

Era importante la cadenza settimanale, la periodicità,  chi rimaneva più a lungo aveva una aspettativa che alimentava la speranza, inoltre l’incontro non era un evento sporadico ma un discorso che continuava.

 In ospedale il tempo trascorre lento, ha una dimensione poco connotata ed aspettare un  appuntamento, creava una piccola progettualità, stimolava la guarigione.

Gli animali fungevano da  animazione e compagnia, non voleva essere terapia che ha invece un iter specifico, con degli obiettivi, richiede una diagnosi prima e poi un protocollo di attuazione.

Qui ha avuto molto successo e noi la riproporremo come riponiamo le altre attività, quelle con il bonsai, quelle con i clown, ed altre ancora.

Tutte le attività creative, dove i  bambini  sono chiamati a produrre qualche cosa, a manipolare a costruire o a stabilire relazioni con esseri viventi, sono molto importanti per il loro benessere perché servono a fortificare l’autostima che è indebolita dall’essere ammalato e questo è il miglior servizio che possiamo fare nei confronti della relazione.

L’utilità della pet therapy è maggiore  in chi ha degenze lunghe o nelle riabilitazioni, case di riposo o pazienti psichiatrici, lì è possibile fare uno studio sulla evoluzione nel tempo.

Questa nostra iniziativa ha fatto molto scalpore, molto si è discusso e molto interesse ha destato.

Contiamo di ripartire al  più presto, nello stesso modo con cui abbiamo iniziato.

Altre strutture stanno iniziando ora con la pet, ma molto ancora si deve fare.

Ringraziandovi per la vostra pazienza concludo qui l’intervista.

Grazie ed arrivederci.

 

 

Pubblicato su InfermieriOnline il 25 Febbraio 2003