Tesi Infermieristiche

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Lucia Zanovello

Abstract

In questo project work si è partiti dall’analisi di una situazione, per ipotizzare un percorso clinico adeguato, per i pazienti affetti da patologie vascolari agli arti inferiori.

Alcuni studi affermano che le lesioni vascolari colpiscono un gran numero di pazienti dallo 0.3 al 5% della popolazione generale.

Ne è colpita soprattutto la popolazione anziana che si trova con una qualità di vita notevolmente ridotta.

Per ottenere un dato più preciso, nella realtà lavorativa in cui opero, è stata svolta un’indagine di prevalenza, sulla popolazione in assistenza domiciliare, nel distretto 1 dell’AULSS 21 in provincia di Verona.

I risultati di tale indagine, hanno messo in evidenza un problema importante, sia per numerosità, che per qualità di vita dei pazienti.

La letteratura scientifica, indica per questo tipo di problematica, la necessità di creare dei percorsi clinico - assistenziali adeguati, per seguire il paziente nel miglior modo possibile

Il paziente con lesioni vascolari, deve afferire a più strutture, in diversi momenti, per avere un inquadramento diagnostico ed un’adeguata assistenza nella medicazione. Il bendaggio non è quasi mai praticato, sia per mancanza preparazione degli operatori, sia per insufficienti conoscenze.

L’obiettivo fondamentale di questo Progetto è stato quello di ridurre la variabilità dei percorsi clinici assistenziali, fornendo una diagnosi precoce e indicazioni precise per la gestione dei pazienti affetti da lesioni vascolari.

Master Pazienti con lesioni vascolari Lucia Zanovello

 

 

LO SPECIFICO INFERMIERISTICO NELL’ APPROCCIO AD UN PAZIENTE COLPITO DA CLOSTRIDIUM DIFFICILE ASPETTI ASSISTENZIALI ED ORGANIZZATIVI

Nicola Enzo Armento

Abstract non disponibile

Tesi Clostridum Difficile Armento Nicola

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Lo specifico infermieristico nella corretta gestione del catetere venoso centrale ad inserzione periferica (Peripherally Inserted Central Catheter)

ABSTRACT

I cateteri ad inserzione periferica (P.I.C.C. e Midline) costituiscono una recente, importantissima innovazione tecnologica che ha cambiato in modo sostanziale la filosofia dell'approccio al sistema venoso del paziente, costituendo la migliore risposta alla crescente necessità di ottenere in ogni paziente, sia in ospedale che a domicilio, una via venosa stabile e sicura, conseguita e mantenuta con il minimo rischio possibile e il miglior rapporto costo-efficacia. Il processo curativo sia in ambito ospedaliero che extra-ospedaliero pone all’infermiere l’obbligo della conoscenza e della gestione di tutti i tipi di VAD (Vascular Access Device), in quanto un valido accesso venoso facilita il processo assistenziale e curativo.
Le linee guida nazionali e internazionali sostengono una serie di procedure semplici, ma molto efficaci per ridurre il rischio di infezioni da catetere venoso centrale. Alcune di queste stesse linee guida dovrebbero essere applicate come standard per i cateteri periferici. E’ importante quindi la standardizzazione di protocolli per tutti i tipi di inserimento di un catetere. Il risultato atteso da questo lavoro è che si prenda coscienza di quanto conosciuto in merito a questa tecnica terapeutica evidenziando l’importanza della formazione e della informazione del personale operativo al fine di ridurre le infezioni, e di conseguenza migliorare l’assistenza ai pazienti.
Durante il percorso formativo di questi tre anni, la mia attenzione in questo campo non solo si è rivolta all’andamento clinico dei pazienti portatori di PICC, ma soprattutto al comportamento che gli operatori adottavano nell’utilizzo di questi presidi.
Con i dati raccolti abbiamo potuto osservare che complicanze di tipo ostruttivo e di rimozione accidentale/dislocazione non sono legate alla tecnica d’impianto, ma bensì allo scorretto comportamento degli operatori nella gestione di suddetti dispositivi. Per questo motivo ho voluto creare un questionario anonimo attraverso il quale raccogliere dati reali e documentare questa mia ipotesi.
Dopo aver confrontato la pratica con la letteratura, l’ ipotesi è stata pressoché spontanea, l’incidenza di queste complicanze poteva derivare dalla scorretta gestione del presidio.
L’obiettivo sarà quello di migliorare l’assistenza attraverso un buon utilizzo ed una corretta gestione, cercando di evitare le complicanze precoci e tardive, l’incidenza di infezioni e i possibili traumatismi che il paziente potrebbe subire in situazioni sfavorevoli (ad esempio: reinserimento del PICC) , limitando di conseguenza costi di impianto e di gestione.

