Tesi Infermieristiche

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UNIVERSITÁ CATTOLICA DEL SACRO CUORE – ROMA
FACOLTÁ DI MEDICINA E CHIRURGIA “A. GEMELLI”
CORSO DI LAUREA IN INFERMIERISTICA

ISTITUTO FIGLIE DI SAN CAMILLO
SCUOLA “PADRE LUIGI TEZZA”

Relatore: Dott.  BILOTTA Demetrio - Correlatore: Dott.  MATASSI David - Candidato: DURANTE Giulia

Introduzione
Uno degli atti più importanti e dolorosi in cui la figura infermieristica da sempre si completa, è data dalla identificazione delle vittime in una calamità, sia essa naturale, sociale o bellica.
Questa  “pietas”  si  è  focalizzata  nell’approfondire  questo  aspetto  così fondamentale della professione infermieristica in uno dei contesti più distruttivi, i disastri,  che  fin  dagli  albori  delle  primissime  strutture  sociali  si  manifestano nell’incedere dell’umanità.
Le  tragedie  che  hanno  da  sempre  colpito  il  nostro  paese,  e  non  solo, rappresentano tuttora ferite ancora aperte nel sentimento collettivo.                  
Le immagini di case devastate da terremoti, morti e feriti di attentati, popolazioni spazzate  via  da  tsunami,  uragani,  tempeste,  lo  strazio  dei  sopravvissuti  sono ancora vive nella nostra mente e di tutti coloro che hanno offerto la loro opera di soccorso.  
Il  libro  della  Bibbia  fu  il  primo  a  descrivere  una  catastrofe,  ed  è  proprio  dal Diluvio Universale che si aprì una serie ininterrotta di migliaia di catastrofi.
La  catastrofe  è  quell’evento  dannoso  per  tutta  la  collettività  che  lo  subisce,  con conseguente sconvolgimento dell’ordine delle cose, ed é un avvenimento in seguito al quale purtroppo si viene a verificare un’inadeguatezza brutale tra quelli che sono i bisogni delle persone coinvolte e i mezzi di soccorso immediatamente disponibili.
Ci sono diversi tipi di catastrofi, tanto che sono state fatte molteplici classificazioni, ma  la  principale  classificazione  le  distingue  in  3  macro  aree:  catastrofi  di  tipo naturale come uragani, tempeste, alluvioni e terremoti; catastrofi tecnologiche come ad  esempio  incidenti  nei  trasporti  o  nelle  attività  industriali  e  infine  ci  sono  le catastrofi conflittuali come gli eventi bellici o terroristici.
Dati  poco  incoraggianti  emergono  da  studi  effettuati  sull’epidemiologia  delle catastrofi, che  studia quelli che sono gli elementi scatenanti, le patologie principali associate  e  gli  strumenti  preventivi  atti  a  contenerle.  Si  rileva  in  particolare  che  i paesi in via di sviluppo sono i più colpiti non per la frequenza degli eventi disastrosi bensì per l’aumento della densità di popolazione.  

