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Affamare il proprio corpo per alimentare la propria esistenza. O, al
contrario, incorporare eccessi di cibo svuotando la propria stima di sé: su
questi paradossi si fondano i disturbi della alimentazione dettati dalla
difficoltà a definirsi come persone, a separare l'esterno dall'interno, a
conciliare bisogni e desideri
ALBERTO LUCHETTI
Nutrirsi di niente per poter esistere. È su
questo paradosso che, molto sinteticamente, sembra concentrarsi il progetto
di vita, il disperato dispositivo escogitato da chi deve affamare il proprio
corpo per potere alimentare la propria esistenza e sostanziare la propria
soggettività. Benché la sua descrizione sia ben più antica, e si possa far
risalire almeno all'undicesimo secolo e ad Avicenna, solo nel 1873, uno
psichiatra francese, Charles Lasegue fornì una prima definizione diagnostica
di questa patologica condizione esistenziale, denominandola «anoressia
isterica»; e nel giro di un paio d'anni a questa denominazione se ne
aggiunsero altre: «anoressia nervosa», «anoressia mentale». In queste
descrizioni, e in quelle che ne sono seguite, la mancanza di fame o il fatto
di evitare il cibo fino a giungere all'inedia e talvolta alla morte, è
ovviamente in primo piano; ma vi si affiancano regolarmente altri sintomi:
l'amenorrea, che può anche esserne il primo segnale, ma soprattutto un
profondo disturbo della percezione del proprio corpo e della sua immagine,
che porta alla ricerca assillante e costante di un ulteriore dimagrimento ad
ogni costo e con ogni mezzo - il digiuno, ma anche l'iperattività fisica e
psichica, nonché il vomito o vari rimedi farmacologici in quelle forme che
slittano o oscillano verso il suo rovescio: la «bulimia nervosa», anch'essa
di antica descrizione. Nel caso della bulimia, passa in primo piano
l'accesso frenetico, violento e incontrollabile di divoramento del cibo, che
sempre conduce ad autorecriminazioni e autosvalutazioni, a un sentimento di
vergogna e di confusione e ad assillanti propositi di drastiche restrizioni
alimentari che si risolvono in un continuo rimuginare intorno al cibo, per
sfociare immancabilmente in successivi episodi altrettanto esplosivi oppure
ritualizzati, e che talvolta si cerca di arginare con il vomito autoindotto.
Non a caso si è paragonata la bulimia a una forma di tossicomania senza
droga: è evidente, infatti, l'analogia con le cosiddette dipendenze
patologiche, come il gioco, l'alcolismo, gli acquisti compulsivi, la
tossicodipendenza (e, viceversa, si parla di bulimia degli oggetti di
consumo, di bulimia sessuale, e così via). Un'analogia che è invece più
nascosta per l'anoressia, perché qui la «droga» è rappresentata dalla
sensazione di fame, l'euforia che accompagna il rifiuto del cibo equivalente
a una sensazione di integrità, unità e potenza. Laddove l'anoressico riesce
a raggiungerla «scorporandosi» e godendo della fame e del rifiuto del cibo,
il bulimico sembra giungervi «incorporandosi» nel cibo e attraverso una
travolgente trasgressione di ogni limite al suo riguardo. Ma in entrambi i
casi all'orizzonte vi è l'oscillazione tra una temuta disorganizzazione di
sé e lo spalancarsi di un vuoto interno, oppure la paura che altri usurpino
questo spazio mentale.
Di anoressia si era
occupato anche Freud, benché solo indirettamente, tranne all'inizio della
sua ricerca quando ipotizzò che fosse «una melanconia che si verifica ove la
sessualità non è sviluppata»: indicando così che è in gioco la costituzione
dell'Io e della propria soggettività. Successivamente, nella concezione
psicoanalitica e psichiatrica, questi disturbi del comportamento alimentare
si sono rivelati il perno di più complessivi disordini percettivi, cognitivi
e affettivi: certo, tutto ruota intorno a una distorta visione della propria
immagine corporea (la cui alterazione per alcuni configura una psicosi
monosintomatica), ma soprattutto intorno a una più nucleare difficoltà a
definire la propria soggettività, a separare un interno da un esterno, a
identificarsi.
