SUDAN

(il popolo delle speranze tradite)

di Massimo Spalluto, infermiere di Sala Operatoria 

 

 

Viaggio nelle immagini del Sudan 2005

Sudan 2006

 

Il Sudan è una parte di Africa, di quell’Africa che richiama alla memoria di un distratto lettore, deserti immensi e paesaggi sconfinati, l’Africa di Wilbur Smith e dei romanzi di avventura (“Il trionfo del sole” per esempio, da consumare sotto l’ombrellone delle nostre estati al mare tanto per intenderci) ma per le contraddizioni che manifesta il Sudan  è l’Africa in senso letterale, cioè un paese costantemente depredato dall’occidente delle sue risorse naturali, un paese che nonostante tutto cerca una stabilità politica proprio attraverso il dialogo e gli scambi commerciali con quei paesi occidentali interessati unicamente alle materie prime.

Chi segue le cronache e la storia degli ultimi anni del Sudan,  associa a questo paese ricordi meno romantici, ma drammaticamente attuali; ricordi di sigle che portano alla mente esodi di disperati come: IDP (letteralmente: Internal Displaced People, calcolati in quattro milioni in questi ultimi 20 anni di guerra), oppure SPLA (Sudan People Liberation Army), le forze di opposizione ribelli , e le immagini dei “nostri” telegiornali che mostrano intere popolazioni costrette a lasciare i loro villaggi le loro terre devastate (due milioni di morti dal 1983), in nome di una guerra dimenticata  dalle Nazioni Unite e dall’occidente.

Se l’ONU riconoscesse l’attuale situazione politica e demografica del Sudan, dovrebbe tracciare negli ultimi 20 anni un quadro di genocidio e crimini di guerra che implicherebbero l‘invio di una forza multinazionale di pace, ma con i tempi che corrono non tutti si possono permettere di “esportare democrazia”….. 

La guerra civile in Sudan vede lo scontro tra il governo settentrionale di Khartoum ed i ribelli dello SPLA (il cui leader John Garang aveva ricevuto un addestramento militare negli USA). I ribelli rivendicano l'indipendenza delle regioni meridionali del Sudan; Tale contrapposizione oltre che politica, ha una connotazione religiosa, il sud del Sudan Cristiano–animista, non accetta l’imposizione della Shaari’a (La legge islamica) da parte del governo centrale di Khartoum, arabo e mussulmano.

In Sudan governo e ribelli si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani: i ribelli dello SPLA finanziati da amministrazioni o gruppi armati di Paesi vicini e lontani, fra cui Uganda, Eritrea, Chad, Stati Uniti e Israele, spesso hanno oppresso le popolazioni civili con azioni criminose, negando a volte anche la distribuzione degli aiuti umanitari, aggravando la già difficile situazione legata a siccità e carestia. Inoltre sono stati più volte accusati di arruolare nelle loro file bambini soldato.

Le forze governative sono state più volte accusate di usare armi “non convenzionali” (facendo anche uso di gas letali ed armi chimiche, quelle che qualcuno “va cercando” in Iraq), e di armare ed appoggiare i Janjaweed (formazioni paramilitari responsabili di indicibili crimini nei confronti della popolazione civile); per venti anni l'aviazione governativa ha bombardato incessantemente i villaggi, colpendo case, scuole, edifici pubblici, mercati e chiese. Le stragi di civili sono state quasi quotidiane, come testimonia l'enorme numero di fosse comuni rinvenute; inoltre, migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, sono state rapite e deportate al nord come schiavi.

Ma il più grosso problema del Sudan è un altro e come in molte realtà africane e del terzo mondo è sempre velato da: “specchietti per le allodole” (la guerra di religione); Negli ultimi anni infatti, il tentativo di controllo dei giacimenti petroliferi e delle altre risorse dei territori meridionali ha preso il sopravvento su ogni altra questione anche di tipo religioso, diventando così il vero motivo della guerra.

