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Dagli studi sui meccanismi di
potere e di segregazione alle strategie di resistenza messe in atto
all'interne delle istituzioni totali. Divenuto noto negli anni '70 dopo la
pubblicazione di «Asylums» e scomparso da vent'anni, Erwing Goffman può
ormai essere considerato un classico della sociologia
Identità negate A quarant'anni dalla sua prima edizione, uno dei testi più
politici di Erving Goffman, «Stigma», viene ora riproposto da ombrecorte
MASSIMILIANO GUARESCHI
In Italia,
la fama di Erving Goffman è legata alla traduzione, negli anni Settanta, di
Asylums, uno studio nel quale venivano ricostruiti i meccanismi di
potere e segregazione nonché le strategie di resistenza operanti all'interno
di un ospedale psichiatrico. Al di là dello specifico dell'indagine, al
centro dell'attenzione del volume si collocavano le cosiddette «istituzioni
totali», intese come contesti reclusivi che esauriscono l'intero orizzonte
esistenziale dei loro «ospiti». Mentre comunemente il riposo, il lavoro e lo
svago avvengono in luoghi distinti, l'istituzione totale - la clinica
psichiatrica ma anche l'ospedale, il collegio, la caserma - organizza tali
attività all'interno delle proprie mura, qualificandosi come un microcosmo
dotato di specifiche regole. La prefazione di Franco Basaglia all'edizione
italiana aprì il testo a una recezione che andava ben al di là degli
ambienti specificamente sociologici. Erano gli anni di maggiore fortuna
dell'antipsichiatria e il lavoro di Goffman sulle istituzioni totali
appariva in sintonia con le prospettive antirepressive e antiscientiste che
maturavano in quel clima, tanto che il sociologo canadese finì per essere
comunemente inserito in un improbabile canone insieme ad autori quali David
Cooper o Ronald Laing, con cui aveva probabilmente ben poco a che spartire.
Al di là delle fortune, e degli equivoci, di quella stagione, Erving Goffman,
morto ormai da una ventina di anni, può senza dubbio essere considerato come
un classico della sociologia, che ha contribuito a strutturare le coordinate
di nuovi terreni di indagine, in particolare relativi all'interazione faccia
a faccia, agli aspetti rituali della vita quotidiana, al comportamento in
pubblico, ai meccanismi di costruzione e difesa dell'identità individuale e
collettiva. Detto ciò, si dovrebbe aggiungere che Goffman resta un autore
per molti versi enigmatico, difficile da collocare, refrattario alle
discussioni metodologiche, aduso a fabbricarsi una propria personale
concettuologia nel vivo di descrizioni di sapore etnografico.
Caratteristico del suo modo di procedere, in particolare, è il ricorso
all'artificio retorico della cosiddetta «messa in prospettiva tramite
incongruità», che consiste nello sperimentare le possibilità esplicative
offerte dall'applicazione a un determinato contesto di un lessico tipico di
un ambito di esperienza completamente diverso, per esempio i concetti della
rappresentazione teatrale - maschera, ribalta, retoscena, pubblico -
utilizzati per interpretare le dinamiche dell'interazione faccia a faccia,
oppure quelli dello spionaggio per descrivere attività o atteggiamenti
decisamente prosaici.
Una possibilità per saggiare l'anomalia della ricerca e della scrittura di
Goffman può essere offerta dalla recente riproposizione di quella che
insieme ad Asylums è la sua opera più «politica»: Stigma.
L'identità negata (ombre corte, pp. 181, euro 14). Il volume, uscito nel
1963, si propone di indagare il funzionamento sociale dello stigma, ossia
dei «segni fisici che vengono associati agli aspetti insoliti e criticabili
della condizione morale di chi li manifesta». Per stigma si deve quindi
intendere qualsiasi segno più o meno visibile che rimanda, implicitamente o
esplicitamente, a una differenza percepita come scarto negativo rispetto
alla norma: il colore della pelle, una menomazione, l'indizio
dell'appartenenza a una minoranza, le tracce di una biografia sconveniente.
