INTERVISTA AD ANDREA CAVICCHIOLI

 

Presidente del Collegio I.P.A.S.V.I. di Modena.

di Rocco Amendolara

 

 

  

Con una formazione in ambito sanitario che  parte da lontano Andrea Cavicchioli, attualmente, oltre ai molti ruoli ricoperti, è membro dei consigli direttivi di importanti società scientifiche italiane ed internazionali, AIUC ed EPUAP su tutte.

Nell’ultimo periodo è molto impegnato per l’apertura del nuovissimo ospedale di Modena, prevista per il mese di Febbraio dell’anno 2005.

 

“Incontro Andrea nel suo studio, al secondo piano di uno dei bellissimi ed antichi Palazzi degli Estensi in Modena, alla fine di una giornata molto ‘piena’.

Dopo le frasi di rito, comincia la nostra chiacchierata…”

 

 

D: Come vedi nell’attuale panorama sanitario italiano, l’inserimento delle figure ausiliare (tipo OSS e OSS specializzato). In particolare: quanto potrà e sarà spendibile la sua figura per la “ri – organizzazione di modelli assistenziali”?

 

R: Provo a dare una risposta limitandomi al solo ambito ospedaliero, poiché da diversi anni ho concentrato la mia attività in questo specifico settore. Penso che il profilo di competenza dell’OSS possa essere ben inserito nelle aree di lavoro internistiche, post-acute e di riabilitazione estensiva. La condizione organizzativa minima che ne rende proficuo l’utilizzo, è quella di avere contestualmente alla presenza di un OSS almeno due infermieri. E’ questo, a mio giudizio un livello di sicurezza necessario da mantenere. Vedo positivamente l’inserimento dell’OSSS nelle aree chirurgiche di elezione, poiché questo operatore avendo una maggiore preparazione riguardo a contenuti di patologia e farmacologia può operare con maggiore sicurezza, che non sono più pesanti di quelli presenti in aree internistiche, ma tendenzialmente più complessi dal punto di vista della varietà e numerosità degli interventi.

 

D: Qual è la posizione del Collegio di Modena, dato che ne sei presidente, in merito ai tentativi di barattare i posti di infermieri vacanti con l’assunzione di OSS?

 

R: Sempre riferendomi all’ambito ospedaliero, osservo che generalmente il rapporto fra posti di dotazione organica e numero di pazienti trattati è abbastanza buono, anche se non ottimale rispetto agli standard europei. Per cui eviterei di abbassare questo rapporto. Quello che di solito manda in crisi le gestioni, sono le mancate lunghe sostituzioni di infermiere che si assentano per una gravidanza o per altre motivazioni. Allora potrebbe essere utile impiegare una quota di queste potenziali vacanze di posti per assumere OSS e avviare, contestualmente, dei progetti sperimentali di impiego razionale. Non credo molto alla validità di soluzioni di ripiego e transitorie. Per quanto riguarda l’attività svolta nelle strutture per anziani penso che non si possa prescindere dalla concreta applicazione delle diverse normative regionali che definiscono gli standard di dotazione di personale infermieristico, in relazione alla dimensione e alla tipologia degli ospiti. Per quanto riguarda l’attività territoriale il discorso è ancora più articolato e oggi mi sembra assolutamente velleitario qualsiasi tentativo di ridurre la nostra presenza nelle cure domiciliari.

I motivi di questa mia contrarietà sono almeno due:
- da una parte stiamo assistendo a una costante crescita della complessità dell’intervento domiciliare. Le possibilità che oggi offre la tecnologia sanitaria (in questo includendo anche i trattamenti farmacologici) di gestire a domicilio, in presenza di una famiglia collaborante, una persona gravemente disabile, sono di gran lunga maggiori di quelle che appena dieci anni fa era possibile immaginare;

- dall’altra il sistema di rimborso delle attività di ricovero (i cosiddetti DRGs) e la stessa volontà dei cittadini portano a una costante contrazione della durata di un trattamento ospedaliero che deve quindi trovare una adeguata continuazione a domicilio della persona.

Detta in altri termini, se appena cinque anni fa un rapporto di 1 Infermiere ogni 7000 abitanti era considerato un buono standard nella mia regione (Emilia Romagna) è molto probabile che oggi questo rapporto, in alcune zone della regione sia già insufficiente a far fronte alle attività richieste e che lo diventi in modo generalizzato nel giro di pochi anni.

