MA CHE STORIA D'EGITTO!

(ovvero come incontrai le Piramidi e smarrii la mia ingenuità..)

 

di Francesco Falli

 

PREMESSA DELL'AUTORE
 
Questo racconto, apparso nel 1998 sulla ex rivista telematica 'Infermieri eretici' successivamente dissoltasi nell'etere, narra dei miei due anni da 'esperto della Cooperazione Italiana' in Egitto, nel periodo 1986/1988.
Sono stati anni splendidi, eccitanti, meravigliosi, ricchi di emozioni contrastanti.
Da un punto di vista professionale, soprattutto, ho potuto osservare  e toccare con mano molti aspetti oggi così urgenti, come la introduzione dei protocolli, delle linee guida; basti pensare che dai sei Infermieri componenti il team italiano,  sei differenti criteri erano utilizzati per la più minima manovra di Nursing.
Ciò lasciava in imbarazzo gli egiziani e anche noi.
 
Ma questo è solo uno dei molti aspetti da citare: ricordo un colloquio con una collega di un team canadese (l'Egitto è pieno di cooperanti a qualsiasi titolo e su ogni attività sociale, dagli acquedotti ai trasporti): mi sentivo lontano anni luce dalla compattezza del gruppo di Infermieri, attivi in Canada, che lei descriveva con molta efficacia. 
 
Comunque, sono passati quindici anni.
Qualche passo avanti lo abbiamo fatto anche noi. La strada è ancora molto lunga; ricordiamo, a beneficio dei più ottimisti e a monito dei meno fiduciosi che nel giro di due generazioni i colleghi statunitensi sono passati dall'alzarsi in piedi all'ingresso del dottore nella medicazione, alle lauree specialistiche avanzate che permettono la gestione di intere strutture sanitarie.
 
Il racconto ha subìto, rispetto alla prima stesura per i defunti Eretici, una rapida rivisitazione...
 

 

 

 

    Intorno alla metà degli anni 80 le forme di cooperazione internazionale Italiana nel mondo erano sostanzialmente due: quelle su base volontaria, con personale religioso e/o laico, più o meno autofinanziate, e quelle direttamente strutturate dal MAE, Ministero Affari Esteri, attraverso il Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo, che impiegava personale 'esperto' e lo retribuiva bene, molto bene....

Nel 1986 avevo 25 anni quando inoltrai il mio curriculum a Roma, al Ministero: era mia speranza partire come 'esperto' perchè avevo appena acquistato una casa, che andava pagata...ma a Roma mi fu chiaramente spiegato che l'unica possibilità di partenza era come volontario.

Per me andava comunque benone, poichè la mia prima motivazione era davvero la voglia di conoscere nuove realtà, nuovi Paesi.

Da lì a pochi mesi, nell'estate 1986, giunse del tutto inattesa la chiamata di una funzionaria ministeriale che, alquanto misteriosamente, mi proponeva l'ingaggio come 'esperto' per una zona 'africana': di più non volle dirmi, rinviando all'incontro di persona, al Ministero, ogni dettaglio.

Va detto che la stessa chiamata fu un sensazionale caso fortuito; mi trovavo quell'estate in vacanza in montagna, ma non stavo bene, e così rientrai per farmi serenamente il mare delle nostre coste: appena inserita la chiave in casa, il telefono suonò...

 

La notte precedente il colloquio con i ..ministeriali, mi immaginavo la savana disagiata della Somalia, l'infuocata distesa desertica sudanese, i campi etiopi sterminati dalla siccità: dove avrei portato la mia esperienza di appassionato Infermiere di rianimazione?

 

Invece, la mattina successiva, dopo una enorme anticamera in una saletta, valutando con seria partecipata ansia i patemi d'animo delle segretarie del Ministero, assai turbate per il maltempo che avrebbe danneggiato il party serale di inizio ferie (!!), il mega boss mi svelò il mistero: sarei andato al Cairo, in Egitto, membro esperto di un team di rianimazione.

