INFERMIERI, L'AFRICA DI  EMERGENCY E L'ALTRA FACCIA DELLA LUNA

di Massimo Spalluto

Credo che molti dei miei colleghi sorridano ancora oggi nel vedermi girare spaesato per i grandi viali ed i corridoi dell’ospedale di Roma dove lavoro da circa 12 anni; a molti di loro sembrerò un infermiere appena assunto che non sa orizzontarsi in una struttura così grande e complessa.

Eppure sono tornato in Italia già da tre mesi, almeno fisicamente, ma è la mente che fa fatica, una tremenda fatica ad abituarsi nuovamente a questa realtà.

E’ infatti difficile comprendere, assimilare, riorganizzare la mente nel passaggio da una realtà come l’Africa, all’Italia di oggi, moderna e sicura, soprattutto in una città come Roma, immersa nel caos, nel traffico, nella frenesia; un caos fatto però delle nostre sicurezze quotidiane. In Italia è semplice programmare il futuro, i prossimi giorni, gli anni, la scuola, il lavoro, la casa, la famiglia; in Africa no! In Africa arrivare al giorno successivo è una scommessa per il 90% della popolazione.

Cinque mesi di vita in Sierra Leone, sembrano pochi per entrare nella cultura di un popolo, ma le immagini ti restano dentro, e sono sensazioni ed esperienze che nei nostri ospedali: ipertecnologici, burocratizzati e “sicuri” un infermiere non potrebbe certo incontrare; sono proprio queste esperienze che ti aprono la mente, ti mettono di fronte a nuove riflessioni che fino ad allora mai avevi preso in considerazione, ti mostrano un’altra faccia della medaglia, un nuovo modo di esprimere la professione infermieristica: più diretto, crudo, creativo, forse meno sicuro ma di certo più gratificante.

L’arrivo nella capitale Freetown è come decidere improvvisamente di portare indietro l’orologio per poter vedere che effetto fa.

L’effetto che fa una guerra civile durata dieci anni e più, un guerra fatta di morti quotidiane, a colpi di fucile o machete, fatta di violenze, stupri, amputazioni, donne tatuate per dimostrare la propria supremazia, un guerra come la si intendeva molti anni fa; non la guerra che interessa ai mass media (e forse proprio per questo è passata in secondo piano), le guerre con la S maiuscola di Spettacolo raccontate da giornali e Tv, con il numero delle armi usate, delle tecnologie stupefacenti, delle morti di massa, dei paroloni della politica.

Una guerra formalmente finita, ma che si lascia dietro: devastazioni, macerie, fame, problemi igienici e sanitari enormi, un intera popolazione impaurita ed incapace di reagire, come fossero stati solo un incubo i dieci anni appena trascorsi. Ed è proprio questo che colpisce, come sia dimenticato il problema della guerra una volta che il sipario dello spettacolo è calato, tutti presenti quando c’è da raccontare la guerra in diretta, ma nessuno che si ricordi della gente che rimane a subire le conseguenze che la guerra lascia, conseguenze spesso peggiori della guerra stessa, e che comunque impiegano decenni per la loro soluzione.

Questa è la mia prima missione e non sono certo un esperto di paesi in guerra, ma l’impatto è veramente forte, la città si divide in due contrasti netti, da una parte le case dei potenti, i governanti, i banchieri, quelli che le conseguenze della guerra le sfiorano solamente, dall’altra le case della gente comune, poche in mattoni, alcune in legno, molte (interi quartieri) in lamiera con qualche rattoppo di cartone, la maggioranza che ogni giorno deve lottare per sopravvivere, per un lavoro, per dare da mangiare ai figli, tutti quelli che la guerra se la portano dentro, e per molto tempo.

Mohammed, il logista dell’ospedale dove sono diretto cerca di farmi capire che le cose stanno lentamente migliorando, ma mi riesce difficile pensare positivamente di fronte a queste immagini, alle centinaia di soldati incontrati lungo la strada ed ai blindati con le mitragliatrici.