La  vulnerabilità  del  territorio  e  la  definizione  delle  priorità  sono  gli  obiettivi principale del CRED, il Centro per la Ricerca sull’Epidemiologia dei Disastri.
Il  CRED  è  attivo  da  oltre  30  anni  sul  campo  delle  catastrofi  internazionali  promuovendo  la  capacità  di  ricerca,  di  formazione  e  tecnica  sulle  emergenze umanitarie, con particolare attenzione per la salute pubblica e l'epidemiologia.
Durante la gestione di un disastro l’obiettivo principale è quello di salvare il maggior numero  di  vite  possibili  seguendo  schemi  differenti  rispetto  a  quelli  applicati nell’emergenza ordinaria e avvalendosi di strumenti quali la strategia, cioè l’arte e la capacità  di  inventare  piani;  la  tattica  cioè  la  capacità  di  metterli  in  pratica  e  la logistica,  l’insieme  delle  procedure  che  prevede  l’impiego  di  uomini,  materiali  e mezzi.
La storia del nostro paese, testimonia come gli eventi calamitosi siano spesso stati fronteggiati con l’improvvisazione e le cause di ciò sono ascrivibili a diversi fattori come ad esempio la scarsa cultura sull’organizzazione dei soccorsi, i costi elevati da destinare  alla  prevenzione  oppure  alla  presunzione  di  poter  risolvere  l’emergenza straordinaria con mezzi ordinari.
La diffusione di una cultura basata sulla formazione e sulla prevenzione rappresenta una  priorità,  la  popolazione  spesso  dimenticata  e  sottovalutata  è  proprio  il  primo bersaglio dell’educazione sanitaria.
Durante la pianificazione di una strategia si devono coinvolgere specialisti di attività differenti il cui obiettivo deve essere quello di favorire l’esecuzione dei soccorsi.
Si parte dall’analisi dei rischi esistenti sul territorio, proseguendo con un censimento delle  risorse  logistiche  immediatamente  disponibili  includendovi  luoghi  idonei  per eventuali ricoveri ed attendamenti. L’organo competente del coordinamento sanitario è il 118 locale che attua i protocolli d’intervento necessari.  
Per evitare possibili errori, la strategia andrebbe concordata con tutte le squadre di soccorso al fine di unificare le procedure ed evitare il caos.
Un  percorso  cronologico  denominato  “catena  dei  soccorsi”  ispira  la  tattica  che consiste nell’attuazione dei piani di soccorso. Lo scopo della catena dei soccorsi è quello di assistere le vittime già sul luogo dell’evento.
La  catena  si  compone  di  diverse  fasi:  la  prima  fase  è  quella  dell’allarme  e  l’ente preposto alla ricezione dell’allarme sanitario è il 118.  È emerso che le chiamate che  pervengono  in  caso  di  maxiemergenza  sono  pochissime,  questo  problema  è aggravato  dal  fatto  che  speso  l’operatore  non  crede  a  ciò  che  sente  e  rischia  di perdere  il  contatto  con  quell’unica  telefonata  ricevuta.  Compito  della  Centrale Operativa è quello di inviare un equipe professionista sul posto, per il coordinamento dei  soccorsi.  Attualmente  i  problemi  maggiori  riguardano  la  difficoltà  nel raggiungere  il  luogo,  la  scarsa  conoscenza  dei  rischi  evolutivi  e  la  mancanza  di protocolli operativi sulle ambulanze.  
Le prime operazioni di soccorso sono spesso attuate dalle stesse persone coinvolte, inizialmente  panico  e  caos  sono  i  protagonisti  della  situazione  e  possono rappresentare un serio ostacolo per l’accessibilità dei mezzi di soccorso sul luogo del disastro,  per  questo  motivo  i  primi  mezzi  di  soccorso  dovranno  cercare  anche  di impedire il panico.  
Il  salvataggio  comprende  le  operazioni  necessarie  per  spostare  la  vittima  da  una condizione  di  pericolo,  vi  partecipano  soccorritori  volontari,  professionisti  e  vigili del fuoco con adeguate formazioni.  
La  stabilizzazione  definitiva  dei  feriti  avverrà  nel  PMA  (Posto  Medico  Avanzato) che risponderà a diversi requisiti di sicurezza, spazio, luminosità, facile accesso, ben segnalato. Al suo interno vi lavorano medici e infermieri.
In linea teorica ogni ferito  dovrebbe essere “filtrato” attraverso il PMA allo scopo di impedire  il  collasso  del  Dipartimento  di  Emergenza,  ma  nella  realtà  accade esattamente  il  contrario,  molte  vittime  vengono  trasportate  direttamente  nelle strutture ospedaliere.  
L’impiego  di  tutti  questi  uomini,  materiali  e  mezzi  viene  definito  come  “l’arte  di provvedere”  ed  è  l’insieme    delle  operazioni  che  permettono  il  corretto funzionamento della catena dei soccorsi.  
Ed è qui che ha un ruolo fondamentale una nuova figura infermieristica, menzionata per la prima volta negli Stati Uniti, il Disaster Manager, responsabile dell'attuazione dei Piani Operativi in caso di Maxiemergenze interne alla struttura oppure esterne, che agisce in caso di maxiemergenza, ossia di un disastro improvviso. Il suo scopo principale  è  quello  di  raggiungere  il  miglior  livello  di  sicurezza  e  salute  per  le persone e le comunità coinvolte in un disastro. 
Le  catastrofi  di  qualsiasi  genere  portano  momenti  di  grande  crisi  per  tutta  la comunità colpita quindi è importate essere sempre pronti ad affrontare una catastrofe soprattutto negli ultimi anni data la frequenza con la quale questi eventi si presentano anche  nel  nostro  paese.  È  importante  quindi  disporre  di  soluzioni  efficaci  ma soprattutto di operatori preparati.
Nella  gestione  dell’emergenza  bisogna  sempre  aver  chiari  gli  step  da  effettuare  e cercare di attuarli nel più breve tempo possibile. Per questo è fondamentale l’utilizzo di protocolli soprattutto durante una fase fondamentale come il triage.
I principi che sottintendono il triage in una mass casualty situation come in guerra sono  spesso  considerati  come  inumani,  impersonali  e  tipici  di  mentalità classificatrice  militare,  “la  più  alta  priorità  è  data  alle  persone  che  sicuramente sopravvivranno se riceveranno le cure”, mentre i pazienti che moriranno anche con trattamento adeguato e quelli che vivranno anche senza cure riceveranno una priorità più bassa.