Goffman, come di consueto, non indaga i fenomeni di «inferiorizzazione» in
termini macrosociologici di funzionamento istituzionale ma esercita la
propria maestria descrittiva sulle economie di gestione dello stigma che
emergono nello specifico dalle trame relazionali. Ne consegue, una raffinata
disamina del complesso gioco di strategie e controstrategie che caratterizza
il trascorrere dello stigmatizzato e dello stigmatizzabile da un contesto
all'altro. L'attenzione non si sofferma tanto sui casi estremi di esclusione
quanto sui più sottili meccanismi, relativi all'assunzione di ruoli
asimmetrici, alla cogestione dell'imbarazzo, al confronto delle differenti
aspettative, alla definizione di fronti di alleanza e ostilità, che in
silenzio contrappuntano l'incedere formale e ritualistico delle relazioni.
Per Goffman, infatti, l'interazione non è scontata ma procede continuamente
sul filo di un equilibrio precario, sempre minacciato dall'irrompere del
discredito rispetto ai ruoli e ai copioni stabiliti. Lo stesso sé, altra
ossessione del sociologo di Asylums, si definisce attraverso una
continua calibrazione delle «distanze» centrata sulla gestione delle
informazioni e la proiezione di rappresentazioni di sé ritenute adeguate o
strategicamente opportune. La violazione di tali barriere, e l'esposizione
dell'individuo nella sua nudità, metaforica o reale, come nel caso dei riti
di spoliazione che precedono ogni internamento, assume quindi un ruolo
fondamentale nella definizione e nell'esercizio dei rapporti di potere,
considerati a un livello che Michel Foucault definirebbe microfisico. Lo
strano «naturalismo» di Goffman, sembra rimandare, infatti, a una
prospettiva antropologica in cui l'uomo appare come l'animale che «tiene le
distanze». Ne consegue la rilevanza nella sua ricerca del tentativo di
elaborare una lettura sociologica della vergogna, dell'imbarazzo, del
pudore, del tatto, dell'eufemismo, dell'allusione. Si tratta di aspetti
apparentemente marginali e «intimisti», che tuttavia per Goffman assumono
una funzione centrale nella definizione dei meccanismi di segregazione,
gerarchizzazione ed esclusione. È in tale contesto che si definisce
l'operatività dello stigma, della traccia «infamante» custodita nel segreto
oppure esposta alla compiacenza o alla riprovazione.
Rileggere oggi Stigma, a più di quaranta anni dalla sua pubblicazione
permette di confrontarsi con uno stile di indagine eccentrico sulle modalità
attraverso le quali si stabiliscono, nell'apparente leggerezza delle
banalità, i meccanismi di classificazione, inferiorizzazione e
stigmatizzazione di gruppi, categorie e individui. Agli esempi su cui
Goffman calibra il proprio discorso, riferiti ai rapporti di classe e di
genere nonché agli standard culturali degli anni Sessanta, il lettore ne può
sostituire altri, tratti dal presente. Ma forse è un altro l'elemento della
prospettiva goffmaniana a risultare oggi più utile e attuale. Ci riferiamo
alla questione dell'identità, cruciale oggi non solo per le scienze sociali
ma anche dal punto di vista politico. Nelle pagine di Stigma si parla
continuamente di identità - individuale, sociale, virtuale - ma sempre in
riferimento non a un fondo sostanziale che presiederebbe alla strutturazione
dell'individuo ma a un gioco di maschere, ruoli e rappresentazioni di sé e
dell'altro che mutano da una situazione all'altra.
A una concezione sostanzialista e reificante dell'appartenenza Goffman
oppone l'antidoto di un modello relazionale, plurale e stratificato, nel
quale le identità sono inscindibili dal loro manifestarsi contingente, sul
terreno strategico dell'interazione. Certo, nella sua opera ben
difficilmente si potranno trovare esplicite enunciazioni teoriche in
proposito, tuttavia l'intero itinerario di ricerca di Goffman sembra
muoversi in quella direzione, facendo emergere nel confronto con una
sterminata anedottica il carattere policentrico e contingente del gioco
dell'identità.
Pubblicato su InfermieriOnline il
3.10.03 |
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