 

Il Cairo, capitale d'Egitto, sede dei principali centri islamici, paese all'epoca ancora molto tollerante, fascinoso, ricco di storia.

Assai sconcertato il 1° settembre mi imbarcai sul volo Alitalia che mi avrebbe portato in Egitto; non sapevo che poche parole d'inglese ma al ministero dissero che non era affatto importante..

Appena arrivato i colleghi mi chiesero chi era stato il mio sponsor... ma come, alla prima esperienza subito una  metropoli internazionale nel cuore dell'Egitto, senza nemmeno un aiutino..?

Loro erano increduli, io più di loro...ciò spiegava la preparazione esclusivamente burocratica; nessuno a Roma mi spiego' cosa avrei dovuto fare in Egitto, ma i colleghi mi inserirono benino.

Una delle ultime arrivate era davvero digiuna di rianimazione, e un episodio scatenò le ire del capo missione, un medico lombardo molto in gamba, determinato e volitivo: appena mostrato un nuovo tipo di tubo endotracheale, alla collega sfuggì la seguente esclamazione: 'certo è strana questa sonda per clistere..'

Così, effettuate da parte del capo  le solite 33 chiamate di fuoco per smuovere i burosauri ministeriali, gli stessi frugarono nei faldoni dei vari candidati, e dal mio emerse il diploma di assistenza in anestesia e rianimazione: beh, questo ci capirà qualcosa!

Solo per questo salii su quel volo Alitalia....

 

Prima di parlare della missione italiana al Cairo, è necessario descrivere un poco la situazione sanitaria egiziana: come in ogni Paese del Terzo mondo non esistevano vie di mezzo. Ospedali lussuossimi, dove equipes internazionali (a caro prezzo) venivano ad operare ricconi locali e del mondo arabo; e lazzaretti  della sanità pubblica egizia, corrispondenti a quelle confraternite della buona morte medievale, dove con buona volontà e con  sanitari religiosi a vario titolo e grado, il personale offriva una assistenza con sistemi e strutture non conformi a standard, per così dire, validati...

 

Nelle strutture di lusso lavoravano come Infermieri coordinatori, ma anche nell'assistenza diretta, europei e statunitensi.

 

Il nostro ospedale, dove era strutturata la Cooperazione italiana, era l'ospedale italiano di un quartiere del Cairo che aveva mantenuto solo nel nome, e nella presenza delle suore di non ricordo quale ordine, l'origine italica.

Era sorto nei primi anni '30 quando la influenza italiana al Cairo e in Egitto era forte, e il Duce cercava di misurarsi con la dominante Inghilterra come meglio poteva, anche a colpi di offerte sanitarie.

In realtà c'era qualcun altro di italiano, un uomo incredibile, straordinario, un antico patriota di sangue veneto MAI stato in Italia, ribattezzato da tutti 'Gigi il fascista', che aveva vissuto una vita straordinariamente diversa: nato in Egitto da genitori veneziani facoltosi, e trasferitisi in Africa per aprire un industria tessile, aveva all'epoca più di 85 anni, ma continuava a lavorare come elettricista/tuttofare/esperto (lui vero!) dell'ospedale; le suore lo ospitavano in una sorta di tugurio;  parlava sei o sette lingue e pur non avendo mai calpestato il suolo patrio sapeva TUTTO del nostro lontano Paese.

A me, appena conosciuto, disse: - '...sei di La Spezia? Allora conoscerai la caserma di San Bartolomeo posta al Muggiano, sotto al paesino di Pitelli, sede della firma fra il tenente della marina da guerra germanica Von Berninghaus e il colonnello Borghese, il 9 settembre 1943...'' -

 

Veramente no, Gigi...e da allora lessi tutto quello che c'era da leggere sulla storia della mia città, sede del Comando Alto Tirreno della Marina da Guerra negli anni del conflitto..