Le enormi ricchezze delle regioni meridionali del Sudan e del Darfur, in particolare: petrolio, minerali, ma anche acqua, bestiame e terreni coltivabili, che non si trovano nel nord del paese, sono la vera leva che spinge il governo Sudanese (dal 1989 sotto la guida di Omar Hassan al-Bashir) e la sua classe dirigente a cercare il controllo delle aree del Sud Sudan e del Darfur (una regione grande quanto tutta la Francia, le cui popolazioni sono rappresentate pochissimo nell’esecutivo del governo Sudanese); a peggiorare ulteriormente la situazione si è aggiunto l'intervento di influenti multinazionali petrolifere straniere, che hanno fomentato la campagna di guerra di Khartoum per tentare di conquistare quante più "aree produttive" a sud. Compagnie USA, Canadesi, Francesi sono in lizza per accaparrarsi le concessioni sull’estrazione di petrolio da questi territori per i prossimi 20/30 anni, e naturalmente, l’instabilità politica fa buon gioco a questi signori; a loro si sono aggiunti ultimamente anche le compagnie cinesi (la Cina, forte del basso costo della propria manodopera, sta cercando petrolio in giro per il mondo, non essendo più sufficienti le riserve petrolifere interne per lo sviluppo industriale cinese previsto nel prossimo futuro).

Centinaia di migliaia di civili sono stati così cacciati o uccisi unicamente per il fatto di abitare nei pressi di campi petroliferi, e talvolta, secondo numerose denunce di osservatori indipendenti, le multinazionali non hanno esitato a usare i propri eserciti privati sulla popolazione.

Solo lo scorso anno sono stati compiuti importanti passi avanti sul piano diplomatico, dopo due decenni di indifferenza da parte della comunità internazionale. Sono stati infatti aperti i colloqui di pace in Kenya che, fra alterni e discontinui risultati, hanno portato ad un cessate-il-fuoco (Nairobi –Gennaio 2005) che a Giugno ha condotto le parti alla firma di un accordo di pace che prevedeva l’ingresso di John Garang come vicepresidente nel governo Centrale di Khartoum (gli accordi prevedevano nel prossimo futuro il graduale raggiungimento da parte del sud del Paese di una larga autonomia da Khartoum, essendo il Sudan uno stato federale).

Nelle trattative di pace una funzione importante l’hanno avuta gli Stati uniti, oltre ad altri paesi al confine con il Sudan. Proprio l'intervento del governo americano, non certamente mirato a questioni umanitarie, è stato determinante nel raggiungimento di una intesa di massima: Washington ha infatti promesso enormi finanziamenti alle parti in cambio di un accordo di pace, che dovrebbe portare ad un significativo aumento della produzione di petrolio (la fame mondiale di petrolio è il motore principale insomma), senza contare un particolare “piccolo” ma molto rilevante: attualmente il petrolio sudanese arriva sulle coste del Mar Rosso, area difficilmente controllabile in questi anni; costruire un oleodotto che porti il petrolio sudanese sulle coste atlantiche (Cameroun, porto di Kribi!!…), collegando i pozzi petroliferi a sud ed ovest del Sudan alla pipeline del Chad Meridionale, comporterebbe molti vantaggi per l’occidente, e guarda caso questo oleodotto dovrebbe passare proprio nel Darfur. Forse è proprio per questo che oggi si riscopre il dramma di questa regione martoriata?

Gli accordi di pace di Nairobi, erano una grande speranza per il Sudan; infatti all’inizio di Luglio di quest’anno una grande festa con migliaia di sudanesi in piazza ha accolto il ritorno di john Garang a Karthoum per il suo insediamento come vicepresidente, era l’inizio di una nuova era per questa gente, una speranza di pace purtroppo infranta alla fine di Luglio quando in un tragico incidente l’elicottero su cui viaggiava il leader dei ribelli si è schiantato al suolo in Uganda, riportando nuovamente nel caos il Sudan, e riaprendo le ostilità tra mussulmani e cristiano-animisti.