 

D: La classe infermieristica non è, per definizione, votata alla ‘delega’ delle attività assistenziali verso altre figure: quali pensi siano le cause reali e le soluzioni per poter superare quest’empasse, permettendo così magari di cogliere l’opportunità data dalla nascita di queste nuove figure assistenziali?

 

R: La causa principale di questa mancata abitudine alla delega risiede nella modalità cui per anni è stato formato l’infermiere nel nostro paese.  Una formazione sì solistica, ma anche da tuttofare del reparto. Di conseguenza, tanto gli infermieri che le altre professionalità che con loro operano sono abituate a pensare che all’infermiere si possa chiedere di fare “di tutto” nella convinzione che egli sarà comunque in grado di cavarsela. Gli stessi infermieri poi, spesso si trovano in situazioni organizzative nelle quali è difficile la pianificazione delle attività e di conseguenza definire bene i propri ambiti di competenza. Così il processo di delega risulta difficile da pianificare e, successivamente, da realizzare in pratica. Una possibile soluzione è quella di incentivare la specializzazione formale e sul campo del personale infermieristico. Un infermiere sempre più specialista ha certamente più chiarezza sulle attività che possono essere delegate ad altri.

 

D: Quali pensi siano i punti di forza e di debolezza del nuovo percorso formativo universitario dell’infermiere (compresa la laurea specialistica)?

 

R: Il punto di forza più evidente è quello di fornire allo studente una maggiore abitudine all’approfondimento scientifico degli argomenti trattati.

Il punto di debolezza che per ora mi sento di segnalare è la diminuita capacità dei neo-laureati, rispetto ai colleghi con formazione professionale, nella pianificazione delle attività da svolgere in un determinato arco temporale a beneficio di un gruppo di pazienti. Forse l’enfasi notevole che in questo momento viene posta sulla capacità di costruire un progetto assistenziale sul singolo caso fa perdere un po’ di vista la necessità di rendere compatibile quanto si è previsto per un soggetto con le complessive necessità del gruppo di cui si è responsabili, con il tempo e con le risorse a disposizione.

 

D: Quali cambiamenti potrà introdurre la laurea specialistica nell’ambito lavorativo?

 

R: Non ne ho francamente idea in questo momento iniziale, nel quale mi sembra che si sia lasciata in disparte quella motivazione che aveva generato a livello professionale la convinzione che una laurea specialistica fosse necessaria; si diceva qualche anno fa: “ c’è bisogno di avere una laurea specialistica di tipo disciplinare che formi professionisti capaci di aumentare il contenuto specifico professionale dell’infermieristica”. Mi sembra invece che oggi molti rincorrano questa laurea per poter sperare di accedere a posti di lavoro ad alto contenuto manageriale. Si tratta di idee abbastanza diverse. Mi limito a pensare che dalla laurea specialistica possano trarre benefici soprattutto i settori della ricerca e della formazione infermieristica.

 

D: Capitolo ECM: è opinione comune e condivisa che i crediti formativi non siano altro che un dovere e nulla più. Cosa pensi a proposito dell’attuale sistema formativo e della prossima fase a regime della FAD?

 

R: Anche le migliori buone idee possono subire delle distorsioni che creano visioni negative. L’ECM è certamente una buona e doverosa idea che traduce in sistema il dovere deontologico della formazione continua.  In questo periodo si è assistito ad alcune forzature tanto in termini di contenuti che di appesantimento burocratico. Qualcuno che ha letto nel tema ECM soprattutto una occasione per fare business ha aggravato questa impressione negativa. Un elemento che sta creando davvero ostacoli alla effettiva realizzazione di un sistema semplice e “vestito” sulle necessità degli operatori di formazione continua è certamente quello della mancanza di risorse umane in grado di garantire il regolare svolgimento delle iniziative di formazione mentre tutte le attività di cura devono comunque proseguire. In questo senso la Formazione a Distanza (FAD) può attenuare questa carenza ed è quindi una buona risposta per rendere più facile e raggiungibile l’obiettivo di una buona formazione continua per tutti gli operatori sanitari.

 

D: Qual è lo stato della ricerca infermieristica in Italia, rispetto al resto della Comunità Europea e nel mondo?

 

R: Penso di non dire nulla di nuovo se ritengo che noi si sia al palo. Le poche cattedre di Infermieristica presenti nel paese non hanno ancora prodotto “sapere” in quantità e quindi le cose procedono lentamente. Sono veramente scarsi i fondi indipendenti che possono essere messi a disposizione di infermieri ricercatori. Si osserva più spesso che invece Infermieri specialisti in alcuni specifici settori clinici siano presenti, assieme a medici in lavori di ricerca multidisciplinari.