L’arrivo in Ospedale è di quelli che ti restano dentro, varcato il cancello sembra di aver lasciato fuori la guerra ed i suoi orrori; niente soldati, niente armi, solo la gente è la stessa, bambini che aspettano di essere visitati, infermieri, medici, ragazzi che costruiscono nuove strutture.

Il Medical Coordinator Susanne, un’infermiera svedese, mi accoglie con calore e mi spiega l’ospedale, i valori di Emergency, gli obiettivi che ci si è posti; mi rendo subito conto che la  mentalità è diversa in questa realtà, non serve qui il mio modo di essere infermiere, perlomeno come lo intendevo in Italia, come lo avevo appreso alla scuola Infermieri. Niente burocrazia, giri di parole che deviano la tua attenzione da quello che è realmente il tuo ruolo: assistere e curare un uomo. Spesso in Italia ho avuto l’impressione che il paziente fosse un'immagine sfocata dietro mille pratiche burocratiche, qui solo l’essenziale è utile per i mille problemi di questa gente, perché dove c’è bisogno di tutto solo le cose semplici funzionano.

In un primo momento questo tipo di filosofia può sembrare disarmante, ma presto mi sono sentito molto più leggero, soprattutto nei confronti dei pazienti, dei colleghi, dei chirurghi, il rapporto e molto più diretto, incisivo: infermiere paziente, problema soluzione, poche le risorse e per questo da gestire nel migliore dei modi possibili.

L’ospedale è semplice ma incredibilmente funzionale, in pochi ettari di terreno c’è lo spazio per tutto ciò che è essenziale per la cura dei pazienti: due reparti per adulti, due reparti per bambini (16 posti letto ognuno), una terapia intensiva (8 posti letto), due sale operatorie con zona sterilizzazione, Pronto soccorso, Radiologia, Laboratorio analisi, Banca del sangue, Farmacia, cucina e mensa, fisioterapia, scuola per i bambini, generatore elettrico, inceneritore, lavanderia, sartoria, uffici, magazzini, posti di guardia, e posto di manutenzione.

In poco più di un anno di attività, più di 1000 pazienti sono stati ricoverati, quasi tutti operati per ferite direttamente collegate alla guerra, o dovute alle conseguenze della guerra; più di 5000 sono le persone che sono state visitate ed assistite dal punto di vista sanitario. In ospedale sono impiegati più di 150 sierraleonesi (con stipendi medio/buoni rispetto agli standard locali), tra medici, infermieri, ausiliari e personale tecnico. Nella maggior parte dei casi è personale che è stato formato dal team di Emergency.

 La strada segnata da Emergency è dimostrare a questa gente, a noi stessi e forse a tutti, quello che è possibile fare solo con la forza di volontà, l’impegno di professionisti comuni, non certo gente con doti eccezionali se non la buona volontà ed il buon senso, impiegando le risorse a disposizione per la gente e con la partecipazione diretta della gente.

Gli ospedali di Emergency sparsi nei paesi in guerra di mezzo mondo si basano su questo spirito, quello che ho vissuto per cinque mesi in Sierra Leone. 

L’ambiente dell’ospedale è sereno e tutti lavorano coscienti di fare qualcosa per il proprio futuro e per la propria gente, che paziente attende davanti al cancello dell’ospedale, e proprio quel cancello è il limite oltre il quale la realtà della sierra Leone ti viene nuovamente di fronte: bambini malnutriti, uomini amputati, fratture vecchie di giorni se non di anni, volti smarriti che chiedono qualsiasi cosa, perché di tutto hanno bisogno; gente molto giovane, pochi gli anziani, perché come mi spiega Mohammed che ormai è diventato una specie di angelo custode, la vecchiaia in Sierra Leone è un lusso che pochi si possono permettere.