Di questo devo ringraziare Gigi, che mi ha trasmesso un amore fortissimo per la Storia contemporanea.

 

Gigi non era fascista, non era piu' nulla, era solo abbandonato da tutto e tutti e sopravvissuto a un mondo finito per sempre il 10 giugno del 1940, data della dichiarazione di guerra dell'Italia alla Francia e all'Inghilterra: chiaramente cittadini stranieri in un Paese nemico, gli italiani quella sera si radunarono nella sede del fascio locale; il federale del posto - così raccontava tre volte al giorno Gigi - promise un intervento deciso a fianco della madre Patria: che solo gli lasciassero il tempo di andare a casa e indossare la camicia nera 'bellica' (???).

 

Naturalmente nessuno lo vide mai più: Gigi e gli altri, catturati dagli inglesi che erano i padroni di casa, vennero condotti in un C.E.N. camp (Citizen Enemy Nations camp) e per tre anni nessuno di loro incontrò le famiglie.

Arrivati all'armistizio dell'8.3.1943, ed al nuovo status degli italiani come co-belligeranti delle Potenze alleate, le autorità del campo consentirono alle famiglie di raggiungere i loro cari nel   deserto per una breve visita: la notte precedente l'incontro, un tale, nella casetta condivisa col Gigi, tentò la fuga: tutti per una settimana a pane ed acqua, e parenti rimandati a casa per altro tempo senza visite, fino alla liberazione dalla prigionia verso il 1944!

 

Andato col Gigi in visita, nell'ottobre 1987, al tremendo raduno di morti noto come El Alamein, lo scoprii ancora molto rancoroso con quest'altro vecchietto, protagonista di quella fuga maldestra, nonostante la polvere, l'oblio, la memoria e i molti morti da allora..

 

Ma torniamo alla sanità: la nostra missione aveva aperto un  Centro Dialisi ormai ben avviato e pronto alla totale consegna ai locali; restava ben attivo il progetto della Rianimazione, con materiali e arredi ...faraonici.

Respiratori con computer metabolici collegati, cose mai viste in Italia, insomma molte dotazioni ma un piccolo neo... mancava l'ossigeno centralizzato e ogni ora era un aprire e chiudere bomboloni giganteschi di ossigeno!

 

Inoltre il concetto fatalistico dell'Islam era quasi contrario al concetto stesso di 'resuscitare' qualcuno, al concetto della rianimazione acuta: se Allah ha deciso che devi morire, beh...perchè urtare la sua volontà?

 

Pur essendo specialmente allora il Paese islamico piu' moderato (era facile incontrare ragazze in abiti occidentali, magari per mano ad amiche completamente velate..), al Cairo la moschea di Al Azhar è un pò l'equivalente del nostro Vaticano; e alcuni medici ci raccontavano dello sforzo per far passare certi concetti quali la nuova tecnologia medica...

Quindi grossi problemi di approccio filosofico esplosi nella collaterale missione sulla donazione del sangue.

Qualcuno a Roma aveva pensato bene di aprire un Centro trasfusionale tutto basato sulla donazione volontaria: venne mandato a dirigerlo un valido e umanissimo medico di Cremona; peccato che in Egitto, come in tanti altri Paesi del Terzo mondo, il sangue venisse ceduto dietro regolari tariffe governative di rimborso al ''donatore'' ...come avrebbero potuto questi stranieri - peraltro pure infedeli - a convincere un povero donatore/venditore a regalare una delle pochissime fonti di reddito in proprio possesso?

Il responsabile del progetto si fece venire un mezzo collasso nervoso, poi si riciclò in magico e straordinario trainer per i tecnici egizi del trasfusionale, e formò tanto personale sanitario che da lui apprese veramente tantissimo.