La  priorità  d’intervento  segue  lo  schema  ABCDE  (A=  airway,  B=breathing, C=circulation, D=disability, E=exposure) suggerito dalla scuola anglosassone, ormai largamente diffuso tra gli operatori  sanitari;  questo  schema è diventato  una vera  e propria “filosofia” di approccio al paziente.
In  questo  studio  sono  stati  messi  a  confronto  tre  principali  protocolli  di  triage utilizzati in caso di catastrofe che sono stati realizzati in 3 paesi diversi.
Il  primo  sistema  è  lo  START,  elaborato  dalla  scuola  americana,  che  presenta l’indiscutibile  vantaggio  di  una  facile  applicazione  anche  da  personale  poco addestrato.
L’intento  dei  suoi  creatori  fu  quello  di  elaborare  un  procedimento  del  tipo  “passo dopo  passo”  che  consenta  l’osservazione  delle  funzioni  vitali  secondo  un  ordine prestabilito permettendo così di definire in 60 secondi o meno il grado d’urgenza.
La scuola francese attraverso il sistema binario prevede che l’esecuzione del triage sia affidata a medici formati nell’ambito della medicina delle catastrofi o comunque da professionisti adeguatamente preparati.  
Infine  c’è  il  sistema  MIMMS  (Major  Incident  Medical  Management  and  Support) nato nel Regno Unito, è attualmente  lo standard  di gestione di maxiemergenze dei servizi di emergenza di Gran Bretagna, Olanda, Svezia, Austria e Giappone.

Il  protocollo  MIMMS   non  costituisce  un  sistema  “diverso”,  ma  sistematizza  e struttura l’esperienza di numerosi professionisti, da anni impegnati in questo campo, in  una  serie  di  procedure  standardizzate  che  permettono  l’ottimizzazione  delle risorse,  sia  umane  che  materiali, impegnate  in  un  teatro  la  cui  gestione  sarebbe altrimenti problematica.
Questo  sistema è formato dai  due differenti tipi di  triage, uno che viene utilizzato direttamente sulla scena, ed è il triage SIEVE, definito anche come il triage primario, che permette di assegnare rapidamente la priorità.
Quando in un secondo momento si dovranno ridefinire le priorità sarà attuato il triage SORT.
Quest’ultimo  protocollo  di  triage  permette  di  ridefinire  quelle  che  sono  tutte  le priorità dei pazienti che  sono giunti al PMA.  È indubbiamente dimostrata la necessità di una categorizzazione dei feriti sulla scena del disastro, ma occorre porsi sempre una domanda: triage significa “chi salvare per primo” o “chi far morire per primo”?
L’impegno nell’organizzare i soccorsi, nel farvi parte, contribuisce enormemente nel portare pace dove esiste afflizione, disperazione, caos e perdita di affetti e affinità sociali  culturali  rappresentano  alcune  delle  caratteristiche  che  si  è  cercato  di evidenziare  in  questo  studio,  dove  la  scienza  e  la  tecnologia  non  solo  puntano  al garantire la vita e la sopravvivenza degli scampati da una calamità, ma garantire al tessuto sociale stesso, colpito e annichilito da tanta distruzione, il riconoscimento dei suoi “figli” meno fortunati.