 

D: In qualità di presidente del Collegio di Modena ti sei adoperato per favorire l’ingresso di infermieri extracomunitari in Italia. Puoi riassumere brevemente l’iter burocratico, dato che spesso colleghi d’altre terre chiedono chiarimenti?

 

R: L’iter burocratico che consente a un collega straniero di poter operare in Italia è abbastanza indaginoso. In sintesi, e per punti occorre:


- avere i documenti che descrivono il percorso formativo tradotti legalmente
- trasmetterli al Ministero della Salute compilando un formato di domanda specifico, ove, fra l’altro sono specificati tutti i documenti da produrre
- ottenere il decreto di riconoscimento del proprio titolo dal Ministero
- superare un esame di idoneità linguistica e di conoscenza della normativa di riferimento professionale di fronte a una commissione che è costituita dal Collegio della Provincia dove il Collega intenderà lavorare (questo esame si può anche svolgere all’estero)
- individuare una istituzione che intenda assumere il collega straniero
- avviare la documentazione alla Direzione Provinciale del Lavoro competente
- ottenere il permesso di assunzione.

 

Nel caso in cui il collega si trovi all’estero, l’istituzione che lo vuole assumere dovrà anche individuare una abitazione idonea ad ospitarlo e impegnarsi a pagargli il viaggio di andata in Italia e di ritorno una volta concluso il contratto di lavoro. Tutto ciò per rispettare l’attuale normativa sulla immigrazione. Come è facile capire non si tratta di un iter molto semplice. Per non lasciare queste persone in balia di faccendieri e/o società con pochi scrupoli, il mio consiglio è quello di rivolgersi ai Collegi Infermieri, per avere tutte le informazioni del caso. Alcune regioni hanno anche attivato degli Uffici appositi per l’istruttoria delle pratiche. A questi uffici è anche possibile chiedere informazioni circa le collocazioni lavorative più opportune. A titolo di esempio segnalo che la Regione Emilia Romagna ha individuato nella struttura amministrativa dell’Azienda USL di Modena, denominata “Help Center” (tel. 059436131), l’Ufficio a cui rivolgersi per questo tipo di problemi relativamente agli infermieri stranieri che desiderano operare in questa regione. La titolare dell’Ufficio signora Gloria Carpi, è contattabile anche per posta elettronica all’indirizzo g.carpi@ausl.mo.it

 

D: Sicuramente la tua è una posizione privilegiata per poter fare il punto sulla situazione della formazione italiana, rispetto a quella di altri paesi: cosa c’è di diverso in tal senso?

 

R: Ancora per punti, ritengo che i passi maggiori debbano essere fatti:
- sul piano dei contenuti. Aumentando il tasso dei docenti di formazione infermieristica che siano quindi meglio in grado di orientare gli studenti a una formazione più centrata sullo specifico professionale
– sul piano della organizzazione. Cercando di applicare modelli di formazione teorico-pratica più vicini a una utenza che ha, sempre più spesso, bisogno di conciliare il proprio desiderio di sviluppo professionale con quelle di garanzia di un minimo di reddito o di bilanciamento di esigenze famigliari. Mi riferisco in particolare alla strutturazione di modalità formative part-time e serali già operanti da anni in molte università dei paesi anglosassoni.

 

D: Quali sono le difficoltà maggiori incontrate nel reclutamento di infermieri extracomunitari, lingua a parte?

 

R: La prima difficoltà è quella di distinguersi da intermediari e faccendieri con una politica di arruolamento trasparente e onesta nei confronti di colleghi che per la necessità di soddisfare a bisogni primari, spesso cadono in mano di agenzie con pochi scrupoli, trovandosi in breve termine a mal partito. La seconda è quella di creare una cultura professionale nei colleghi italiani che accetti le diversità etniche e non produca invece atteggiamenti discriminatori. La terza è quella di bilanciare i gruppi di lavoro, facendo sì che la componente di colleghi stranieri sia dimensionata correttamente rispetto alla numerosità complessiva del gruppo e alla capacità di realizzare una efficace tutorship nelle fasi di inserimento. La quarta è quella di supportare questi colleghi, una volta giunti nel nostro paese, con azioni di rinforzo linguistico, professionale e di mediazione culturale fino alla loro completa fidelizzazione alla nostra situazione socio-professionale.

 

 

 

 

 

  

 

Pubblicato su InfermieriOnline il 20 Novembre 2004