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Il Sudan è una parte di
Africa, di quell’Africa che richiama alla memoria di un distratto lettore,
deserti immensi e paesaggi sconfinati, l’Africa di Wilbur Smith e dei
romanzi di avventura (“Il trionfo del sole” per esempio, da consumare sotto
l’ombrellone delle nostre estati al mare tanto per intenderci) ma per le
contraddizioni che manifesta il Sudan è l’Africa in senso letterale, cioè
un paese costantemente depredato dall’occidente delle sue risorse naturali,
un paese che nonostante tutto cerca una stabilità politica proprio
attraverso il dialogo e gli scambi commerciali con quei paesi occidentali
interessati unicamente alle materie prime.
Chi segue le cronache e la
storia degli ultimi anni del Sudan, associa a questo paese ricordi meno
romantici, ma drammaticamente attuali; ricordi di sigle che portano alla
mente esodi di disperati come: IDP (letteralmente: Internal Displaced
People, calcolati in quattro milioni in questi ultimi 20 anni di guerra),
oppure SPLA (Sudan People Liberation Army), le forze di opposizione ribelli
, e le immagini dei “nostri” telegiornali che mostrano intere popolazioni
costrette a lasciare i loro villaggi le loro terre devastate (due milioni di
morti dal 1983), in nome di una guerra dimenticata dalle Nazioni Unite e
dall’occidente.
Se l’ONU riconoscesse
l’attuale situazione politica e demografica del Sudan, dovrebbe tracciare
negli ultimi 20 anni un quadro di genocidio e crimini di guerra che
implicherebbero l‘invio di una forza multinazionale di pace, ma con i tempi
che corrono non tutti si possono permettere di “esportare democrazia”…..
La guerra civile in Sudan
vede lo scontro tra il governo settentrionale di Khartoum ed i ribelli dello
SPLA (il cui leader John Garang aveva ricevuto un addestramento militare
negli USA). I ribelli rivendicano l'indipendenza delle regioni meridionali
del Sudan; Tale contrapposizione oltre che politica, ha una connotazione
religiosa, il sud del Sudan Cristiano–animista, non accetta l’imposizione
della Shaari’a (La legge islamica) da parte del governo centrale di Khartoum,
arabo e mussulmano.
In Sudan governo e ribelli
si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani: i
ribelli dello SPLA finanziati da amministrazioni o gruppi armati di Paesi
vicini e lontani, fra cui Uganda, Eritrea, Chad, Stati Uniti e Israele,
spesso hanno oppresso le popolazioni civili con azioni criminose, negando a
volte anche la distribuzione degli aiuti umanitari, aggravando la già
difficile situazione legata a siccità e carestia. Inoltre sono stati più
volte accusati di arruolare nelle loro file bambini soldato.
Le forze governative sono
state più volte accusate di usare armi “non convenzionali” (facendo anche
uso di gas letali ed armi chimiche, quelle che qualcuno “va cercando” in
Iraq), e di armare ed appoggiare i Janjaweed (formazioni paramilitari
responsabili di indicibili crimini nei confronti della popolazione civile);
per venti anni l'aviazione governativa ha bombardato incessantemente i
villaggi, colpendo case, scuole, edifici pubblici, mercati e chiese. Le
stragi di civili sono state quasi quotidiane, come testimonia l'enorme
numero di fosse comuni rinvenute; inoltre, migliaia di persone, soprattutto
donne e bambini, sono state rapite e deportate al nord come schiavi.
Ma il più grosso problema
del Sudan è un altro e come in molte realtà africane e del terzo mondo è
sempre velato da: “specchietti per le allodole” (la guerra di religione);
Negli ultimi anni infatti, il tentativo di controllo dei giacimenti
petroliferi e delle altre risorse dei territori meridionali ha preso il
sopravvento su ogni altra questione anche di tipo religioso, diventando così
il vero motivo della guerra.
