SEGNI PARTICOLARI: DIVERSO

Il Manifesto 03.10.03

 

Dagli studi sui meccanismi di potere e di segregazione alle strategie di resistenza messe in atto all'interne delle istituzioni totali. Divenuto noto negli anni '70 dopo la pubblicazione di «Asylums» e scomparso da vent'anni, Erwing Goffman può ormai essere considerato un classico della sociologia
Identità negate A quarant'anni dalla sua prima edizione, uno dei testi più politici di Erving Goffman, «Stigma», viene ora riproposto da ombrecorte


MASSIMILIANO GUARESCHI


In Italia, la fama di Erving Goffman è legata alla traduzione, negli anni Settanta, di Asylums, uno studio nel quale venivano ricostruiti i meccanismi di potere e segregazione nonché le strategie di resistenza operanti all'interno di un ospedale psichiatrico. Al di là dello specifico dell'indagine, al centro dell'attenzione del volume si collocavano le cosiddette «istituzioni totali», intese come contesti reclusivi che esauriscono l'intero orizzonte esistenziale dei loro «ospiti». Mentre comunemente il riposo, il lavoro e lo svago avvengono in luoghi distinti, l'istituzione totale - la clinica psichiatrica ma anche l'ospedale, il collegio, la caserma - organizza tali attività all'interno delle proprie mura, qualificandosi come un microcosmo dotato di specifiche regole. La prefazione di Franco Basaglia all'edizione italiana aprì il testo a una recezione che andava ben al di là degli ambienti specificamente sociologici. Erano gli anni di maggiore fortuna dell'antipsichiatria e il lavoro di Goffman sulle istituzioni totali appariva in sintonia con le prospettive antirepressive e antiscientiste che maturavano in quel clima, tanto che il sociologo canadese finì per essere comunemente inserito in un improbabile canone insieme ad autori quali David Cooper o Ronald Laing, con cui aveva probabilmente ben poco a che spartire. Al di là delle fortune, e degli equivoci, di quella stagione, Erving Goffman, morto ormai da una ventina di anni, può senza dubbio essere considerato come un classico della sociologia, che ha contribuito a strutturare le coordinate di nuovi terreni di indagine, in particolare relativi all'interazione faccia a faccia, agli aspetti rituali della vita quotidiana, al comportamento in pubblico, ai meccanismi di costruzione e difesa dell'identità individuale e collettiva. Detto ciò, si dovrebbe aggiungere che Goffman resta un autore per molti versi enigmatico, difficile da collocare, refrattario alle discussioni metodologiche, aduso a fabbricarsi una propria personale concettuologia nel vivo di descrizioni di sapore etnografico.

Caratteristico del suo modo di procedere, in particolare, è il ricorso all'artificio retorico della cosiddetta «messa in prospettiva tramite incongruità», che consiste nello sperimentare le possibilità esplicative offerte dall'applicazione a un determinato contesto di un lessico tipico di un ambito di esperienza completamente diverso, per esempio i concetti della rappresentazione teatrale - maschera, ribalta, retoscena, pubblico - utilizzati per interpretare le dinamiche dell'interazione faccia a faccia, oppure quelli dello spionaggio per descrivere attività o atteggiamenti decisamente prosaici.

Una possibilità per saggiare l'anomalia della ricerca e della scrittura di Goffman può essere offerta dalla recente riproposizione di quella che insieme ad Asylums è la sua opera più «politica»: Stigma. L'identità negata (ombre corte, pp. 181, euro 14). Il volume, uscito nel 1963, si propone di indagare il funzionamento sociale dello stigma, ossia dei «segni fisici che vengono associati agli aspetti insoliti e criticabili della condizione morale di chi li manifesta». Per stigma si deve quindi intendere qualsiasi segno più o meno visibile che rimanda, implicitamente o esplicitamente, a una differenza percepita come scarto negativo rispetto alla norma: il colore della pelle, una menomazione, l'indizio dell'appartenenza a una minoranza, le tracce di una biografia sconveniente.