 

Noi lavoravamo vicinissimi ai colleghi egizi: essi erano poco più che francescani, anche i medici erano assai malridotti; divise semidistrutte e preparazione non sempre adeguata; economicamente maltrattati.

I medici ritenevano NORMALE percuotere un pò una Infermiera non pronta ad applicare un loro ORDINE.

Gerarchia fortissima, tensione altrettanta; poi tutto svaniva all'ora del thè, ora che scoccava con una frequenza imbarazzante: era una continua, ininterrotta, pausa thè.

Per essere ospitali con noi ci facevano spessissimo il caffè, ma credendo di farci una cortesia le donne lo preparavano al modo occidentale, con la moka: la stessa moka veniva estratta dalla fiamma del fornello solo dopo la fusione di ogni guarnizione (infatti i loro tegamini, utilizzati per il  caffè ''alla araba'' non hanno alcuna guarnizione...); il cucchiaino restava in piedi dentro il catramoso liquido nero: raggiungemmo in breve un accordo per berlo solo a modo loro: buonissimo.

 

Noi eravamo amati, ammirati perchè 'differenti'', secondo loro più 'liberi'', e odiati, invidiati per i nostri stipendi davvero lauti rispetto ai loro: in Egitto la vita aveva i costi a doppia velocità, perciò un chilo di pane era pressochè regalato (mitico fu lo scherzo che subii il terzo o quarto giorno di permanenza: mi mandarono ad acquistare circa una sterlina egizia - 1600 lire del tempo - di pane: riempii la macchina intera, anche il bagagliaio... e il rivenditore chiuse bottega per fine scorte!-) mentre un treno di gomme costava come in Italia, cioè un mese di stipendio di un medico.

I medici ci odiavano assai perchè noi, INFERMIERI e dunque secondo la loro divisione della società in caste, INFERIORI, eravamo pagati circa 10 volte più di loro...

 

La nostra era considerata dal Ministero una sede disagiata: il Cairo....dunque indennità correlate non mancavano.

In 18 mesi io ricevetti 5 aumenti di stipendio, e aumenti consistenti; una volta perchè scendeva la lira italiana al cambio; una volta perchè saliva il dollaro; un'altra perchè la valuta locale precipitava sottoterra... negli anni seguenti quanta rabbia al pensiero che, per centomila lire d'aumento,  passavano anni di lotte e scioperi; e intanto il 'personale d'ambasciata' - al quale i nostri stipendi erano collegati - riceveva aumenti automatici...

 

Il materiale, capitolo importante: il Ministero italiano donava tutto all'Egitto; ma intanto la dogana del Cairo rilasciava i doni del nostro Governo solo dopo aver pagato tasse d'importazione, stazionamento, di ogni tipo - e cio' ritardava di molto ogni spedizione e consegna relativa.

Oppure, capitava che come ogni buon materiale sanitario, qualcosa si scassasse: bene, fra segnalazione di rottura e sostituzione effettiva trascorrevano in media 8,9 mesi: infatti noi dovevamo avvisare l'ambasciata italiana, questa il ministero a Roma, e poi si doveva aspettare l'arrivo del ricambio, proveniente magari dalla Svezia nel caso dei rarissimi respiratori...

 

Un giorno da Roma ci chiesero di effettuare un mega inventario del materiale giacente in magazzino, compreso il singolo ago cannula... stavamo annegando nella burocrazia, e insieme nelle classiche sciocchezze (per usare un eufemismo) degli ospedali italioti: qualche maldicenza, relative invidie, sprechi vari, disagio per le esorbitanti differenze fra noi e ''loro''.

 

La burocrazia egiziana è spaventosamente piu' grande della nostra; la nostra da parte sua era ben rappresentata; in mezzo il fatto che l'Egitto NON riconosceva i nostri titoli professionali, medici e infermieristici, e l'Italia quelli egiziani del tempo: eravamo tutti abusivi gli uni per gli altri!!

