Una
delle ultime arrivate era davvero digiuna di rianimazione, e un episodio
scatenò le ire del capo missione, un medico lombardo molto in gamba,
determinato e volitivo: appena mostrato un nuovo tipo di tubo endotracheale,
alla collega sfuggì la seguente esclamazione: 'certo è strana questa sonda per
clistere..'
Così, effettuate da parte del capo le solite 33 chiamate di fuoco per
smuovere i burosauri ministeriali, gli stessi frugarono nei faldoni dei vari
candidati, e dal mio emerse il diploma di assistenza in anestesia e
rianimazione: beh, questo ci capirà qualcosa!
Solo per questo salii su quel volo Alitalia....
Prima di parlare della missione italiana al Cairo, è necessario descrivere un
poco la situazione sanitaria egiziana: come in ogni Paese del Terzo mondo non
esistevano vie di mezzo. Ospedali lussuossimi, dove equipes internazionali (a
caro prezzo) venivano ad operare ricconi locali e del mondo arabo; e
lazzaretti della sanità pubblica egizia, corrispondenti a quelle
confraternite della buona morte medievale, dove con buona volontà e con
sanitari religiosi a vario titolo e grado, il personale offriva una assistenza
con sistemi e strutture non conformi a standard, per così dire, validati...
Nelle strutture di lusso lavoravano come Infermieri coordinatori, ma anche
nell'assistenza diretta, europei e statunitensi.
Il
nostro ospedale, dove era strutturata la Cooperazione italiana, era l'ospedale
italiano di un quartiere del Cairo che aveva mantenuto solo nel nome, e nella
presenza delle suore di non ricordo quale ordine, l'origine italica.
Era
sorto nei primi anni '30 quando la influenza italiana al Cairo e in Egitto era
forte, e il Duce cercava di misurarsi con la dominante Inghilterra come meglio
poteva, anche a colpi di offerte sanitarie.
In
realtà c'era qualcun altro di italiano, un uomo incredibile, straordinario, un
antico patriota di sangue veneto MAI stato in Italia,
ribattezzato da tutti 'Gigi il fascista', che aveva vissuto una vita
straordinariamente diversa: nato in Egitto da genitori veneziani facoltosi, e
trasferitisi in Africa per aprire un industria tessile, aveva all'epoca più di
85 anni, ma continuava a lavorare come elettricista/tuttofare/esperto (lui
vero!) dell'ospedale; le suore lo ospitavano in una sorta di tugurio; parlava
sei o sette lingue e pur non avendo mai calpestato il suolo patrio sapeva
TUTTO del nostro lontano Paese.
A
me, appena conosciuto, disse: - '...sei di La Spezia? Allora conoscerai la
caserma di San Bartolomeo posta al Muggiano, sotto al paesino di Pitelli, sede
della firma fra il tenente della marina da guerra germanica
Von Berninghaus e il
colonnello Borghese, il 9 settembre 1943...'' -
Veramente no, Gigi...e da allora lessi tutto quello che c'era da leggere sulla
storia della mia città, sede del Comando Alto Tirreno della Marina da
Guerra negli anni del conflitto..
Di
questo devo ringraziare Gigi, che mi ha trasmesso un amore fortissimo per la
Storia contemporanea.
Gigi
non era fascista, non era piu' nulla, era solo abbandonato da tutto e tutti e
sopravvissuto a un mondo finito per sempre il 10 giugno del 1940, data della
dichiarazione di guerra dell'Italia alla Francia e all'Inghilterra:
chiaramente cittadini stranieri in un Paese nemico, gli italiani quella sera
si radunarono nella sede del fascio locale; il federale del posto - così
raccontava tre volte al giorno Gigi - promise un intervento deciso a fianco
della madre Patria: che solo gli lasciassero il tempo di andare a casa e
indossare la camicia nera 'bellica' (???).
Naturalmente nessuno lo vide mai più: Gigi e gli altri, catturati dagli
inglesi che erano i padroni di casa, vennero condotti in un C.E.N. camp (Citizen Enemy Nations camp) e per tre anni nessuno di loro
incontrò le famiglie.
Arrivati all'armistizio dell'8.3.1943, ed al nuovo status degli italiani come
co-belligeranti delle Potenze alleate, le
autorità del campo consentirono alle famiglie di raggiungere i loro cari nel
deserto per una breve visita: la notte precedente l'incontro, un tale, nella
casetta condivisa col Gigi, tentò la fuga: tutti per una settimana a pane ed
acqua, e parenti rimandati a casa per altro tempo senza visite, fino alla
liberazione dalla prigionia verso il 1944!
Andato col Gigi in visita, nell'ottobre 1987, al tremendo raduno di morti noto
come El Alamein, lo scoprii ancora molto rancoroso con quest'altro vecchietto,
protagonista di quella fuga maldestra, nonostante la polvere, l'oblio, la
memoria e i molti morti da allora..