Di questa speranza di pace, restano i problemi della gente comune; in questi anni, chi è sopravvissuto alle incursioni dei militari, a carestie, siccità ed epidemie collegate alla guerra, è stato etichettato dalla burocrazia, bollato come IDP, praticamente: persona senza più una casa, un lavoro, una terra, ne famiglia ne animali, ne mezzi di sostentamento, cioè senza identità, profugo nel paese di appartenenza.

Decine di migliaia di questi profughi nel loro stesso paese, si sono ammassati nei grandi centri, dove è più facile scappare dai militari o dai ribelli, e dove magari si può cercare di sopravvivere con espedienti vari.

Al Fashir è una di questi centri, cittadina situata a ovest di Khartoum (Nord Darfur), in pieno deserto, attualmente accoglie in due campi principali (Abu Shok e Salam) e altri campi minori posizionati alla sua periferia, quasi centomila IDP che vivono in pieno deserto proprietari del nulla: in tende e baracche fatte di cartone, lamiera, stracci e polvere, occupati ad inventarsi il quotidiano (portatori d’acqua, venditori di pezzetti di legno, di semi d’anguria secchi, di qualsiasi cosa perché qui tutto ha un valore).

 I Suq (tradizionali mercati arabi), che si sono sviluppati intorno ai campi IDP sono molto grandi e ci si può trovare di tutto. I campi sono perennemente affollati, anche il termine “Bidonville” sembra un complimento in questi casi, tutto è  ricoperto dalla polvere, l’unica cosa in abbondanza da queste parti. 

In questi campi varie NGO ed organismi internazionali (CRI, COPI, ecc…) forniscono assistenza di vario tipo (costruzione pozzi, assistenza sanitaria, scuole ecc…), ma la situazione igienico sanitaria è comunque molto precaria, anche perché gli occupanti dei campi aumentano di giorno in giorno.

In questo contesto, dove le esigenze della popolazione non sono tenute in nessun conto dalle autorità locali, Emergency, ha cercato e sta tuttora tentando di fornire assistenza sanitaria specializzata a queste popolazioni, attraverso la costruzione di due Centri:

ü      Un centro Cardiochirurgico situato a Khartoum (attualmente in fase di costruzione);

ü      Un Centro pediatrico costruito nel campo sfollati di Mayo nella zona Sud di Khartoum;

ü      Un Centro Chirurgico per vittime di guerra presso  Al Fashir (Nord Darfur); 

Il progetto di Emergency non ha solo lo scopo di fornire assistenza sanitaria di alto livello alle popolazioni civili del Sudan e dei paesi confinanti, anche in un campo specialistico come la cardiochirurgia, ma l’obiettivo è anche di costruire una tangibile speranza di un futuro, con la possibilità di un lavoro per questa gente.

Il Centro di Al Fashir (presso il Al Fashir Teaching Hospital) cominciato a costruire un anno fa, e terminato nel giugno 2005, avrebbe dovuto iniziare la sua attività a favore delle popolazioni civili e degli IDP ospiti dei campi profughi, l’arrivo delle attrezzature sanitarie e dei presidi era stato completato, ed il progetto prevedeva l’invio di infermieri e chirurghi internazionali.

Invece il team di Emergency, l’ultimo di una serie di team inviati, composto da due logisti (Fabrizio e Paolo) e due infermieri (Micaela e Massimo) che hanno lavorato all’apertura di questo centro chirurgico composto da un reparto con 20 posti letto e due sale operatorie, si è trovato di fronte all’opposizione delle autorità federali del Nord Darfur e dei medici che gestiscono il locale ospedale, evidentemente preoccupati che un Centro chirurgico che fornisse assistenza di elevato livello a titolo totalmente gratuito potesse incidere sulle attività sanitarie, rigorosamente a pagamento, gestite dai pochi medici presenti ad Al Fashir, e sui loro personalissimi interessi economici, ancora una volta la gente ed i bisogni sanitari vengono commercializzati da chi gestisce la sanità per pochi.