Le
enormi ricchezze delle regioni meridionali del Sudan e del Darfur, in
particolare: petrolio, minerali, ma anche acqua, bestiame e terreni
coltivabili, che non si trovano nel nord del paese, sono la vera leva che
spinge il governo Sudanese (dal 1989 sotto la guida di Omar Hassan al-Bashir)
e la sua classe dirigente a cercare il controllo delle aree del Sud Sudan e
del Darfur (una regione grande quanto tutta la Francia, le cui popolazioni
sono rappresentate pochissimo nell’esecutivo del governo Sudanese); a
peggiorare ulteriormente la situazione si è aggiunto l'intervento di
influenti multinazionali petrolifere straniere, che hanno fomentato la
campagna di guerra di Khartoum per tentare di conquistare quante più "aree
produttive" a sud. Compagnie USA, Canadesi, Francesi sono in lizza per
accaparrarsi le concessioni sull’estrazione di petrolio da questi territori
per i prossimi 20/30 anni, e naturalmente, l’instabilità politica fa buon
gioco a questi signori; a loro si sono aggiunti ultimamente anche le
compagnie cinesi (la Cina, forte del basso costo della propria manodopera,
sta cercando petrolio in giro per il mondo, non essendo più sufficienti le
riserve petrolifere interne per lo sviluppo industriale cinese previsto nel
prossimo futuro).
Centinaia di migliaia di
civili sono stati così cacciati o uccisi unicamente per il fatto di abitare
nei pressi di campi petroliferi, e talvolta, secondo numerose denunce di
osservatori indipendenti, le multinazionali non hanno esitato a usare i
propri eserciti privati sulla popolazione.
Solo lo scorso anno sono
stati compiuti importanti passi avanti sul piano diplomatico, dopo due
decenni di indifferenza da parte della comunità internazionale. Sono stati
infatti aperti i colloqui di pace in Kenya che, fra alterni e discontinui
risultati, hanno portato ad un cessate-il-fuoco (Nairobi –Gennaio 2005) che
a Giugno ha condotto le parti alla firma di un accordo di pace che prevedeva
l’ingresso di John Garang come vicepresidente nel governo Centrale di
Khartoum (gli accordi prevedevano nel prossimo futuro il graduale
raggiungimento da parte del sud del Paese di una larga autonomia da Khartoum,
essendo il Sudan uno stato federale).
Nelle trattative di pace
una funzione importante l’hanno avuta gli Stati uniti, oltre ad altri paesi
al confine con il Sudan. Proprio l'intervento del governo americano, non
certamente mirato a questioni umanitarie, è stato determinante nel
raggiungimento di una intesa di massima: Washington ha infatti promesso
enormi finanziamenti alle parti in cambio di un accordo di pace, che
dovrebbe portare ad un significativo aumento della produzione di petrolio
(la fame mondiale di petrolio è il motore principale insomma), senza contare
un particolare “piccolo” ma molto rilevante: attualmente il petrolio
sudanese arriva sulle coste del Mar Rosso, area difficilmente controllabile
in questi anni; costruire un oleodotto che porti il petrolio sudanese sulle
coste atlantiche (Cameroun, porto di Kribi!!…), collegando i pozzi
petroliferi a sud ed ovest del Sudan alla pipeline del Chad Meridionale,
comporterebbe molti vantaggi per l’occidente, e guarda caso questo oleodotto
dovrebbe passare proprio nel Darfur. Forse è proprio per questo che oggi si
riscopre il dramma di questa regione martoriata?
Gli accordi di pace di
Nairobi, erano una grande speranza per il Sudan; infatti all’inizio di
Luglio di quest’anno una grande festa con migliaia di sudanesi in piazza ha
accolto il ritorno di john Garang a Karthoum per il suo insediamento come
vicepresidente, era l’inizio di una nuova era per questa gente, una speranza
di pace purtroppo infranta alla fine di Luglio quando in un tragico
incidente l’elicottero su cui viaggiava il leader dei ribelli si è
schiantato al suolo in Uganda, riportando nuovamente nel caos il Sudan, e
riaprendo le ostilità tra mussulmani e cristiano-animisti.