Ma
torniamo alla sanità: la nostra missione aveva aperto un Centro Dialisi ormai
ben avviato e pronto alla totale consegna ai locali; restava ben attivo il
progetto della Rianimazione, con materiali e arredi ...faraonici.
Respiratori con computer metabolici collegati, cose mai viste in Italia,
insomma molte dotazioni ma un piccolo neo... mancava l'ossigeno centralizzato
e ogni ora era un aprire e chiudere bomboloni giganteschi di ossigeno!
Inoltre il concetto fatalistico dell'Islam era quasi contrario al concetto
stesso di 'resuscitare' qualcuno, al concetto della rianimazione acuta: se
Allah ha deciso che devi morire, beh...perchè urtare la sua volontà?
Pur
essendo specialmente allora il Paese islamico piu' moderato (era facile
incontrare ragazze in abiti occidentali, magari per mano ad amiche
completamente velate..), al Cairo la moschea di Al Azhar è un pò l'equivalente
del nostro Vaticano; e alcuni medici ci raccontavano dello sforzo per far
passare certi concetti quali la nuova tecnologia medica...
Quindi grossi problemi di approccio filosofico esplosi nella collaterale
missione sulla donazione del sangue.
Qualcuno a Roma aveva pensato bene di aprire un Centro trasfusionale tutto
basato sulla donazione volontaria: venne mandato a dirigerlo un valido e
umanissimo medico di Cremona; peccato che in Egitto, come in tanti altri Paesi
del Terzo mondo, il sangue venisse ceduto dietro regolari tariffe governative
di rimborso al ''donatore'' ...come avrebbero potuto questi stranieri -
peraltro pure infedeli - a convincere un povero donatore/venditore a regalare
una delle pochissime fonti di reddito in proprio possesso?
Il
responsabile del progetto si fece venire un mezzo collasso nervoso, poi si
riciclò in magico e straordinario trainer per i tecnici egizi del
trasfusionale, e formò tanto personale sanitario che da lui apprese veramente
tantissimo.
Noi
lavoravamo vicinissimi ai colleghi egizi: essi erano poco più che francescani,
anche i medici erano assai malridotti; divise semidistrutte e preparazione non
sempre adeguata; economicamente maltrattati.
I
medici ritenevano NORMALE percuotere un pò una Infermiera non pronta ad
applicare un loro ORDINE.
Gerarchia fortissima, tensione altrettanta; poi tutto svaniva all'ora del thè,
ora che scoccava con una frequenza imbarazzante: era una continua,
ininterrotta, pausa thè.
Per
essere ospitali con noi ci facevano spessissimo il caffè, ma credendo di farci
una cortesia le donne lo preparavano al modo occidentale, con la moka: la
stessa moka veniva estratta dalla fiamma del fornello solo dopo la fusione di
ogni guarnizione (infatti i loro tegamini, utilizzati per il caffè ''alla
araba'' non hanno alcuna guarnizione...); il cucchiaino restava in piedi
dentro il catramoso liquido nero: raggiungemmo in breve un accordo per berlo
solo a modo loro: buonissimo.
Noi
eravamo amati, ammirati perchè 'differenti'', secondo loro più 'liberi'', e
odiati, invidiati per i nostri stipendi davvero lauti rispetto ai loro: in
Egitto la vita aveva i costi a doppia velocità, perciò un chilo di pane era
pressochè regalato (mitico fu lo scherzo che subii il terzo o quarto giorno di
permanenza: mi mandarono ad acquistare circa una sterlina egizia - 1600 lire
del tempo - di pane: riempii la macchina intera, anche il bagagliaio... e il
rivenditore chiuse bottega per fine scorte!-) mentre un treno di gomme costava
come in Italia, cioè un mese di stipendio di un medico.
I
medici ci odiavano assai perchè noi, INFERMIERI e dunque secondo la loro
divisione della società in caste, INFERIORI, eravamo pagati circa 10 volte più
di loro...
La
nostra era considerata dal Ministero una sede disagiata: il Cairo....dunque
indennità correlate non mancavano.
In
18 mesi io ricevetti 5 aumenti di stipendio, e aumenti consistenti; una volta
perchè scendeva la lira italiana al cambio; una volta perchè saliva il
dollaro; un'altra perchè la valuta locale precipitava sottoterra... negli anni
seguenti quanta rabbia al pensiero che, per centomila lire d'aumento,
passavano anni di lotte e scioperi; e intanto il 'personale
d'ambasciata' - al quale i nostri stipendi
erano collegati - riceveva aumenti automatici...
Il
materiale, capitolo importante: il Ministero italiano donava tutto all'Egitto;
ma intanto la dogana del Cairo rilasciava i doni del nostro Governo solo dopo
aver pagato tasse d'importazione, stazionamento, di ogni tipo - e cio'
ritardava di molto ogni spedizione e consegna relativa.