Il mio compito è quello di coordinare e far crescere il gruppo di infermieri della Sala Operatoria, allargare le loro conoscenze, metterli in condizione, in cinque mesi, di gestire autonomamente le attività della sala operatoria, senza l’aiuto di personale internazionale; perché un giorno questo ospedale sarà completamente lasciato al loro paese.

Le attività della Sala Operatoria non sono facilmente prevedibili, la lista operatoria compilata la sera prima è solo un’indicazione, le urgenze provenienti dal Pronto soccorso sono molte, e spesso di difficile gestione, si va dalla frattura esposta per un incidente stradale (le strade sono ridotte così male da rappresentare un vero pericolo per chi le percorre), ad un addome acuto, dal reperire una vena centrale per un bambino malnutrito ed anemico in fin di vita, alle ustioni gravi per incidenti vari, dalle amputazioni di arti alle ernie strozzate.

Le attrezzature sono semplici ma efficaci, anche le autoclavi a vederle non ispirano molta fiducia, ma lavorano 24 ore al giorno e sfornano strumenti sterili per tutto l’ospedale; niente monitor cardiaci o altro monitoraggio, un semplice saturimetro portatile ed un vecchio respiratore Armstrong, peraltro poco usato, intubare un paziente è un’eccezione, poiché non ci sono abbastanza farmaci e presidi per gestire una anestesia generale con intubazione endotracheale per tutti, e quelli che ci sono ce li teniamo cari per i pazienti veramente gravi; l’anestesia più comune è solo a base di Chetamina, dall’ernia strozzata all’amputazione, passando per la laparotomia. I materiali non mancano sia i presidi sanitari che i farmaci, lo sforzo logistico di Emergency è notevole, avere tutti questi presidi qui in Africa è molto difficile.

I ragazzi della sala operatoria sono tutti molto giovani e pieni di voglia di imparare, non c’è una netta distinzione tra personale medico, infermieristico ed ausiliario, si lavora tutti insieme, passo senza troppi problemi dal ruolo di aiuto chirurgo a strumentista al trasporto dei pazienti in reparto, entro ogni mattina in ospedale alle 8.30, e non riesco ad uscire mai prima delle 8.00 di sera, tranne qualche piccola corsa lungo la spiaggia per mantenermi in forma e spezzare un po’ la tensione.

Le tecniche infermieristiche e chirurgiche, sono ridotte all’essenziale, molte volte è la fantasia che ci viene in aiuto: reperire tipi di suture, strumenti chirurgici, stilare un protocollo, programmare le sedute operatorie, mantenere l’asepsi, tutto è più difficile, ma con il confronto si trova una soluzione e poi ci sono i problemi dei pazienti in primo piano, che ti spronano a trovare soluzioni quotidianamente.

E sono tante le storie dei pazienti di questo ospedale, ed ognuna di queste ti tocca, perchè sono le storie di chi vive una guerra quotidiana contro le necessità primarie per avere un futuro, forse una guerra meno cruenta di quella fatta con le armi, ma molto più lunga e dolorosa.

C’è la storia di Abibu (6 anni) che viene da un villaggio sperduto nella provincia Nord, dove la mamma per guadagnare i pochi soldi per mangiare vende, al mercato, il sapone che produce con la Soda; Abibu vivace come tutti i bambini ha bevuto la soda (che è caustica, e questo succede molto spesso ai bambini, ne abbiamo avuti gia cinque casi in quattro mesi, di cui uno morto). Il risultato è una stenosi dell’Esofago che gli impedisce di deglutire da cinque mesi, per cui non mangia. Un caso del genere in Italia sarebbe una stupidaggine, con i mezzi che abbiamo basterebbe un Esofago-gastroscopia  per dilatare l’esofago e risolvere la stenosi, qui non ci sono gastroscopi e tutto diventa più complicato.

Con Abibu ho instaurato un rapporto di complicità, tra i bambini che sono la cosa più bella di questo ospedale, lui, piccolo delinquente per necessità, mi viene incontro con la faccetta triste cerca di farsi prendere in braccio per frugarti nelle tasche alla ricerca di palloncini colorati che ogni tanto compro per i bambini dell’ospedale, appena ne ha uno corre a farlo vedere agli altri bambini per vantarsi.