Calvanese Anna

Tesi Gestione Picc Calvanese Anna

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UNIVERSITÁ CATTOLICA DEL SACRO CUORE – ROMA
FACOLTÁ DI MEDICINA E CHIRURGIA “A. GEMELLI”
CORSO DI LAUREA IN INFERMIERISTICA

ISTITUTO FIGLIE DI SAN CAMILLO
SCUOLA “PADRE LUIGI TEZZA”

Relatore: Dott.  BILOTTA Demetrio - Correlatore: Dott.  MATASSI David - Candidato: DURANTE Giulia

Introduzione
Uno degli atti più importanti e dolorosi in cui la figura infermieristica da sempre si completa, è data dalla identificazione delle vittime in una calamità, sia essa naturale, sociale o bellica.
Questa  “pietas”  si  è  focalizzata  nell’approfondire  questo  aspetto  così fondamentale della professione infermieristica in uno dei contesti più distruttivi, i disastri,  che  fin  dagli  albori  delle  primissime  strutture  sociali  si  manifestano nell’incedere dell’umanità.
Le  tragedie  che  hanno  da  sempre  colpito  il  nostro  paese,  e  non  solo, rappresentano tuttora ferite ancora aperte nel sentimento collettivo.                  
Le immagini di case devastate da terremoti, morti e feriti di attentati, popolazioni spazzate  via  da  tsunami,  uragani,  tempeste,  lo  strazio  dei  sopravvissuti  sono ancora vive nella nostra mente e di tutti coloro che hanno offerto la loro opera di soccorso.  
Il  libro  della  Bibbia  fu  il  primo  a  descrivere  una  catastrofe,  ed  è  proprio  dal Diluvio Universale che si aprì una serie ininterrotta di migliaia di catastrofi.
La  catastrofe  è  quell’evento  dannoso  per  tutta  la  collettività  che  lo  subisce,  con conseguente sconvolgimento dell’ordine delle cose, ed é un avvenimento in seguito al quale purtroppo si viene a verificare un’inadeguatezza brutale tra quelli che sono i bisogni delle persone coinvolte e i mezzi di soccorso immediatamente disponibili.
Ci sono diversi tipi di catastrofi, tanto che sono state fatte molteplici classificazioni, ma  la  principale  classificazione  le  distingue  in  3  macro  aree:  catastrofi  di  tipo naturale come uragani, tempeste, alluvioni e terremoti; catastrofi tecnologiche come ad  esempio  incidenti  nei  trasporti  o  nelle  attività  industriali  e  infine  ci  sono  le catastrofi conflittuali come gli eventi bellici o terroristici.
Dati  poco  incoraggianti  emergono  da  studi  effettuati  sull’epidemiologia  delle catastrofi, che  studia quelli che sono gli elementi scatenanti, le patologie principali associate  e  gli  strumenti  preventivi  atti  a  contenerle.  Si  rileva  in  particolare  che  i paesi in via di sviluppo sono i più colpiti non per la frequenza degli eventi disastrosi bensì per l’aumento della densità di popolazione.  