 

Dopo pochi mesi avevo perso un po' dello spirito incantato iniziale; era facile riprendersi la sera, andando in giro per lo strepitoso Cairo, sui ristoranti al 40 ° piano di grattacieli modernissimi, o nei suq a infilare le mani in polveri coloratissime di ogni genere, di ogni sostanza; a trattare per comprare qualunque cosa, ma venendo considerati come 'masrin', egizi residenti; uscivamo con alcuni colleghi ovviamente maschi e così ci trasformammo da esperti/ turisti in viaggiatori.

 

La mitica Città dei morti, preclusa ai turisti, era diventata per noi una vera passione; ci trovammo una vecchissima auto d'epoca, una Ford T del 1909, chiusa in casa, nel salotto di un tale che, sebbene cieco, chiedeva giornali porno dall'Italia per rivenderli in zona... ogni tanto un meccanico lavorava per 2-3 ore e la macchina andava in moto; veniva spenta quando in casa si iniziava a svenire dalle esalazioni.

E poi una vasca di marmo di Carrara dove un antico emiro si immergeva nel latte... racconti, leggende, verità, bugie.

Di tutto, di più.

 

Ragionando, capii in fretta che la vita offre casualità inaudite e a seconda del tuo luogo di nascita sei fra chi vive e fra chi sopravvive: come moltissimi egiziani, come molte arabe ripudiate dal marito, o ancor peggio vedove, viste ai semafori trascinarsi letteralmente fra un'auto e l'altra e apostrofate da tanti con il termine di shermuta (puttana): unica colpa?

Essere donna e sola.

 

Nelle mie successive esperienze di aiuto all'estero lo capii anche meglio: in queste occasioni (Pakistan e Bolivia) partii come aggregato a due ONG, organizzazioni non governative, volontariato insomma; e avrei potuto considerare fortunati tanti cairoti, rispetto ai minatori boliviani estrattori dello stagno: paga 2 dollari al giorno, 12 ore di disumana attività bestiale, masticando coca per NON SENTIRE IL DOLORE E L'ABBANDONO.

 

Non ho saputo piu' niente del progetto rianimazione al Cairo; partii dopo quasi due anni, sereno ma un po' deluso per non aver potuto contribuire ulteriormente ad equilibrare, almeno nel nostro gruppo le varie, eccessive differenze; nel 1996, ritornato al Cairo di passaggio verso il Sud, ho evitato di visitare il 'mio' ospedale... la polvere deve aver coperto tutto...

I miei amici locali - con Ashraf ci scrivemmo fino al '93 - mi dissero di un abbandono totale del programma: non a caso nel turbine di Tangentopoli la Cooperazione italiana con i Paesi in via di sviluppo finì coinvolta per strade che dal deserto non portavano a nulla... anche la missione egiziana venne sottoposta ad indagini ma non ci furono altre conseguenze.

 

Oggi sono le ONG che portano nel mondo le attività della cooperazione; e c'è da sperare che i programmi siano preparati più da un punto di vista scientifico-pratico che non politico - approssimativo, come dimostrò il caso della nostra 'banca del  sangue' ...la competenza e la passione dei tecnici può fare molto più della arroganza dei politici che sono però coloro che promulgano le leggi di finanziamento...

 

Comunque, io sono ancor oggi, e sarò sempre, in debito con l'Egitto e gli egiziani: essi mi hanno aperto il cuore, le loro case, il loro animo; una cultura speciale, con anziani che conoscevano il francese coloniale e ti offrivano il caffè in tazze d'epoca... 

 

Ho svolto con onestà intellettuale il mio compito, ma credo che tutto sia stato uno spreco di risorse non comune: a vantaggio della sanità egizia, tutto avrebbe potuto esser gestito molto, molto meglio.

Ma in particolare, ho potuto aprire il mio cuore e la mia anima al diverso, all'altro da sè: e questa è stata, in assoluto, la miglior paga mai ricevuta.