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DEL PIEMONTE ORIENTALE
“AMEDEO AVOGADRO”
DIPARTIMENTO DI MEDICINA TRASLAZIONALE
Scuola di Medicina
Corso di Laurea in Infermieristica
Presidente: Prof. Gian Carlo Avanzi

Il decadimento cognitivo rappresenta una delle più importanti barriere per l’infermiere nel riconoscere quando un paziente ha dolore; le persone con demenza possono esprimere il loro dolore diversamente rispetto ai non dementi e questo spiega la difficoltà nel rilevarlo e, di conseguenza, il suo sottotrattamento. E’ fondamentale per una buona assistenza infermieristica la continua e costante valutazione del dolore in questa tipologia di pazienti, proprio per questo, negli ultimi anni, sono comparse in letteratura scale validate per la stima del dolore anche per questa tipologia di utenti. Poiché la malattia di Alzheimer è la demenza con più incidenza nella popolazione, l’obiettivo di questo studio è di verificare la presenza/assenza di dolore nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer nella struttura RSA Cerino Zegna di Occhieppo Inferiore (BI) sottoponendo ai pazienti del Nucleo Alzheimer e Centro Diurno le due scale osservazionali/comportamentali Abbey e Painad (entrambe validate in italiano), e di confrontare i risultati delle stesse al fine di verificare differenze nei risultati ottenuti. Il protocollo di studio è stato approvato attraverso un’autorizzazione scritta dalla direzione generale Opera Pia A. E. Cerino Zegna Onlus.

Lo studio di ricerca è stato di tipo trasversale, di prevalenza, condotto su tutti i pazienti affetti da malattia di Alzheimer con demenza moderata/grave con una Global Deterioration Scale (GDS) ≥5 corrispondente a un Mini-Mental-State-Examination (MMSE) ≤ 15. Sono state analizzate le cartelle cliniche per valutare le eventuali patologie attive, croniche, le condizioni cliniche generali e l’eventuale terapia analgesica in atto.

L’accertamento del dolore è stato compiuto da un unico rilevatore, esterno alla struttura considerata, allo scopo di ridurre il rischio di incorrere in bias di accertamento.

Questo lavoro vuole porre l’accento sull’importanza della gestione e di un accertamento continuo e globale del dolore in questa tipologia di pazienti che, anche se non sono più in grado di comunicare verbalmente la loro sofferenza, sono in grado comunque di segnalarla attraverso altri indicatori.

Grazie a questo studio e ai risultati ottenuti, dopo una richiesta fatta al Direttore Sanitario da parte del personale infermieristico, entrambe le scale sono state inserite all’interno della Cartella Socio Sanitaria di ogni paziente ospite nella casa di riposo Opera Pia A. E. Cerino Zegna a Occhieppo Inferiore (Bi) e della Residenza Maria Grazia a Lessona (Bi) poiché entrambe sono sotto la stessa amministrazione, sostituendo la scala Noppain, la compilazione della quale è ritenuta troppo dispendiosa temporalmente e complessa.

Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”

DIPARTIMENTO DI MEDICINA TRASLAZIONALE

Scuola di Medicina

Corso di Laurea in Infermieristica

Presidente: Prof. Gian Carlo AVANZI

ABSTRACT

Tesi di Laurea in Infermieristica di ACCIO BENEDETTA

A.A. 2011-2012

Relatore: Dr.ssa Ilari Federica

Obiettivo: indagare le conoscenze degli infermieri, operanti all’interno del Presidio Ospedaliero di Biella, relativamente alla gelotologia[1] ed alle due realtà locali ad esso legate: l’attività dell’associazione il naso in tasca[2] e l’utilizzo della B_Ambulanza[3].

Metodo e strumenti: per sondare le conoscenze degli infermieri è stato creato appositamente un questionario (allegato alla tesi) strutturato e non validato, che è stato sottoposto ad un gruppo di controllo, al fine di evitare la produzione di domande ambigue e non chiare.

Il questionario è strutturato in due parti: la prima composta da 6 item per rilevare le caratteristiche degli infermieri (sesso, età, titolo di studio, …); la seconda parte è composta da 22 item (più altri 11 nel caso in cui la risposta sia si o no), che indagano le conoscenze degli stessi rispetto alla comicoterapia ed alla realtà biellese. All’interno del questionario sono stati inseriti item di controllo per verificare incongruenza tra i dati.