La neutralizzazione dei
bisogni corporei, a cominciare da quelli della sfera «orale», che è la prima
area di negoziazione del rapporto con l'altro, si è progressivamente
dimostrata un modo per mantenere uno spazio proprio, benché sempre più
ristretto e a rischio di collassare o di essere fagocitato. Oppure come il
mezzo per cancellare le trasformazioni puberali, che mettono a repentaglio
forma del corpo ed equilibrio dell'Io; o ancora, per mantenere vivo il
proprio desiderio nel rapporto con altri che per qualche verso tendono a
negarlo e annegarlo nel bisogno; o, ancora, per metabolizzare gli effetti
traumatici di abusi sessuali precoci. Come indicava Lacan, desiderare niente
può in questi casi costituire l'unica possibilità di esistere, perché è
l'unico modo per tenere separati il registro del bisogno e quello del
desiderio: solo il niente infatti è irriducibile a un bisogno e può proporsi
come estremo baluardo dell'oggetto del desiderio.
Le
statistiche segnalano non solo un aumento della incidenza di questi disturbi
alimentari (le stime, sicuramente per difetto, variano da un 2-3% della
popolazione generale a un 10% della popolazione femminile tra i dieci e i
venticinque anni), ma anche una crescente incidenza della bulimia rispetto
all'anoressia e un progressivo abbassamento dell'età della loro insorgenza:
già intorno agli otto anni di età, ben prima dunque della trasformazione
puberale. Inoltre, è in aumento anche la percentuale di maschi colpiti da
questi disturbi, nelle stesse forme di quelli femminili, ed è ormai molto
frequente la migrazione dall'anoressia puramente restrittiva a quella
accompagnata da episodi bulimici, alla bulimia vera e propria.
Meno
frequente è però trovarsi davanti a nuove iniziative, concretamente avviate
per affrontare tempestivamente questi problemi in maniera sufficientemente
integrata e intensiva. Ed è ancora più raro (specie di questi tempi) che
queste iniziative riguardino centri pubblici, com'è quello recentemente
inaugurato nell'antico Palazzo Francisci a Todi, l'unica residenza che
accoglie pazienti sotto i quattordici anni, dove una nutrita équipe di
personale specializzato - psichiatri, psicologi, pediatri, nutrizionisti,
fisioterapisti,
infermieri, dietisti - svolge sotto la
direzione di Laura Dalla Ragione - un programma integrato e a
trecentosessanta gradi per affrontare in maniera intensiva gli esordi
precoci di queste patologie alimentari.
Per un periodo che varia
dai tre ai cinque mesi, la struttura mette a disposizione tutto ciò che si è
sperimentato come terapeuticamente utile per permettere un recupero del peso
e un riequilibrio comportamentale che risultino accettabili dalle pazienti
stesse: consentendo loro - come dice Laura Dalla Ragione - «di vivere una
esperienza ricca e non troppo lontana dalla vita di tutti i giorni». Così,
questo luogo diventa, al tempo stesso, un corpo da incarnare, uno spazio
psichico da abitare, una rete di rapporti da sperimentare. Perché solo in
una più complessiva esperienza di vita è possibile affrontare disturbi che,
come notava tra gli altri Philippe Jeammet, si collocano al crocevia tra la
psiche individuale, le interazioni familiari, il corpo nella sua dimensione
più biologica e la società in generale; e che non è casuale si diffondano
proprio in una società la cui modalità di vita è sempre più fondata su
consumo e consumismo, dissolvendo nel bisogno la possibilità di un
desiderio, che è altresì la possibilità di esistere e di sentirsi essere
in quanto soggetto. |
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