La  vulnerabilità  del  territorio  e  la  definizione  delle  priorità  sono  gli  obiettivi principale del CRED, il Centro per la Ricerca sull’Epidemiologia dei Disastri.
Il  CRED  è  attivo  da  oltre  30  anni  sul  campo  delle  catastrofi  internazionali  promuovendo  la  capacità  di  ricerca,  di  formazione  e  tecnica  sulle  emergenze umanitarie, con particolare attenzione per la salute pubblica e l'epidemiologia.
Durante la gestione di un disastro l’obiettivo principale è quello di salvare il maggior numero  di  vite  possibili  seguendo  schemi  differenti  rispetto  a  quelli  applicati nell’emergenza ordinaria e avvalendosi di strumenti quali la strategia, cioè l’arte e la capacità  di  inventare  piani;  la  tattica  cioè  la  capacità  di  metterli  in  pratica  e  la logistica,  l’insieme  delle  procedure  che  prevede  l’impiego  di  uomini,  materiali  e mezzi.
La storia del nostro paese, testimonia come gli eventi calamitosi siano spesso stati fronteggiati con l’improvvisazione e le cause di ciò sono ascrivibili a diversi fattori come ad esempio la scarsa cultura sull’organizzazione dei soccorsi, i costi elevati da destinare  alla  prevenzione  oppure  alla  presunzione  di  poter  risolvere  l’emergenza straordinaria con mezzi ordinari.
La diffusione di una cultura basata sulla formazione e sulla prevenzione rappresenta una  priorità,  la  popolazione  spesso  dimenticata  e  sottovalutata  è  proprio  il  primo bersaglio dell’educazione sanitaria.
Durante la pianificazione di una strategia si devono coinvolgere specialisti di attività differenti il cui obiettivo deve essere quello di favorire l’esecuzione dei soccorsi.
Si parte dall’analisi dei rischi esistenti sul territorio, proseguendo con un censimento delle  risorse  logistiche  immediatamente  disponibili  includendovi  luoghi  idonei  per eventuali ricoveri ed attendamenti. L’organo competente del coordinamento sanitario è il 118 locale che attua i protocolli d’intervento necessari.  
Per evitare possibili errori, la strategia andrebbe concordata con tutte le squadre di soccorso al fine di unificare le procedure ed evitare il caos.
Un  percorso  cronologico  denominato  “catena  dei  soccorsi”  ispira  la  tattica  che consiste nell’attuazione dei piani di soccorso. Lo scopo della catena dei soccorsi è quello di assistere le vittime già sul luogo dell’evento.
La  catena  si  compone  di  diverse  fasi:  la  prima  fase  è  quella  dell’allarme  e  l’ente preposto alla ricezione dell’allarme sanitario è il 118.  È emerso che le chiamate che  pervengono  in  caso  di  maxiemergenza  sono  pochissime,  questo  problema  è aggravato  dal  fatto  che  speso  l’operatore  non  crede  a  ciò  che  sente  e  rischia  di perdere  il  contatto  con  quell’unica  telefonata  ricevuta.  Compito  della  Centrale Operativa è quello di inviare un equipe professionista sul posto, per il coordinamento dei  soccorsi.  Attualmente  i  problemi  maggiori  riguardano  la  difficoltà  nel raggiungere  il  luogo,  la  scarsa  conoscenza  dei  rischi  evolutivi  e  la  mancanza  di protocolli operativi sulle ambulanze.  
Le prime operazioni di soccorso sono spesso attuate dalle stesse persone coinvolte, inizialmente  panico  e  caos  sono  i  protagonisti  della  situazione  e  possono rappresentare un serio ostacolo per l’accessibilità dei mezzi di soccorso sul luogo del disastro,  per  questo  motivo  i  primi  mezzi  di  soccorso  dovranno  cercare  anche  di impedire il panico.  
Il  salvataggio  comprende  le  operazioni  necessarie  per  spostare  la  vittima  da  una condizione  di  pericolo,  vi  partecipano  soccorritori  volontari,  professionisti  e  vigili del fuoco con adeguate formazioni.  
La  stabilizzazione  definitiva  dei  feriti  avverrà  nel  PMA  (Posto  Medico  Avanzato) che risponderà a diversi requisiti di sicurezza, spazio, luminosità, facile accesso, ben segnalato. Al suo interno vi lavorano medici e infermieri.
In linea teorica ogni ferito  dovrebbe essere “filtrato” attraverso il PMA allo scopo di impedire  il  collasso  del  Dipartimento  di  Emergenza,  ma  nella  realtà  accade esattamente  il  contrario,  molte  vittime  vengono  trasportate  direttamente  nelle strutture ospedaliere.  
L’impiego  di  tutti  questi  uomini,  materiali  e  mezzi  viene  definito  come  “l’arte  di provvedere”  ed  è  l’insieme    delle  operazioni  che  permettono  il  corretto funzionamento della catena dei soccorsi.  
Ed è qui che ha un ruolo fondamentale una nuova figura infermieristica, menzionata per la prima volta negli Stati Uniti, il Disaster Manager, responsabile dell'attuazione dei Piani Operativi in caso di Maxiemergenze interne alla struttura oppure esterne, che agisce in caso di maxiemergenza, ossia di un disastro improvviso. Il suo scopo principale  è  quello  di  raggiungere  il  miglior  livello  di  sicurezza  e  salute  per  le persone e le comunità coinvolte in un disastro. 
Le  catastrofi  di  qualsiasi  genere  portano  momenti  di  grande  crisi  per  tutta  la comunità colpita quindi è importate essere sempre pronti ad affrontare una catastrofe soprattutto negli ultimi anni data la frequenza con la quale questi eventi si presentano anche  nel  nostro  paese.  È  importante  quindi  disporre  di  soluzioni  efficaci  ma soprattutto di operatori preparati.
Nella  gestione  dell’emergenza  bisogna  sempre  aver  chiari  gli  step  da  effettuare  e cercare di attuarli nel più breve tempo possibile. Per questo è fondamentale l’utilizzo di protocolli soprattutto durante una fase fondamentale come il triage.
I principi che sottintendono il triage in una mass casualty situation come in guerra sono  spesso  considerati  come  inumani,  impersonali  e  tipici  di  mentalità classificatrice  militare,  “la  più  alta  priorità  è  data  alle  persone  che  sicuramente sopravvivranno se riceveranno le cure”, mentre i pazienti che moriranno anche con trattamento adeguato e quelli che vivranno anche senza cure riceveranno una priorità più bassa.

