CASI PARTICOLARI

Il Manifesto 31.10.03

 

Affamare il proprio corpo per alimentare la propria esistenza. O, al contrario, incorporare eccessi di cibo svuotando la propria stima di sé: su questi paradossi si fondano i disturbi della alimentazione dettati dalla difficoltà a definirsi come persone, a separare l'esterno dall'interno, a conciliare bisogni e desideri


ALBERTO LUCHETTI
 

Nutrirsi di niente per poter esistere. È su questo paradosso che, molto sinteticamente, sembra concentrarsi il progetto di vita, il disperato dispositivo escogitato da chi deve affamare il proprio corpo per potere alimentare la propria esistenza e sostanziare la propria soggettività. Benché la sua descrizione sia ben più antica, e si possa far risalire almeno all'undicesimo secolo e ad Avicenna, solo nel 1873, uno psichiatra francese, Charles Lasegue fornì una prima definizione diagnostica di questa patologica condizione esistenziale, denominandola «anoressia isterica»; e nel giro di un paio d'anni a questa denominazione se ne aggiunsero altre: «anoressia nervosa», «anoressia mentale». In queste descrizioni, e in quelle che ne sono seguite, la mancanza di fame o il fatto di evitare il cibo fino a giungere all'inedia e talvolta alla morte, è ovviamente in primo piano; ma vi si affiancano regolarmente altri sintomi: l'amenorrea, che può anche esserne il primo segnale, ma soprattutto un profondo disturbo della percezione del proprio corpo e della sua immagine, che porta alla ricerca assillante e costante di un ulteriore dimagrimento ad ogni costo e con ogni mezzo - il digiuno, ma anche l'iperattività fisica e psichica, nonché il vomito o vari rimedi farmacologici in quelle forme che slittano o oscillano verso il suo rovescio: la «bulimia nervosa», anch'essa di antica descrizione. Nel caso della bulimia, passa in primo piano l'accesso frenetico, violento e incontrollabile di divoramento del cibo, che sempre conduce ad autorecriminazioni e autosvalutazioni, a un sentimento di vergogna e di confusione e ad assillanti propositi di drastiche restrizioni alimentari che si risolvono in un continuo rimuginare intorno al cibo, per sfociare immancabilmente in successivi episodi altrettanto esplosivi oppure ritualizzati, e che talvolta si cerca di arginare con il vomito autoindotto. Non a caso si è paragonata la bulimia a una forma di tossicomania senza droga: è evidente, infatti, l'analogia con le cosiddette dipendenze patologiche, come il gioco, l'alcolismo, gli acquisti compulsivi, la tossicodipendenza (e, viceversa, si parla di bulimia degli oggetti di consumo, di bulimia sessuale, e così via). Un'analogia che è invece più nascosta per l'anoressia, perché qui la «droga» è rappresentata dalla sensazione di fame, l'euforia che accompagna il rifiuto del cibo equivalente a una sensazione di integrità, unità e potenza. Laddove l'anoressico riesce a raggiungerla «scorporandosi» e godendo della fame e del rifiuto del cibo, il bulimico sembra giungervi «incorporandosi» nel cibo e attraverso una travolgente trasgressione di ogni limite al suo riguardo. Ma in entrambi i casi all'orizzonte vi è l'oscillazione tra una temuta disorganizzazione di sé e lo spalancarsi di un vuoto interno, oppure la paura che altri usurpino questo spazio mentale.

Di anoressia si era occupato anche Freud, benché solo indirettamente, tranne all'inizio della sua ricerca quando ipotizzò che fosse «una melanconia che si verifica ove la sessualità non è sviluppata»: indicando così che è in gioco la costituzione dell'Io e della propria soggettività. Successivamente, nella concezione psicoanalitica e psichiatrica, questi disturbi del comportamento alimentare si sono rivelati il perno di più complessivi disordini percettivi, cognitivi e affettivi: certo, tutto ruota intorno a una distorta visione della propria immagine corporea (la cui alterazione per alcuni configura una psicosi monosintomatica), ma soprattutto intorno a una più nucleare difficoltà a definire la propria soggettività, a separare un interno da un esterno, a identificarsi.

La neutralizzazione dei bisogni corporei, a cominciare da quelli della sfera «orale», che è la prima area di negoziazione del rapporto con l'altro, si è progressivamente dimostrata un modo per mantenere uno spazio proprio, benché sempre più ristretto e a rischio di collassare o di essere fagocitato. Oppure come il mezzo per cancellare le trasformazioni puberali, che mettono a repentaglio forma del corpo ed equilibrio dell'Io; o ancora, per mantenere vivo il proprio desiderio nel rapporto con altri che per qualche verso tendono a negarlo e annegarlo nel bisogno; o, ancora, per metabolizzare gli effetti traumatici di abusi sessuali precoci. Come indicava Lacan, desiderare niente può in questi casi costituire l'unica possibilità di esistere, perché è l'unico modo per tenere separati il registro del bisogno e quello del desiderio: solo il niente infatti è irriducibile a un bisogno e può proporsi come estremo baluardo dell'oggetto del desiderio.

Le statistiche segnalano non solo un aumento della incidenza di questi disturbi alimentari (le stime, sicuramente per difetto, variano da un 2-3% della popolazione generale a un 10% della popolazione femminile tra i dieci e i venticinque anni), ma anche una crescente incidenza della bulimia rispetto all'anoressia e un progressivo abbassamento dell'età della loro insorgenza: già intorno agli otto anni di età, ben prima dunque della trasformazione puberale. Inoltre, è in aumento anche la percentuale di maschi colpiti da questi disturbi, nelle stesse forme di quelli femminili, ed è ormai molto frequente la migrazione dall'anoressia puramente restrittiva a quella accompagnata da episodi bulimici, alla bulimia vera e propria.

Meno frequente è però trovarsi davanti a nuove iniziative, concretamente avviate per affrontare tempestivamente questi problemi in maniera sufficientemente integrata e intensiva. Ed è ancora più raro (specie di questi tempi) che queste iniziative riguardino centri pubblici, com'è quello recentemente inaugurato nell'antico Palazzo Francisci a Todi, l'unica residenza che accoglie pazienti sotto i quattordici anni, dove una nutrita équipe di personale specializzato - psichiatri, psicologi, pediatri, nutrizionisti, fisioterapisti,
infermieri, dietisti - svolge sotto la direzione di Laura Dalla Ragione - un programma integrato e a trecentosessanta gradi per affrontare in maniera intensiva gli esordi precoci di queste patologie alimentari.

Per un periodo che varia dai tre ai cinque mesi, la struttura mette a disposizione tutto ciò che si è sperimentato come terapeuticamente utile per permettere un recupero del peso e un riequilibrio comportamentale che risultino accettabili dalle pazienti stesse: consentendo loro - come dice Laura Dalla Ragione - «di vivere una esperienza ricca e non troppo lontana dalla vita di tutti i giorni». Così, questo luogo diventa, al tempo stesso, un corpo da incarnare, uno spazio psichico da abitare, una rete di rapporti da sperimentare. Perché solo in una più complessiva esperienza di vita è possibile affrontare disturbi che, come notava tra gli altri Philippe Jeammet, si collocano al crocevia tra la psiche individuale, le interazioni familiari, il corpo nella sua dimensione più biologica e la società in generale; e che non è casuale si diffondano proprio in una società la cui modalità di vita è sempre più fondata su consumo e consumismo, dissolvendo nel bisogno la possibilità di un desiderio, che è altresì la possibilità di esistere e di sentirsi essere in quanto soggetto.