MISSIONE IN SRI LANKA - “THE BALL IS NORMAL…”

 

Di Rudy Bianchi

 

 

Viaggio nelle immagini
 
“Ciao, sono Sara dell’Ospedale da Campo: sei sempre disponibile a partire per lo Sri Lanka?”. Comincia più o meno così la mia avventura in Asia. Dopo gli eventi del 26 dicembre scorso che han fatto si che uno tsunami si abbattesse sulle coste del golfo del Bengala, grande è stata la commozione a livello mondiale per quelle, genti per lo più povere, colte, impreparate, per quei bollettini che davano migliaia di vittime in continua levitazione fino a raggiungere cifre apocalittiche. Grandissima fu la commozione anche da parte mia e di fronte alle immagini che ogni telegiornale riportava, immagini filtrate da un umido velo, nacque la mia voglia, la mia esigenza di fare qualcosa di concreto, qualcosa che andasse al di là di un SMS da 1 o 2 euro.

Faccio parte dal ‘99 del GIMC, il Gruppo d’Intervento Medico Chirurgico dell’Ospedale da Campo dell’Associazione Nazionale Alpini che è di stanza a Bergamo. In quell’anno presi parte alla Missione Arcobaleno per l’emergenza Kosovo ed insieme a mia moglie andammo due settimane nell’Ospedale da Campo posizionato a Valona: fu un’esperienza indimenticabile che segnò il nostro essere uomini e professionisti.
Per questo, passato lo tsunami, contattai più volte la segreteria per chiedere informazioni sulla partenza dell’Ospedale e per dare la mia disponibilità a partire. L’Ospedale si mosse ai primi di gennaio e venne collocato a Kinniya, un villaggio sulla costa nord-orientale dello Sri Lanka colpito duramente dall’onda che oltre ad aver portato via un migliaio di persone, ha messo in ginocchio la fragile economia e reso inagibile il piccolo ospedale distrettuale presente che serviva la popolazione locale. I turni si susseguivano con cadenza di circa 25 giorni e stavo ormai perdendo la speranza quando a metà aprile appunto son stato contattato. Partenza l’11 di maggio e ritorno il 5 giugno.

Lo Sri Lanka è un’isola verdissima, ricca d’acqua, di colori e frutti, ma a parte la costa meridionale più sviluppata dal turismo è piuttosto povera, si basa più che altro su coltivazione (the, riso, cocco, banane, ananas) e pesca naturalmente. La gente sembra vivere nella miseria e nella sporcizia, ma questa è un’impressione che con il passare dei giorni è cambiata diametralmente. In realtà è gente molto dignitosa che si accontenta di quello che ha e che la natura le offre, vivono alla giornata, con poche esigenze. La vita è una ruota che gira e destino e morte ne fanno parte intima. 
L’Ospedale da Campo (OdC) è situato a Kinniya, un villaggio che però conta decine di migliaia di persone sparse in una vasta zona rurale, nel distretto di Trincomalee, sulla costa nordorientale della lacrima dell’India. Questa è zona da sempre soggetta a scontri tra l’etnia Tamil, qui maggioritaria, e quella autoctona Cingalese; spesso vengono usati pretesti religiosi per creare disordini: qua convivono abbastanza serenamente quattro diverse religioni. In ordine di maggioranza Buddisti, Induisti, Musulmani e Cattolici. Durante il nostro turno siamo difatti rimasti per 4-5 gg sotto coprifuoco per dei disordini scoppiati a Trinco’ in cui son state uccise delle persone con degli attentati. L’OdC è costituito da tende e tensostrutture  divise in ambulatori e degenze, è attrezzatissimo, probabilmente il migliore in Europa, tra i primi al mondo. Pur essendo rimasti in Italia i moduli delle sale operatorie, tra i suoi servizi offre comunque il Laboratorio di Analisi, la Radiologia e l’Ecografia. C’è un ambulatorio pediatrico, uno ginecologico-ostetrico, uno internistico, uno chirurgico-ortopedico ed uno rianimatorio, la sala travaglio e la sala parto con termoculle. E’ dotato di acqua corrente potabilizzata, corrente in rete con generatori d’emergenza e condizionatori in parecchi locali; son stati costruiti degli attrezzati bagni con docce in legno, cemento e foglie di palma intrecciate sia per i pazienti che per il personale.
Il personale del mio turno è composto da 7 Medici (2 Anestesisti, un Neurologo, un Chirurgo, una Ginecologa, un Pediatra ed una Radiologa), 5 Infermieri (specializzati in area critica, medica, ortopedica e pediatrica), una Ostetrica, un Biologo, un Tecnico di Radiologia, un Coordinatore elogista, un Idrobiologo (che ci ha assicurato acqua potabile per 25 gg), un Idraulico, un Elettricista, un Manutentore Generale ed una Cuoca. Vengono un po’ da tutta Italia, per lo più da Bergamo, ma anche da Milano, Pavia, Lecco, Pordenone, Udine, Trieste, Aosta, Parma, Firenze, Roma e Caserta.