La  priorità  d’intervento  segue  lo  schema  ABCDE  (A=  airway,  B=breathing, C=circulation, D=disability, E=exposure) suggerito dalla scuola anglosassone, ormai largamente diffuso tra gli operatori  sanitari;  questo  schema è diventato  una vera  e propria “filosofia” di approccio al paziente.
In  questo  studio  sono  stati  messi  a  confronto  tre  principali  protocolli  di  triage utilizzati in caso di catastrofe che sono stati realizzati in 3 paesi diversi.
Il  primo  sistema  è  lo  START,  elaborato  dalla  scuola  americana,  che  presenta l’indiscutibile  vantaggio  di  una  facile  applicazione  anche  da  personale  poco addestrato.
L’intento  dei  suoi  creatori  fu  quello  di  elaborare  un  procedimento  del  tipo  “passo dopo  passo”  che  consenta  l’osservazione  delle  funzioni  vitali  secondo  un  ordine prestabilito permettendo così di definire in 60 secondi o meno il grado d’urgenza.
La scuola francese attraverso il sistema binario prevede che l’esecuzione del triage sia affidata a medici formati nell’ambito della medicina delle catastrofi o comunque da professionisti adeguatamente preparati.  
Infine  c’è  il  sistema  MIMMS  (Major  Incident  Medical  Management  and  Support) nato nel Regno Unito, è attualmente  lo standard  di gestione di maxiemergenze dei servizi di emergenza di Gran Bretagna, Olanda, Svezia, Austria e Giappone.