I reparti ed ambulatori che sono stati oggetto di indagine sono: cardiologia, blocco operatorio, rianimazione, centro immaturi, pediatria, pneumologia-gastroenterologia, malattie infettive, pronto soccorso, chirurgia vascolare-otorino-oculistica, medicina semintensiva, paganti-dermatologia, urologia-nefrologia, chirurgia alta complessità, traumatologia-ortopedia, week surgery – day hospital, medicina riabilitativa, neurologia, medicina – oncologia, medicina 2° e 4° piano, SPDC; ambulatorio di gastroenterologia, di allergologia e pneumologia, di cardiologia, di pediatria, di neurologia, di otorinolaringoiatria, di chirurgia e chirurgia vascolare, di diabetologia, di ginecologia, centro trasfusionale e day hospital oncologico.

Ad ogni Coordinatore infermieristico, di reparto e/o ambulatorio, è stato consegnato il numero di questionari pari al numero di infermieri operanti nella specifica unità operativa, lasciandoli a disposizione del personale per una settimana.

 

Risultati: i dati emersi, da una prima analisi generale, sono positivi per quanto riguarda la conoscenza degli infermieri rispetto alla gelotologia, il 95% degli infermieri conosce o ha sentito parlare della comicoterapia, il 94% ha letto o sentito parlare degli effetti benefici che le emozioni positive hanno sull’organismo; il 94% ritiene che l’Ospedale sia un ambiente idoneo, se pur non per tutti i casi, per la comicoterapia.

I risultati del confronto maschi-femmine rispetto la conoscenza della comicoterapia, de il naso in tasca e della B_Ambulanza evidenziano:

- la maggior parte degli infermieri maschi è nella fascia di età 31-40, mentre le femmine hanno tra i 41 e i 50 anni;

- il titolo di studio non influenza le conoscenze degli infermieri rispetto alla gelotologia, a il naso in tasca ed alla B_Ambulanza;

- per quanto riguarda gli anni dei servizio la maggior parte degli uomini lavora da 11-20 anni, senza che emergano differenze tra le tre aree di conoscenza indagate; mentre tra le donne c’è differenza sostanziale tra chi conosce la comicoterapia e il naso in tasca, che lavora da più di 21 anni, rispetto a chi conosce la B_Ambulanza che invece lavora da 11-20 anni;

- la realtà lavorativa separa nettamente gli uomini dalle donne, i primi lavorano principalmente in ambito chirurgico, mentre le seconde operano in ambito medico; ma la percentuale più elevata di conoscenza della B-Ambulanza ricade in egual modo su maschi e femmine che però lavorano in area critica e/o pediatrica.

Una possibile spiegazione di queste differenze potrebbe essere che gli infermieri conoscono maggiormente il naso in tasca in ambito medico e chirurgico perché sono due aree presso le quali l’associazione presta la propria opera; per quanto riguarda la B-Ambulanza è ipotizzabile pensare che sia maggiormente conosciuta nelle due aree, critica (come pronto soccorso e centro immaturi) e pediatrica poiché abitualmente utilizzata come mezzo di trasferimento.

L’uso della B_Ambulanza e l’attività de il naso in tasca possono essere ritenuti i dati essenziali che, a caduta, influenzano la conoscenza più generale della gelotologia.

Al fine di valutare effettivamente la ricaduta, in termini positivi o negativi, della comicoterapia e dell’utilità del mezzo di trasporto a “misura di bambino” sarebbe interessante proseguire l’indagine andando a valutare i vissuti dei pazienti rispetto all’attività svolta dall’associazione il naso in tasca. Per quanto riguarda l’utilizzo della B_Ambulanza si potrebbe monitorare lo stato d’animo dei bimbi creando, ad esempio, un gruppo di controllo di bambini trasportati con un’ambulanza ‘normale’.


[1] scienza che studia e applica la risata e le emozioni positive negli ambiti sanitari relativi alla prevenzione, terapia, riabilitazione e formazione.

[2] associazione di volontariato nata a Biella nel 2001, forma clown d’ascolto che svolgono la loro attività in ospedali, case di risposo, centri per disabili. www.ilnasointasca.org

[3] ambulanza pediatrica donata alla Croce Rossa di Biella da parte del Fondo Edo Tempia all’interno del suo progetto bambino, Il Fondo Edo Tempia, Fondo di solidarietà Edo Tempia per la lotta contro i tumori, è una associazione volontaria biellese, privata, autonoma, indipendente, apolitica.