Oppure, capitava che come ogni buon materiale sanitario, qualcosa si
scassasse: bene, fra segnalazione di rottura e sostituzione effettiva
trascorrevano in media 8,9 mesi: infatti noi dovevamo avvisare l'ambasciata
italiana, questa il ministero a Roma, e poi si doveva aspettare l'arrivo del
ricambio, proveniente magari dalla Svezia nel caso dei rarissimi
respiratori...
Un
giorno da Roma ci chiesero di effettuare un mega inventario del materiale
giacente in magazzino, compreso il singolo ago cannula... stavamo annegando
nella burocrazia, e insieme nelle classiche sciocchezze (per usare un
eufemismo) degli ospedali italioti: qualche maldicenza, relative invidie,
sprechi vari, disagio per le esorbitanti differenze fra noi e ''loro''.
La
burocrazia egiziana è spaventosamente piu' grande della nostra; la nostra da
parte sua era ben rappresentata; in mezzo il fatto che l'Egitto NON
riconosceva i nostri titoli professionali, medici e infermieristici, e
l'Italia quelli egiziani del tempo: eravamo tutti abusivi gli uni per gli
altri!!
Dopo
pochi mesi avevo perso un po' dello spirito incantato iniziale; era facile
riprendersi la sera, andando in giro per lo strepitoso Cairo, sui ristoranti
al 40 ° piano di grattacieli modernissimi, o nei suq a infilare le mani in
polveri coloratissime di ogni genere, di ogni sostanza; a trattare per
comprare qualunque cosa, ma venendo considerati come 'masrin',
egizi residenti; uscivamo con alcuni colleghi
ovviamente maschi e così ci trasformammo da esperti/ turisti in viaggiatori.
La
mitica Città dei morti, preclusa ai
turisti, era diventata per noi una vera passione; ci trovammo una vecchissima
auto d'epoca, una Ford T del 1909, chiusa in casa, nel salotto di un tale che,
sebbene cieco, chiedeva giornali porno dall'Italia per rivenderli in zona...
ogni tanto un meccanico lavorava per 2-3 ore e la macchina andava in moto;
veniva spenta quando in casa si iniziava a svenire dalle esalazioni.
E
poi una vasca di marmo di Carrara dove un antico emiro si immergeva nel
latte... racconti, leggende, verità, bugie.
Di
tutto, di più.
Ragionando, capii in fretta che la vita offre casualità inaudite e a seconda
del tuo luogo di nascita sei fra chi vive e fra chi sopravvive: come
moltissimi egiziani, come molte arabe ripudiate dal marito, o ancor peggio
vedove, viste ai semafori trascinarsi letteralmente fra un'auto e l'altra e
apostrofate da tanti con il termine di shermuta
(puttana): unica colpa?
Essere donna e sola.
Nelle mie successive esperienze di aiuto all'estero lo capii anche meglio: in
queste occasioni (Pakistan e Bolivia) partii come aggregato a due ONG,
organizzazioni non governative, volontariato insomma; e avrei potuto
considerare fortunati tanti cairoti, rispetto ai minatori boliviani estrattori
dello stagno: paga 2 dollari al giorno, 12 ore di disumana attività bestiale,
masticando coca per NON SENTIRE IL DOLORE E L'ABBANDONO.
Non
ho saputo piu' niente del progetto rianimazione al Cairo; partii dopo quasi
due anni, sereno ma un po' deluso per non aver potuto contribuire
ulteriormente ad equilibrare, almeno nel nostro gruppo le varie, eccessive
differenze; nel 1996, ritornato al Cairo di passaggio verso il Sud, ho evitato
di visitare il 'mio' ospedale... la polvere deve aver coperto tutto...
I
miei amici locali - con Ashraf ci scrivemmo fino al '93 - mi dissero di un
abbandono totale del programma: non a caso nel turbine di Tangentopoli la
Cooperazione italiana con i Paesi in via di sviluppo finì coinvolta per strade
che dal deserto non portavano a nulla... anche la missione egiziana venne
sottoposta ad indagini ma non ci furono altre conseguenze.
Oggi
sono le ONG che portano nel mondo le attività della cooperazione; e c'è da
sperare che i programmi siano preparati più da un punto di vista
scientifico-pratico che non politico - approssimativo, come dimostrò il caso
della nostra 'banca del sangue' ...la
competenza e la passione dei tecnici può fare molto più della arroganza dei
politici che sono però coloro che promulgano le leggi di finanziamento...
Comunque, io sono ancor oggi, e sarò sempre, in debito con l'Egitto e gli
egiziani: essi mi hanno aperto il cuore, le loro case, il loro animo; una
cultura speciale, con anziani che conoscevano il francese coloniale e ti
offrivano il caffè in tazze d'epoca...
Ho
svolto con onestà intellettuale il mio compito, ma credo che tutto sia stato
uno spreco di risorse non comune: a vantaggio della sanità egizia, tutto
avrebbe potuto esser gestito molto, molto meglio.
Ma
in particolare, ho potuto aprire il mio cuore e la mia anima al diverso,
all'altro da sè: e questa è stata, in assoluto, la miglior paga mai ricevuta.