Il  protocollo  MIMMS   non  costituisce  un  sistema  “diverso”,  ma  sistematizza  e struttura l’esperienza di numerosi professionisti, da anni impegnati in questo campo, in  una  serie  di  procedure  standardizzate  che  permettono  l’ottimizzazione  delle risorse,  sia  umane  che  materiali, impegnate  in  un  teatro  la  cui  gestione  sarebbe altrimenti problematica.
Questo  sistema è formato dai  due differenti tipi di  triage, uno che viene utilizzato direttamente sulla scena, ed è il triage SIEVE, definito anche come il triage primario, che permette di assegnare rapidamente la priorità.
Quando in un secondo momento si dovranno ridefinire le priorità sarà attuato il triage SORT.
Quest’ultimo  protocollo  di  triage  permette  di  ridefinire  quelle  che  sono  tutte  le priorità dei pazienti che  sono giunti al PMA.  È indubbiamente dimostrata la necessità di una categorizzazione dei feriti sulla scena del disastro, ma occorre porsi sempre una domanda: triage significa “chi salvare per primo” o “chi far morire per primo”?
L’impegno nell’organizzare i soccorsi, nel farvi parte, contribuisce enormemente nel portare pace dove esiste afflizione, disperazione, caos e perdita di affetti e affinità sociali  culturali  rappresentano  alcune  delle  caratteristiche  che  si  è  cercato  di evidenziare  in  questo  studio,  dove  la  scienza  e  la  tecnologia  non  solo  puntano  al garantire la vita e la sopravvivenza degli scampati da una calamità, ma garantire al tessuto sociale stesso, colpito e annichilito da tanta distruzione, il riconoscimento dei suoi “figli” meno fortunati.

INTRODUZIONE


Essere pienamente convinti e fortemente motivati è sempre stato considerato un fattore fondamentale per portare a termine con successo, di qualsiasi grado o forma esso sia, le svariate scelte, sia in numero che in quantità, che la vita stessa pone davanti all’individuo.
Alla luce di queste considerazioni ho deciso, e ne ho fatto quindi, il mio argomento di tesi di laurea.
L’argomento che ho pensato di prendere in considerazione come conclusione dei miei studi infermieristici è la prematurità e precisamente l’assistenza rivolta ad un bambino prematuro ricoverato in una Terapia Intensiva Neonatale; un problema attuale dove l’assistenza infermieristica in questo ambito diventa molto delicata. Seguire questi neonati richiede una conoscenza a 360° che investe tutta la persona.
La nascita in generale, e a maggior ragione una nascita pretermine, avviene in un tempo non previsto, spesso come se si stesse infrangendo un sogno portato avanti ed espone la donna ad esperienze che difficilmente può narrare, andando a costellare vissuti propri ed esperienze emotive difficili da condividere ed elaborare.
La nascita di un bambino con patologia che necessità il ricovero in Terapia Intensiva Neonatale è sempre causa di intensa sofferenza per i genitori che, inaspettatamente e spesso in maniera repentina, vedono alla luce un bambino troppo “diverso” da quanto atteso.
La tesi è suddivisa in cinque capitoli:
Nel primo capitolo si vuole mettere in evidenza l’etimologia del termine prematuro e tutti gli aspetti riguardanti la Terapia Intensiva Neonatale, evidenziando in particolar modo il ruolo dell’infermiere in questo contesto assistenziale.
Il secondo capitolo tratta del comportamento del neonato, della sua fonte di comunicazione e di tutti i suoi processi di sviluppo. Si mettono in evidenza le stimolazioni sensoriali che subirà il sistema nervoso centrale del neonato e gli obiettivi principali al fine di fornirgli maggiore supporto ai fini della co-regolazione.Co
Il terzo capitolo è dedicato interamente ai genitori e alla loro accoglienza in Terapia Intensiva Neonatale. Essi si trovano a fronteggiare una realtà completamente diversa da quella che avevano immaginato e questo lungo periodo d’incertezza a cui vanno incontro, è caratterizzato da un divario di aspettative e realtà che è reso ancora più ampio da fattori sia psicologici che fisici.
Il quarto capitolo si sofferma sul lutto; un evento drammatico e tuttavia ricorrente che pone ad ogni operatore infermieristico la necessità di affrontare un percorso che possiamo ritenere usuale e comune per l’iter burocratico ma differente per il coinvolgimento emotivo legato a ogni singola personalità.
Il quinto capitolo racchiude la ricerca e i conseguenti risultati, poiché è stato somministrato un questionario rivolto alle infermiere operanti nell’ unità di Terapia Intensiva dell’ ospedale San Giovanni di Roma. I questionari, seppur contenenti domande differenti, vertono sull’indagare quali siano le conoscenze riguardanti la professione e quanto queste possano realmente incidere sulla pratica infermieristica.
In conclusione vorrei sottolineare che questo argomento è stato da me scelto soprattutto per la convinzione che il paziente, qualunque esso sia, è al centro della vita lavorativa dell’infermiere e se partiamo da questo presupposto penso che saremo tutti concordi nell’affermare che una forte motivazione sia un fattore fondamentale perché il professionista infermiere abbia il coraggio, la forza e la passione di donare se stesso e le proprie abilità, in maniera totale e costante, a chi chiede il suo aiuto.