In più di un anno di lavoro il team di Emergency (Logisti, medici ed infermieri che sono stati inviati nel Darfur), ha lavorato alla ristrutturazione secondo standard ottimali dei locali messi a disposizione dalle autorità locali, dovendo agire sia sulle strutture fatiscenti, che sulla mancanza di un impianto fognario adeguato, sulla mancanza di acqua corrente, e persino sulla presenza di animali stanziali nell’area ospedaliera…. 

Più volte in vari meeting con i medici dell’ospedale, si è cercato di trovare un punto di accordo, un via comune affinché si potesse lavorare insieme per la popolazione del Nord Darfur, evidenziando come la situazione sanitaria ed igienica dell’ospedale fosse al limite del collasso, ma non si è riusciti a scalfire la linea di condotta molto rigida tenuta sia dai medici dell’ospedale che dalle autorità del ministero della sanità federale del Nord Darfur.

Si è tentato di spiegare quali sono gli scopi di una associazione come Emergency, è quale fosse il supporto dato negli altri progetti avviati in altri paesi, sia dal punto di vista dell’assistenza erogata che dei posti di lavoro creati, e della speranza in un futuro dignitoso, ma non c’è stato niente da fare.

Dopo più di dodici mesi di lavoro, si erano create delle forti aspettative nei confronti di Emergency da parte della popolazione civile che aspettava l’apertura dei posti letto del centro Chirurgico di Emergency, e anche le assunzioni di personale sanitario e di supporto (erano anche state avviate le selezioni).

Tutto questo non ha minimamente scalfito i privilegi delle autorità di Al Fashir e del Teaching Hospital, le persone che in questi mesi hanno lavorato con Emergency alla ristrutturazione hanno anche manifestato la loro delusione alle autorità, ma non sono stati ascoltati.

Alla fine di Luglio 2005 dalla sede Centrale di Milano ci hanno comunicato che, vista l’impossibilità di lavorare secondo gli standard e gli obiettivi di Emergency, si procedeva alla donazione alle autorità ospedaliere delle strutture ristrutturate, compresi i materiali sanitari, da quel momento, tutte le energie e le risorse di Emergency in Sudan sarebbero state dedicate al Centro Cardiochirurgico di Karthoum, ed al Centro pediatrico nel campo sfollati di Mayo..

E’ stato difficile comunicare ai ragazzi sudanesi quello che stava accadendo, vedere nei loro volti la delusione, percepire la rassegnazione nei confronti di un sistema politico e dirigenziale totalmente distaccato dagli interessi dei più poveri, ma invece perfettamente orientato ai privilegi di pochi.

Tutta la loro voglia di cambiare qualcosa nel loro paese, di costruire un futuro dopo anni di guerra, si è infranta contro la volontà dei soliti privilegiati, è proprio noi che avevamo sostenuto la possibilità di cambiamenti, di un nuovo modo di lavorare e dare assistenza alle popolazioni civili, ci siamo fermati davanti a questo muro, ma almeno abbiamo lasciato una struttura funzionante all’ospedale di Al Fashir, con tutti i presidi medico-chirurgici per una attività operatoria di vari mesi, in attesa di poter ritornare in Darfur, in una seconda fase e di completare il nostro progetto, perché questa possibilità l’abbiamo ancora.

La possibilità di tornare tra la gente del Sudan, un paese dove le speranze non crescono ormai più tanto facilmente, e dove fa facile presa l’islam integralista che dipinge l’occidente come il grande satana che toglie ai paesi africani senza mai dare niente in cambio, ma forse quello che si è lasciato laggiù è solo un seme, torneremo più tardi a raccogliere le speranza che abbiamo lasciato.

  

 

Bibliografia:

Questo contributo nasce dall'esperienza diretta dell'autore in missione per Emergency in terra di Sudan nel luglio del 2005. Le opinioni sono espresse a titolo personale.

 

 

Pubblicato su Infermierionline.net l'11.11.2005

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