Di questa speranza di
pace, restano i problemi della gente comune; in questi anni, chi è
sopravvissuto alle incursioni dei militari, a carestie, siccità ed epidemie
collegate alla guerra, è stato etichettato dalla burocrazia, bollato come
IDP, praticamente: persona senza più una casa, un lavoro, una terra, ne
famiglia ne animali, ne mezzi di sostentamento, cioè senza identità, profugo
nel paese di appartenenza.
Decine di migliaia di
questi profughi nel loro stesso paese, si sono ammassati nei grandi centri,
dove è più facile scappare dai militari o dai ribelli, e dove magari si può
cercare di sopravvivere con espedienti vari.
Al Fashir è una di questi
centri, cittadina situata a ovest di Khartoum (Nord Darfur), in pieno
deserto, attualmente accoglie in due campi principali (Abu Shok e Salam) e
altri campi minori posizionati alla sua periferia, quasi centomila IDP che
vivono in pieno deserto proprietari del nulla: in tende e baracche fatte di
cartone, lamiera, stracci e polvere, occupati ad inventarsi il quotidiano
(portatori d’acqua, venditori di pezzetti di legno, di semi d’anguria
secchi, di qualsiasi cosa perché qui tutto ha un valore).
I Suq
(tradizionali mercati arabi), che si sono sviluppati intorno ai campi IDP
sono molto grandi e ci si può trovare di tutto. I campi sono perennemente
affollati, anche il termine “Bidonville” sembra un complimento in questi
casi, tutto è ricoperto dalla polvere, l’unica cosa in abbondanza da queste
parti.
In questi campi varie NGO
ed organismi internazionali (CRI, COPI, ecc…) forniscono assistenza di vario
tipo (costruzione pozzi, assistenza sanitaria, scuole ecc…), ma la
situazione igienico sanitaria è comunque molto precaria, anche perché gli
occupanti dei campi aumentano di giorno in giorno.
In questo contesto, dove
le esigenze della popolazione non sono tenute in nessun conto dalle autorità
locali, Emergency, ha cercato e sta tuttora tentando di fornire assistenza
sanitaria specializzata a queste popolazioni, attraverso la costruzione di
due Centri:
ü
Un centro Cardiochirurgico situato a Khartoum (attualmente in
fase di costruzione);
ü
Un Centro pediatrico costruito nel campo sfollati di Mayo
nella zona Sud di Khartoum;
ü
Un Centro Chirurgico per vittime di guerra presso Al Fashir
(Nord Darfur);
Il progetto di
Emergency non ha solo lo scopo di fornire assistenza sanitaria di alto
livello alle popolazioni civili del Sudan e dei paesi confinanti, anche in
un campo specialistico come la cardiochirurgia, ma l’obiettivo è anche di
costruire una tangibile speranza di un futuro, con la possibilità di un
lavoro per questa gente.
Il Centro di Al Fashir
(presso il Al Fashir Teaching Hospital) cominciato a costruire un anno fa, e
terminato nel giugno 2005, avrebbe dovuto iniziare la sua attività a favore
delle popolazioni civili e degli IDP ospiti dei campi profughi, l’arrivo
delle attrezzature sanitarie e dei presidi era stato completato, ed il
progetto prevedeva l’invio di infermieri e chirurghi internazionali.
Invece il team di
Emergency, l’ultimo di una serie di team inviati, composto da due logisti
(Fabrizio e Paolo) e due infermieri (Micaela e Massimo) che hanno lavorato
all’apertura di questo centro chirurgico composto da un reparto con 20 posti
letto e due sale operatorie, si è trovato di fronte all’opposizione delle
autorità federali del Nord Darfur e dei medici che gestiscono il locale
ospedale, evidentemente preoccupati che un Centro chirurgico che fornisse
assistenza di elevato livello a titolo totalmente gratuito potesse incidere
sulle attività sanitarie, rigorosamente a pagamento, gestite dai pochi
medici presenti ad Al Fashir, e sui loro personalissimi interessi economici,
ancora una volta la gente ed i bisogni sanitari vengono commercializzati da
chi gestisce la sanità per pochi.