UNIVERSITÀ  DEGLI  STUDI  DEL  PIEMONTE  ORIENTALE “AMEDEO AVOGADRO”
FACOLTA’ DI MEDICINA , CHIRURGIA E SCIENZE DELLA SALUTE.
CORSO DI LAUREA IN IFERMIERISTICA.
Presidente Prof. Gian Carlo Avanzi

TESI DI LAUREA
“Il dolore associato al cambio della medicazione in utenti con ulcere venose”
Candidato : Consagra Francesco, Adriano  -  Relatore : Prof. Raineri Franco
Anno Accademico 2010-2011

Abstract
Le ricerche e gli studi sulle ulcere generalmente si concentrano sui risultati di un dato trattamento e prendono a parametro di successo terapeutico la percentuale di ulcere guarite  e  il  tempo  necessario  per  la  guarigione.  Il  dolore  e  gli  aspetti  psicosociali rimangono in gran parte trascurati. Eppure i pazienti identificano nel dolore uno degli aspetti peggiori della propria patologia ulcerativa e, a volte, considerano il sollievo dal dolore più importante della guarigione.

Le  ulcere  venose  sono  lesioni  ,  spesso  dolorose,  con  frequente  esacerbazione  delle sofferenze provocate dal cambio delle medicazioni. La scelta dell’argomento di tesi è motivata proprio dal peso che la patologia ulcerativa ha sull’utente.
L’obiettivo    dello  studio  è  quello  di  andare  ad  osservare,  descrivere  e  valutare  la presenza  o  assenza  di  dolore  associato  al  cambio  della  medicazione,  mettendo  in evidenza,  durante  l’intero  arco  di  tempo  dell’esecuzione  della  tecnica,  il  momento specifico in cui l’utente ha dolore.
È  una  tesi  di  Ricerca  Quantitativa,  di  tipo  Prospettica,  Trasversale,  Descrittiva.
L’oggetto  di  studio  sono  gli  utenti  con  ulcere  venose,  sono  stati  considerati  fattori d’esclusione tutte le ulcere non venose e gli utenti con deficit cognitivi o che non sono in  grado  di  poter  dare  una  chiara  descrizione  del  loro  dolore.  Lo  studio  è  stato effettuato a Biella, presso l’Ospedale degli Infermi negli Ambulatori di Dermatologia.  
Il metodo di campionamento utilizzato è di tipo Non Probabilistico di Convenienza, il campione è composto da 30 utenti affetti da ulcere venose.  
Lo  strumento  utilizzato  per  la  raccolta  dati  è  :  “Pain  at  wound  dressing-related procedures:  a  template  for  assessment”  di  Helen  Hollinwort,  strumento  adattato dall’International Pain Advisory Panel .

I dati sono stati raccolti nel periodo compreso dal 01/03/11 al 31/04/11. Bisogna sottolineare che la percezione del dolore è soggettiva, quindi i dati ottenuti sono il risultato delle descrizioni e delle caratteristiche del dolore dal punto di vista del  paziente.  Analizzando  le  risposte  degli  utenti  si  nota  che  c'è  una  percentuale rilevante di utenti che percepisce dolore al cambio di medicazione.
Tra  le  varie  tecniche  utilizzate,  come  “la  detersione  dell’ulcera  con  soluzioni  a temperatura ambiente”, piuttosto che “bagnare la medicazioni con soluzione fisiologica prima  della  rimozione  della  stessa”,  molti  utenti  trovano  nel  trattamento  con antidolorifico  e  nella  rimozione  della  medicazione  intervallata  a  piccole  pause,  una possibile risposta al proprio dolore.    
Alcuni  ritengono  l'antidolorifico  non  completamente  efficace...  altri,  pur  assumendo antidolorifici, collegano  il  proprio  dolore  alla  medicazione  che  si  "attacca"... Molti  di loro  non  riposano  bene  o  si  svegliano  più  volte  durante  la  notte  a  causa  del  dolore “bruciante” e “pungente” che continua ad influenzare la loro vita.   
Nonostante  tutte  le  attenzioni  poste,  negli  ultimi  anni,  all'utilizzo  di  terapia antidolorifica,  all'utilizzo  di  medicazioni il  più  possibile  "atraumatiche",  il  problema legato  al  dolore  e  conseguentemente,  alla  qualità  della  vita  dell'utente  con  lesioni trofiche degli arti inferiori (nello specifico, ulcere venose) resta un problema aperto.