Dopo la dilatazione eseguita in Sala operatoria, fatta con strumenti chirurgici di fortuna e vecchi dilatatori degli anni ‘50, Abibu ha ricominciato a deglutire e a mangiare, ma stranamente ancora perde peso (pesa undici chili), molte volte rimette quello che mangia, e si cerca un sistema per fargli assimilare quello che mangia prima di rimuovere la gastrostomia.

La Sierra Leone è piena di storie come questa, storie di gente che non ha praticamente niente e che non si può permettere di pagare l’assistenza (che negli ospedali pubblici è a pagamento!!! 70 Leones per una settimana di ricovero, quando uno stipendio medio/buono e di 140 Leones al mese) in un ospedale pubblico.

C’è Salomon un uomo che ha avuto la mano destra amputata a causa delle ustioni provocate dai ribelli del RUF (Revolutionary Unit Front), a cui si è ridato l’uso del moncherino almeno nella speranza di una protesi, l’arto lo abbiamo letteralmente separato dal torace, dove si era fuso a causa delle ustioni. C’è Memuna una ragazza di sedici anni che per partorire, in condizioni igieniche pessime, un figlio che poi è morto si è ritrovata una fistola vescica-vaginale e retto-vaginale che piano piano la sta portando al prolasso della vescica con grossi problemi infettivi, e non ci sono ginecologi  o urologi che sono in grado di riparare queste fistole.

Questa  è la gente della Sierra Leone che incredibilmente sempre con un sorriso luminoso ti saluta, e non smette mai di ringraziarti. Ho visto visi di bambino sorridere e giocare il giorno dopo che gli avevamo amputato una gamba, e mi sono sentito veramente piccolo con le mie paure di fronte a loro.

E’ lo spirito di gruppo il valore più grande di questo ospedale, ognuno si sente parte di un gruppo eterogeneo ma forte, il sierraleonese come l’internazionale. Dal giovane chirurgo alla sua prima esperienza, al chirurgo con 30 anni di primariato sulle spalle, agli infermieri, si lavora consapevoli dell’importanza del progetto per il futuro di questa gente, ed ogni piccolo segno di crescita visto in città viene accolto come un segno che le cose stanno migliorando, ed ogni piccolo passo in questo paese è una grande conquista. Molte volte ci ritrovavamo la sera a discutere i problemi dell’ospedale, dei pazienti, a capire quale era lo spirito del nostro essere lì, come medici, infermieri o fisioterapisti, e forse la risposta migliore che potevamo dare era ed è rappresentata tuttora dalla nostra presenza e quella di Emergency in Sierra Leone.

Di una cosa sono sicuro, mai nella mia esperienza professionale di circa 18 anni di infermiere, mi sono mai sentito così gratificato dal lavoro, così soddisfatto e felice ogni giorno di fare qualcosa, anche se una piccola cosa per gli altri; mai mi sono sentito così bene con me stesso, realizzato nelle mie scelte professionali ed umane, contento di avere qualcosa, anche solo le mie conoscenze professionali, da condividere con la gente d’Africa, con gli infermieri della Sierra Leone; perché spesso nella nostra metà del mondo, protetti dalle nostre società dove anche il superfluo è scontato, pensiamo a questi popoli come se si trovassero su un altro pianeta, quasi l’altra faccia della luna, che non possiamo o non vogliamo vedere per non essere costretti a ragionare sulle miserie umane, sulle guerra come quella che proprio in questi giorni qualcuno sta decidendo di scatenare contro un popolo che, oltre a subire una dittatura, ha solo la colpa di vivere sopra i grandi giacimenti di petrolio.

Ma una cosa questa esperienza mi ha regalato, la consapevolezza che le guerre, non sono quelle asettiche viste dai comodi schermi di una televisione, ed hanno tutto un altro sapore quando le senti sulla tua pelle.