Goffman, come di consueto, non indaga i fenomeni di «inferiorizzazione» in termini macrosociologici di funzionamento istituzionale ma esercita la propria maestria descrittiva sulle economie di gestione dello stigma che emergono nello specifico dalle trame relazionali. Ne consegue, una raffinata disamina del complesso gioco di strategie e controstrategie che caratterizza il trascorrere dello stigmatizzato e dello stigmatizzabile da un contesto all'altro. L'attenzione non si sofferma tanto sui casi estremi di esclusione quanto sui più sottili meccanismi, relativi all'assunzione di ruoli asimmetrici, alla cogestione dell'imbarazzo, al confronto delle differenti aspettative, alla definizione di fronti di alleanza e ostilità, che in silenzio contrappuntano l'incedere formale e ritualistico delle relazioni. Per Goffman, infatti, l'interazione non è scontata ma procede continuamente sul filo di un equilibrio precario, sempre minacciato dall'irrompere del discredito rispetto ai ruoli e ai copioni stabiliti. Lo stesso sé, altra ossessione del sociologo di Asylums, si definisce attraverso una continua calibrazione delle «distanze» centrata sulla gestione delle informazioni e la proiezione di rappresentazioni di sé ritenute adeguate o strategicamente opportune. La violazione di tali barriere, e l'esposizione dell'individuo nella sua nudità, metaforica o reale, come nel caso dei riti di spoliazione che precedono ogni internamento, assume quindi un ruolo fondamentale nella definizione e nell'esercizio dei rapporti di potere, considerati a un livello che Michel Foucault definirebbe microfisico. Lo strano «naturalismo» di Goffman, sembra rimandare, infatti, a una prospettiva antropologica in cui l'uomo appare come l'animale che «tiene le distanze». Ne consegue la rilevanza nella sua ricerca del tentativo di elaborare una lettura sociologica della vergogna, dell'imbarazzo, del pudore, del tatto, dell'eufemismo, dell'allusione. Si tratta di aspetti apparentemente marginali e «intimisti», che tuttavia per Goffman assumono una funzione centrale nella definizione dei meccanismi di segregazione, gerarchizzazione ed esclusione. È in tale contesto che si definisce l'operatività dello stigma, della traccia «infamante» custodita nel segreto oppure esposta alla compiacenza o alla riprovazione.

Rileggere oggi Stigma, a più di quaranta anni dalla sua pubblicazione permette di confrontarsi con uno stile di indagine eccentrico sulle modalità attraverso le quali si stabiliscono, nell'apparente leggerezza delle banalità, i meccanismi di classificazione, inferiorizzazione e stigmatizzazione di gruppi, categorie e individui. Agli esempi su cui Goffman calibra il proprio discorso, riferiti ai rapporti di classe e di genere nonché agli standard culturali degli anni Sessanta, il lettore ne può sostituire altri, tratti dal presente. Ma forse è un altro l'elemento della prospettiva goffmaniana a risultare oggi più utile e attuale. Ci riferiamo alla questione dell'identità, cruciale oggi non solo per le scienze sociali ma anche dal punto di vista politico. Nelle pagine di Stigma si parla continuamente di identità - individuale, sociale, virtuale - ma sempre in riferimento non a un fondo sostanziale che presiederebbe alla strutturazione dell'individuo ma a un gioco di maschere, ruoli e rappresentazioni di sé e dell'altro che mutano da una situazione all'altra.

A una concezione sostanzialista e reificante dell'appartenenza Goffman oppone l'antidoto di un modello relazionale, plurale e stratificato, nel quale le identità sono inscindibili dal loro manifestarsi contingente, sul terreno strategico dell'interazione. Certo, nella sua opera ben difficilmente si potranno trovare esplicite enunciazioni teoriche in proposito, tuttavia l'intero itinerario di ricerca di Goffman sembra muoversi in quella direzione, facendo emergere nel confronto con una sterminata anedottica il carattere policentrico e contingente del gioco dell'identità.
 

Pubblicato su InfermieriOnline il 3.10.03