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SIENA

FACOLTA’ DI MEDICINA E CHIRURGIA

Master in Ecocardiografia di I° livello - A.A. 2009 - 2010

Relatore : Dott.ssa   Debora Castellani           Tesi di Master di: Sonia Bertozzi

La prevenzione e la cura delle malattie cardiovascolari, che nei paesi occidentali rappresentano la prima causa di morte, sono un obiettivo prioritario da conseguire sia in termini di politica socio-sanitaria che  politica socio –economica.

Per tale motivo è di estrema importanza individuare ed applicare le migliori metodiche per la diagnosi precoce, che siano in grado di fornire informazioni precise, dettagliate e complete tenendo conto che dovranno sempre più essere a basso costo vista l’esiguità delle risorse economiche.

Sotto questo profilo l’ecocardiografia rappresenta una metodica ideale, in quanto consente di ottenere in maniera non invasiva, grazie all’utilizzo di ultrasuoni, un gran numero di parametri anatomo-funzionali utili alla diagnosi  e cura di cardiopatie .

E’ in questa ottica che si rende necessario strutturare ed organizzare l’ideale ambulatorio di ecocardiografia in modo che sia capace di fornire una risposta diagnostica veloce e certa che veda la possibilità di avvalersi di tecnologie all’avanguardia, e di personale adeguatamente preparato capace di lavorare in equipe.

Il Sonographer ha un ruolo chiave nei laboratori di cardiologia dei paesi Anglosassoni, è qualificato per eseguire esami elettrocardiografici ed ecocardiografici. Queste tecniche sono operatore-dipendente e richiedono un’alta abilità tecnica e conoscenze specifiche unite ad un aggiornamento continuo. Il Sonographer deve possedere un’ottima conoscenza di anatomia ecocardiografica, della tecnica di immagini con ultrasuoni e una buona capacità di gestione dati (storage, trasferimento e raccolta dell’imaging) tali da consentire una corretta interazione con il cardiologo per la formulazione di una diagnosi.

Il Sonographer esegue l’esame ecocardiografico e controlla l’attività cardiaca, valuta le strutture e la funzione cardiaca e riconosce eventuali condizioni patologiche.

In una organizzazione di laboratorio digitale, dove l’acquisizione delle immagini è distinta dalla refertazione, la presenza di un tecnico di ecocardiografia, aumenta l’efficienza del laboratorio stesso, in quanto è lasciata al sonografer la registrazione delle immagini che può essere effettuata o al letto del paziente o addirittura sul territorio ed inviata, sfruttando le tecniche digitali, al cardiologo che da una postazione centralizzata può procedere al referto

Il sistema così articolato vuole razionalizzare il tempo dedicato alle diverse fasi dell’esecuzione dell’esame con un maggiore spazio dedicato alla refertazione da parte del cardiologo al fine di una maggiore qualità degli esami ecocardiografici, e conseguente riduzione sul loro costo .

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DEL PIEMONTE ORIENTALE “AMEDEO AVOGADRO”
Facoltà di MEDICINA, CHIRURGIA E SCIENZE DELLA SALUTE

Corso di Laurea in INFERMIERISTICA
Presidente: Prof. Gian Carlo Avanzi

Tesi di Laurea
ANALISI DELLE CONOSCENZE E DELLE PROBLEMATICHE RIGUARDANTI LA GESTIONE INFERMIERISTICA DELLA TERAPIA CON ANALGESICI OPPIACEI

Relatore: C.P.S.E. Franco Raineri   -   Correlatrice: Sig.ra Valentina Rattone   -   Candidata: Carlotta Serra

Anno Accademico 2010-2011

ABSTRACT
Il mio elaborato analizza le conoscenze e le problematiche riguardo alla gestione infermieristica della terapia con analgesici oppiacei. Ho scelto questo argomento perché  ritengo  che  l’infermiere  sia  la  persona  che  sta  più  a  contatto  con l’ammalato,  quindi  egli  deve  comprendere  precocemente  i  sintomi  che  prova  il paziente,  somministrare  la  terapia  ed  essere  in  grado  di  riconoscere  gli  effetti collaterali.  In  molte  realtà  gli  analgesici  oppiacei  sono  farmaci  non  molto utilizzati   e   a   causa   di   ciò   l’infermiere   potrebbe   trovarsi   in   difficoltà nell’approcciarsi a essi.

