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Brillantemente curato e
introdotto da Franco Voltaggio, è uscito presso l'editore Nino Aragno il
Trattato sulla bile nera del grande medico Claudio Galeno. un prezioso
fossile della cultura occidentale, basato sulla considerazione per cui
«l'umore melanconico è generato nel corpo dell'uomo», e nessuno ne è immune.
YURIJ
CASTELFRANCHI
Sentimento fra i più
complessi a descriversi, malattia dell'anima e musa dell'artista, da secoli
la melanconia è inquilina della letteratura, dell'arte, del pensiero
scientifico occidentale. La salutava Giacomo Leopardi nello
Zibaldone
come «l'amica della verità, la luce per discoprirla, la meno soggetta
a errare». La vedeva sorella della noia, e assieme le dichiarava alleate del
pensare e del sentire poetico. Scriveva: «non è propria de' tempi nostri
altra poesia che la malinconica». E se la noia leopardiana trovava in
Francia un equivalente nell'ennui di Baudelaire, per i romantici
inglesi diveniva invece
spleen, la milza. Come a chiudere un cerchio sentimentale
antichissimo, fra noia e melanconia, radicato nell'immaginario occidentale:
perché la milza, secoli prima, era stata per i medici greci prima e romani
poi organo di passaggio di quella
melàine chole,
atra bile, l'umor nero responsabile del misterioso affetto
melanconico. Uscito di recente per i tipi di Nino Aragno Editore (pp.126, E.10,00)
il
Trattato sulla bile nera
ci restituisce - arricchito da un'illuminante introduzione del
curatore, Franco Voltaggio - il breve testo che Galeno di Pergamo,
celeberrimo medico d'epoca imperiale, dedicò a tale bizzarro ospite della
milza e dell'anima. Il libro è interessante non solo di per sé ma anche
nella sua connotazione di piccolo fossile della cultura occidentale: ci
mostra, infatti, parte delle profonde radici dell'immaginario legato alla
melanconia.
Claudio Galeno (nato a Pergamo, in Asia Minore, attorno al 129 d.C., morto
forse a Roma verso il 200) era stato destinato dagli dei, secondo una
leggenda voluta dal padre Nikon (che fu, per inciso, grande architetto) ad
essere medico. Fu forse il più celebre del mondo antico dopo Ippocrate,
tanto che gli vennero attribuiti - spesso a torto - oltre quattrocento
scritti (ne sopravvivono un centinaio). Medico dei gladiatori di Pergamo, si
trasferì poi a Roma entrando nelle grazie di Marco Aurelio, grande
imperatore melanconico.
Brevissimo trattato, il
Perí Melàine Chole
(De atra bile nella versione latina) è scritto da Galeno
per ricapitolare la propria teoria degli umori (evoluzione di quella di
tradizione ippocratica) e attaccare quanti lo avevano frainteso o fatto
obiezioni. Voleva l'antica prospettiva tetradica che quattro fossero gli
elementi fondamentali (aria, acqua, terra, fuoco), quattro le «qualità»
primarie (secco, umido, freddo, caldo). Quattro, di conseguenza - pensò
Ippocrate e con lui molti altri - dovevano essere gli «umori» (chymoi),
le sostanze base che componevano un organismo: il sangue (che aveva per sito
privilegiato il cuore), la bile gialla (contenuta nella cistifellea), la
bile nera (che passava attraverso la milza) e il flegma (secrezione
biancastra che aveva come sede privilegiata il cervello). Polibo, genero di
Ippocrate, spiegò come l'uomo, mirabile miscela di sostanze, era in salute
quando i quattro umori si trovavano «ben temperati», miscelati in uno stato
di armoniosa
krasis. La patologia, al contrario, corrispondeva al dissolversi
in parti separate («discrasia») di tale miscela: la separazione o
l'eccessiva presenza di uno piuttosto che un altro degli umori corrispondeva
a un tipo di malattia anziché un altro.
Galeno riprende e approfondisce tale dottrina e, concentrandosi sulla bile
nera, tenta di mostrare come la separazione di questa nel corpo, l'«umor
melancolico», possa causare malanni svariati, dalla melanconia all'antrace o
l'elefantiasi. Lo fa richiamandosi all'autorità del maestro Ippocrate, cui
dedica forse l'omaggio massimo per un greco, l'epiteto, antico di secoli,
dei valorosi:
anèr kalòs te kai agathòs, uomo «bello e buono», immacolato nel
fisico come nella virtù. Ma rivendica anche, con discreta dose di
narcisismo, i propri contributi originali, che molti contemporanei avevano
messo in discussione definendo Galeno un «medico a parole» (e sottolineando
come fosse fuggito da Roma, nel 166, appena giunta la notizia della peste).