Eleonora Di Giaocchino

Abstrac non disponibile

Tesi La figura infermieristica TIN Di Giaocchino Eleonora

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DEL PIEMONTE ORIENTALE
“AMEDEO AVOGADRO”
DIPARTIMENTO DI MEDICINA TRASLAZIONALE
Scuola di Medicina
Corso di Laurea in Infermieristica
Presidente: Prof. Gian Carlo Avanzi

Il decadimento cognitivo rappresenta una delle più importanti barriere per l’infermiere nel riconoscere quando un paziente ha dolore; le persone con demenza possono esprimere il loro dolore diversamente rispetto ai non dementi e questo spiega la difficoltà nel rilevarlo e, di conseguenza, il suo sottotrattamento. E’ fondamentale per una buona assistenza infermieristica la continua e costante valutazione del dolore in questa tipologia di pazienti, proprio per questo, negli ultimi anni, sono comparse in letteratura scale validate per la stima del dolore anche per questa tipologia di utenti. Poiché la malattia di Alzheimer è la demenza con più incidenza nella popolazione, l’obiettivo di questo studio è di verificare la presenza/assenza di dolore nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer nella struttura RSA Cerino Zegna di Occhieppo Inferiore (BI) sottoponendo ai pazienti del Nucleo Alzheimer e Centro Diurno le due scale osservazionali/comportamentali Abbey e Painad (entrambe validate in italiano), e di confrontare i risultati delle stesse al fine di verificare differenze nei risultati ottenuti. Il protocollo di studio è stato approvato attraverso un’autorizzazione scritta dalla direzione generale Opera Pia A. E. Cerino Zegna Onlus.

Lo studio di ricerca è stato di tipo trasversale, di prevalenza, condotto su tutti i pazienti affetti da malattia di Alzheimer con demenza moderata/grave con una Global Deterioration Scale (GDS) ≥5 corrispondente a un Mini-Mental-State-Examination (MMSE) ≤ 15. Sono state analizzate le cartelle cliniche per valutare le eventuali patologie attive, croniche, le condizioni cliniche generali e l’eventuale terapia analgesica in atto.

L’accertamento del dolore è stato compiuto da un unico rilevatore, esterno alla struttura considerata, allo scopo di ridurre il rischio di incorrere in bias di accertamento.

Questo lavoro vuole porre l’accento sull’importanza della gestione e di un accertamento continuo e globale del dolore in questa tipologia di pazienti che, anche se non sono più in grado di comunicare verbalmente la loro sofferenza, sono in grado comunque di segnalarla attraverso altri indicatori.

Grazie a questo studio e ai risultati ottenuti, dopo una richiesta fatta al Direttore Sanitario da parte del personale infermieristico, entrambe le scale sono state inserite all’interno della Cartella Socio Sanitaria di ogni paziente ospite nella casa di riposo Opera Pia A. E. Cerino Zegna a Occhieppo Inferiore (Bi) e della Residenza Maria Grazia a Lessona (Bi) poiché entrambe sono sotto la stessa amministrazione, sostituendo la scala Noppain, la compilazione della quale è ritenuta troppo dispendiosa temporalmente e complessa.

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