Nella mia tesi ho inteso valutare la conoscenza degli operatori sanitari per quanto concerne la normativa in vigore, gli effetti collaterali, i sintomi da accumulo ecc; ho   inoltre   analizzato   le   eventuali   difficoltà   che   gli   infermieri   potrebbero riscontrare  e  il  loro  desiderio  o  meno  di  una  maggiore  informazione  in  merito agli analgesici oppiacei.

La  mia  ricerca  è  di  tipo  descrittivo  quali-quantitativo  e  prende  in  esame  gli infermieri  di  alcuni  reparti  dell’Ospedale  degli  Infermi  di  Biella  (ASL  BI).  Ho scelto  tra  i  reparti,  non  di  urgenza,  quelli  in  cui,  per  patologie  afferenti,  viene fatto  maggior  uso  di  analgesici  oppiacei.  Per  effettuare  l’indagine  ho  preparato un questionario semistrutturato composto da quattordici domande: le prime nove riguardano la vera e propria teoria mentre le successive cinque domande sono più personali e riguardano le difficoltà nella gestione, paure e implicazioni emotive riscontrate dagli infermieri. Dopo aver richiesto e ottenuto l’autorizzazione per la consegna del questionario da parte della Direzione delle Professioni Sanitarie, ho consegnato il suddetto ai Coordinatori Infermieristici dei reparti presi in esame.

Dopo un mese ho provveduto al suo ritiro. Dai dati ricavati ho potuto creare una tabella  che  mi  ha  aiutato  nella  strutturazione  dei  grafici,  in  modo  da  poter evidenziare i risultati salienti.

La mia tesi è costituita da cinque capitoli. Il primo è un capitolo introduttivo che spiega  essenzialmente  le  ragioni  che  mi  hanno  condotta  alla  scelta  di  questo elaborato. Il secondo capitolo fornisce una definizione di quello che è il dolore e definisce  cos’è  la  terapia  del  dolore.  E’  poi  introdotta  la  scala  analgesica  a  tre gradini  istituita  dall’OMS  per  il  controllo  del  dolore.  Questa  è  fondamentale poichè divide il dolore in tre fasi e per ciascuna di esse indica quali dovrebbero essere  i  farmaci  di  elezione.  Perciò,  nella  Fase  I,  ovvero  dolore  lieve,  sono indicati i non oppiacei associati o meno a farmaci adiuvanti. Nella Fase II, dolore lieve-moderato, si devono somministrare o oppiacei “minori” associati o meno a farmaci  adiuvanti,  o  oppiacei  “maggiori”  a  basso  dosaggio,  oppure  oppiacei “minori” combinati a non oppiacei. Nella Fase III, dolore moderato-severo, sono consigliati  oppiacei  “maggiori”  associati  o  meno  a  farmaci  adiuvanti.  Nello stesso  capitolo,  sono  analizzati  i  più  comuni  analgesici  oppiacei:  morfina, metadone,   codeina,   ossicodone,   fentanyl   e   buprenorfina.

Il   terzo   capitolo introduce le principali leggi che disciplinano l’utilizzo dei farmaci stupefacenti e la  terapia  del  dolore,  con  un  accenno  ad  alcuni  articoli  attinenti  contenuti  nel Codice  Deontologico  degli  Infermieri  del  2009.  Il  quarto  capitolo,  riguarda il registro di carico e scarico introdotto con la legge anti-dolore n° 12 del 2001 e che  dal  10  Gennaio  del  2002  deve  essere  utilizzato  da  tutte  le  Unità  Operative che  movimentano  sostanze  stupefacenti  e  psicotrope.  In  questo  capitolo  è indicato il metodo per compilare correttamente le sue pagine e come procedere in casi eccezionali. Il quinto capitolo comprende l’esposizione grafica e l’analisi dei dati  raccolti.  Il  sesto  e  ultimo  capitolo  è  dedicato  alle  conclusioni,  dalle  quali emerge  che  un  rilevante  numero  d’infermieri  presenta  carenze  sia  per  il riconoscimento  degli  effetti  collaterali  degli  analgesici  oppiacei,  sia  per  quanto concerne   la   normativa   in   vigore   e   per   quanto   riguarda   le   modalità   di somministrazione  di  tale  terapia.  Gli  infermieri  sono  invece  concordi  sul  fatto che  sarebbe  opportuna  una  maggiore  informazione  in  modo  da  essere  il  più competenti  possibile  al  fine  di  aiutare  il  paziente  e  la  sua  famiglia  a  superare questa fase della vita.

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