Naturalmente, la terminologia, l'etiologia, i metodi di Galeno sono
profondamente diversi da quelli tipici della medicina moderna. Considerato
da molti, sino a tutto il Medioevo, come il più grande dei medici, Galeno
cadde in disgrazia durante il Rinascimento per colpa di un clamoroso errore
sulla circolazione del sangue. La rivoluzionaria, orgogliosa rivalutazione
dell'agire da «vili mechanici», del saper fare pratico, dello sperimentare
con le mani, del dissezionare e ridisegnare tipici del Rinascimento, fecero
sì che Vesalio e i suoi seguaci presto scoprissero l'inesistenza dei fori
che Galeno aveva detto di vedere nel setto interventricolare e la cui
inesistenza sembrava cestinare l'intera teoria galenica della circolazione
sanguigna. «Galenismo» passò a significare - scrive Voltaggio
nell'introduzione - «medicina incentrata su idee preconcette e sprezzante di
ogni genere di validazione empirica». Ma già nell'800 Galeno fu rivalutato
come grandissimo fisiologo e pensatore. E il testo curato da Voltaggio dà
luce al fascino e all'attualità di alcune idee del medico di Pergamo. Per
esempio, la continuità fra uomo e animale, entrambi creati da un demiurgo
affinché i loro corpi e il loro metabolismo fossero adatti ai rispettivi
climi e usi di vita: studiare l'animale, sembra sottintendere Galeno,
permette di osservare caratteristiche che,
mutatis mutandis, ci aiutino a capire l'uomo. Non solo: anche se
«per la medicina antica» - scrive Voltaggio nell'introduzione - «la
melanconia è un male contrassegnato da delirio, spunti ansiosi e una vivace
agitazione psico-motoria», mentre per la psichiatria moderna «è una sindrome
mentale assai impegnativa», con forti contiguità con la depressione,
«caratterizzata da angoscia, perdita dell'autostima ed aura intensamente
stuporosa, tale da indurre il soggetto alla totale inazione», in entrambi i
mondi culturali tratto peculiare della melanconia è «l'incapacità di
accettare e di accettarsi».
E in Galeno come in Leopardi, in Shakespeare come in Pessoa, sembra
possibile rintracciare un filo rosso che lega al sentire melanconico una
parte importante della creazione artistica e del sentire umano. Galeno
difende l'idea che la bile nera sia contenuta, seppure invisibile, anche nei
corpi sani. Scrive: «certamente il corpo non possiede alcun organo che
contenga la bile nera così come il fegato, in una sua vescica (la
cistifellea) contiene la bile gialla, ma cadono nel ridicolo quanti credono
che questa sia una prova dell'assoluta mancanza dell'umore melanconico nei
corpi perfettamente sani». E altrove: «tutte queste cose attestano che
l'umore melanconico è generato nel corpo dell'uomo». Ancora più interessanti
i pochi indizi che Galeno lascia trasparire sulla cura della melanconia.
Occorre «purgare il sangue» con l'elleboro, dice Galeno raccontando il mito
delle figlie di Preto, fatte impazzire da Dioniso per averne osteggiato il
culto. Ma, fra le righe, il medico dice assai di più. Perché a curare le
pretidi, nota Voltaggio (che traccia una piccola ma puntuale storia della
melanconia) fu Melampo. E Melampo era il fondatore di quel culto di Dioniso
che le donne non riuscivano a sopportare: «il vero presidio terapeutico
delle Pretidi» - sottolinea Voltaggio - «non fu il farmaco, ma la persona
medesima di Melampo, in definitiva il culto dionisiaco stesso. Accettarono
il culto e ritrovarono la pace delle loro anima [...] la melanconia [...]
quale risanatrice di se stessa». Di nuovo, ci par di intravedere il filo
rosso dello
spleen
letterario: innumerevoli autori hanno visto nella creazione poetica e
artistica una sorta di cura dell'esistere. Frutto della melanconia, certa
letteratura cicatrizza la melanconia.
Impreziosito dal testo a fronte in greco,
Sulla bile nera ci pare allora interessante antidoto alle
melanconie di fine estate. E ci racconta, fra le righe, il mirabile mistero
- descritto da Galeno stesso in un altro, formidabile testo: il
De usu partium - di come «in siffatta melma di sangue e di umori
[il corpo umano], abiti tuttavia un'intelligenza».
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