In più di un anno di
lavoro il team di Emergency (Logisti, medici ed infermieri che sono stati
inviati nel Darfur), ha lavorato alla ristrutturazione secondo standard
ottimali dei locali messi a disposizione dalle autorità locali, dovendo
agire sia sulle strutture fatiscenti, che sulla mancanza di un impianto
fognario adeguato, sulla mancanza di acqua corrente, e persino sulla
presenza di animali stanziali nell’area ospedaliera….
Più volte in vari meeting
con i medici dell’ospedale, si è cercato di trovare un punto di accordo, un
via comune affinché si potesse lavorare insieme per la popolazione del Nord
Darfur, evidenziando come la situazione sanitaria ed igienica dell’ospedale
fosse al limite del collasso, ma non si è riusciti a scalfire la linea di
condotta molto rigida tenuta sia dai medici dell’ospedale che dalle autorità
del ministero della sanità federale del Nord Darfur.
Si è tentato di spiegare
quali sono gli scopi di una associazione come Emergency, è quale fosse il
supporto dato negli altri progetti avviati in altri paesi, sia dal punto di
vista dell’assistenza erogata che dei posti di lavoro creati, e della
speranza in un futuro dignitoso, ma non c’è stato niente da fare.
Dopo più di dodici mesi
di lavoro, si erano create delle forti aspettative nei confronti di
Emergency da parte della popolazione civile che aspettava l’apertura dei
posti letto del centro Chirurgico di Emergency, e anche le assunzioni di
personale sanitario e di supporto (erano anche state avviate le selezioni).
Tutto questo non ha
minimamente scalfito i privilegi delle autorità di Al Fashir e del Teaching
Hospital, le persone che in questi mesi hanno lavorato con Emergency alla
ristrutturazione hanno anche manifestato la loro delusione alle autorità, ma
non sono stati ascoltati.
Alla fine di Luglio 2005
dalla sede Centrale di Milano ci hanno comunicato che, vista l’impossibilità
di lavorare secondo gli standard e gli obiettivi di Emergency, si procedeva
alla donazione alle autorità ospedaliere delle strutture ristrutturate,
compresi i materiali sanitari, da quel momento, tutte le energie e le
risorse di Emergency in Sudan sarebbero state dedicate al Centro
Cardiochirurgico di Karthoum, ed al Centro pediatrico nel campo sfollati di
Mayo..
E’ stato difficile
comunicare ai ragazzi sudanesi quello che stava accadendo, vedere nei loro
volti la delusione, percepire la rassegnazione nei confronti di un sistema
politico e dirigenziale totalmente distaccato dagli interessi dei più
poveri, ma invece perfettamente orientato ai privilegi di pochi.
Tutta la loro voglia di
cambiare qualcosa nel loro paese, di costruire un futuro dopo anni di
guerra, si è infranta contro la volontà dei soliti privilegiati, è proprio
noi che avevamo sostenuto la possibilità di cambiamenti, di un nuovo modo di
lavorare e dare assistenza alle popolazioni civili, ci siamo fermati davanti
a questo muro, ma almeno abbiamo lasciato una struttura funzionante
all’ospedale di Al Fashir, con tutti i presidi medico-chirurgici per una
attività operatoria di vari mesi, in attesa di poter ritornare in Darfur, in
una seconda fase e di completare il nostro progetto, perché questa
possibilità l’abbiamo ancora.
La possibilità di tornare
tra la gente del Sudan, un paese dove le speranze non crescono ormai più
tanto facilmente, e dove fa facile presa l’islam integralista che dipinge
l’occidente come il grande satana che toglie ai paesi africani senza mai
dare niente in cambio, ma forse quello che si è lasciato laggiù è solo un
seme, torneremo più tardi a raccogliere le speranza che abbiamo lasciato.
Bibliografia:
Questo contributo nasce dall'esperienza diretta dell'autore in
missione per Emergency in terra di Sudan nel luglio del 2005. Le opinioni
sono espresse a titolo personale.
Pubblicato su Infermierionline.net l'11.11.2005
Copyright
© AIOL 2005
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