Ci aiutano nel lavoro dei Translator, dei ragazzi che ci traducono in inglese la lingua tamil e cingalese. In verità non tutti conoscono bene l’inglese, nemmeno i translator, quindi ci si arrangia anche con il linguaggio universale dei gesti. Se capirsi non è facile, anche visitare non lo è sempre. La popolazione di Kinniya al contrario del resto dell’isola è al 95% musulmana, sono molto pudici, soprattutto le donne; spesso per auscultare bisogna calare il fonendoscopio dentro le loro vesti di fini tessuti e colori sgargianti. Sono molto riluttanti a scoprirsi.
Ben presto ci accorgiamo che le patologie a cui andiamo in contro e che dobbiamo curare non hanno nulla di urgente. Le urgenze che ci capitavano dovevamo stabilizzarle e trasferirle all’ospedale di riferimento a Trincomalee tramite un’ambulanzina sgangherata (di fatto un minivan vuoto con un lettino, attrezzature: nessuna). Questa è una popolazione che da sempre riceve pochissima assistenza sanitaria, e lo stesso concetto di sanità e assistenza e decisamente diverso dal nostro, direi che  potremmo essere nei nostri anni ’30 circa. A livello culturale l’igiene del proprio corpo ha uno scarsissimo peso così come il concetto di automedicazione è nullo. Per lo più è la natura stessa ed il tempo che hanno il compito di far guarire, ma spesso la cosa non è possibile per la mancanza d’igiene Non c’è rete idrica e fognaria, pochissimi hanno la corrente elettrica. Ecco allora che le problematiche che ci troviamo a trattare sono per lo più ferite infette non trattate, suppurazioni, ascessi, dermatosi infette, piaghe, ulcere (Ahh, quanto pus abbiamo drenato!!!), quindi micosi, pediculosi, scabbia. Difficile vedere ferite fresche, pur se innumerevoli soprattutto ai piedi, molti camminano a piedi nudi (i bambini praticamente tutti) gli adulti per lo più hanno solo infradito. Le ferite più fresche arrivano già insozzate (farcite) di terra e sabbia, ma per lo più vengono da noi perché già complicate. Qualche trauma l’abbiamo visto: fratture agli arti, una brutta frattura di femore in un ragazzo, una mano amputata quasi a metà da un colpo di machete che ci fece sudare non poco per cercare di salvargliela (a Trincomalee l’avrebbero certamente amputata e amen). Quindi un sacco di artrosi, lombalgie e fratture mal guarite, ricordo una signora che diceva d’esser caduta un anno prima e da allora zoppicava. Alla lastra refertammo una frattura di collo del femore che aveva prodotto un callo osseo solo su un lato dei monconi, e questa ci ha sempre camminato sopra! Tumori rari, per lo più perché preservati da una dieta a base di frutta, verdura cereali e pesce, in ogni caso se anche ci fossero dei casi le persone muoiono senza che questi possano essere diagnosticati. Abbiamo visto una ragazza di 30 anni con un osteosarcoma che si era mangiato praticamente tutto l’arto inf. All’ospedale di Trincomalee avevano diagnosticato un anno prima un iperplasia ossea, nonostante le lastre fossero già più che esaustive. La ragazza era in pratica senza speranza e  Dio solo sa come potesse essere ancora tra noi senza nessuna terapia. A livello pediatrico abbiamo potuto vedere alcune patologie da noi ormai scomparse, come per esempio delle Ittiosi. Abbiamo avuto anche modo di diagnosticare e curare efficacemente una Leishmaniosi.

Nonostante i nostri timori pochissimi casi di dissenteria e nessuno di malaria (zona endemica), mentre purtroppo abbiamo annoverato 4 casi di Dengue: un’americana e 3 del nostro gruppo. Per fortuna stanno ora tutti bene anche se non l’hanno passata bella.
Cardiopatie non esistono così come patologie invalidanti della terza età che di fatto in Sri Lanka non esiste. Quelli che hanno raggiunto gli 80 si son contati sulle dita di una mano. Chi comincia ad avere problemi di salute viene selezionato dalla natura e gli anziani (60-70 anni) quando cominciano a perdere colpi vengono in pratica lasciati al loro destino. Così, oltre che per l’alta natalità, si giustifica il motivo per cui questa società apparentemente cinica sia così giovane. Bambini, ragazzi ovunque. Da noi si cerca di scansare la morte ogni oltre limite, oltre ogni misura e ragionevolezza, in Sri Lanka quando è arrivato il tempo, si prendono i bagagli e si va, nessuno ti trattiene.    

Quindi il nostro lavoro era ambulatoriale, molto snello, veloce, incredibilmente veloce. Un pz entrava in ambulatorio, a vista si faceva diagnosi di Tigna, si registrava sul quaderno (n° prog, età, sesso, Tigna, dimesso) gli si dava il tubetto di antimicotico ed avanti un altro. Nell’ambulatorio chirurgico era per lo più un lavoro di medicazioni, dovevamo medicare e rimedicare a giorni alterni le ferite per tenerle pulite ed ottenere qualche risultato, un’esagerazione di garze e bende veniva consumato ogni giorno. In questo ambulatorio noi infermieri siamo stati molto autonomi. All’OdC non c’è il concetto del medico che ordina e l’infermiere applica, si collabora in maniera stretta, ci si aiuta, ci si interscambia. Sovente eravamo noi infermieri a suturare da una parte mentre il medico metteva il cerotto dall’altro. La notte si fermavano solo un medico un infermiere e un logista e se capitava qualcosa e si veniva chiamati si andava d’intuito, di fantasia e ci si buttava. Così può succedere di vedere un anestesista di notte impegnato a fare un gesso ad un braccio o un Neurologo che sutura uno squarcio in uno scroto (dalla sua rassicurazione al pz il nostro motto: The ball is normal…).

L’Ostetrica ha collaborato molto con le ostetriche locali che gestivano sala travaglio e parto. Di parti ce n’erano davvero tanti, anche 5 o 6 al giorno e la nostra Grazia è rimasta di stucco per come partorivano e facevano partorire facilmente senza tante storie e strumentari, scordandosi di poter ricorrere al taglio cesareo al minimo dubbio o incertezza. Rimase di stucco anche quando scoprì che tutte le ostetriche locali avevano i pidocchi!

Durante la nostra permanenza abbiamo incontrato parecchie difficoltà, non certo per la popolazione che invece aveva rispetto per il nostro lavoro e, a dire dei translator, ne era entusiasta, ma soprattutto per delle carenze di materiale. Avevamo una tenda farmacia piena zeppa di farmaci inutili, cardiologici, diuretici, antibiotici EV, morfina, liquidi in quantità, mentre a noi servivano antibiotici per os, antimicotici sistemici e topici, fans per os, sali minerali (anche per noi poveri sudatori), vitamine, antipediculosi. Avevamo i magazzini pieni di ferri chirurgici, di materiale per rianimazione, drenaggi toracici, vene centrali, tavole spinali, collari, materassini a depressione e non avevamo la semplice carta per i lettini, le traverse. Abbiamo dovuto arrangiarci, rivestendo i lettini con i camici di carta monouso (vestivamo i lettini) e spesso i sacchi dello sporco diventavano cerate. Si arrivava persino a pulire con la candeggina i telini cerati sterili monouso dopo l’uso per risparmiare…Potevamo fare delle richieste di approvvigionamento alla nostra Protezione Civile a Colombo, ma il materiale arrivava dopo un mese, quindi le richieste di un turno venivano godute dal turno successivo.
Ci si è arrangiati tutti insieme. Una grande famiglia la nostra che ha lavorato per 25 gg. a stretto contatto basandosi solo sulla fiducia in se stessi e l’uno per l’altro, sulla fiducia della gente nel nostro operato. Nessun protocollo, un lavoro sereno senza la paura di sbagliare, senza il timore che qualcuno ci saltasse addosso. Clinica, esperienza, manualità e fantasia il tutto condito da sincerità e passione. Abbiamo lavorato con amore e leggerezza tra una battuta in toscano, un proverbio in pugliese, un’esclamazione in romano o un’imprecazione in napoletano; abbiamo condiviso davvero tutto, lacrime e risate, siamo rimasti legati da un profondo affetto e cameratismo.

Al ritorno ci siamo sentiti, ci sentiamo tutti cambiati. Tutti, soprattutto chi lavora in PS, riteniamo ora inadeguato il nostro modo di lavorare in Italia e si fa fatica a rientrare in vecchie abitudini che ora non sopportiamo: il dover sprecare risorse per chi non ne ha bisogno e pretende cose assurde ad ogni ora del giorno, questo lavorare prima per proteggere noi stessi che per curare il paziente. Ci manca l’affiatamento e i sinceri abbracci che facevano cominciare le nostre giornate, ci mancano i bambini che scorrazzano per strada e che a 6 anni vengono da soli in ospedale a farsi medicare, che ci chiedono continuamente le penne per scrivere, che fai la loro gioia se gli gonfi un guanto di lattice o se giochi con loro. Ci mancano i saluti ed i sorrisi grati della gente per strada. Ci manca un ospedale immerso nel verde e posato sulla sabbia, l’oceano e la laguna da attraversare tutti i giorni in ferryboat, ci mancano persino quelle buche con un po’ d’asfalto intorno che erano le strade.
Quello che veramente ci manca è il sorriso dello Sri Lanka.

Pubblicato su InfermieriOnline il 02.12.05

Già pubblicato nella rivista "Infermieristicamente"