Tratto da: Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche


Sommario


Intervista

I MODELLI DELLA PSICOTARAPIA

Pio Scilligo

 

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Seneca" di Roma del 2 febbraio 2000

 

SCILLIGO: Mi chiamo Pio Scilligo. Sono professore ordinario di Psicologia presso l’Università "La Sapienza" di Roma. Insegno anche alla II Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università di Roma e dirigo altre due scuole dove si formano gli psicoterapeuti. Il mio interesse maggiore é proprio su quello che oggi si chiama il Movimento di integrazione dei modelli psicoterapeutici. Si tratta di un Movimento che si pone come obiettivo la presa dei diversi modelli e la costruzione di una visione unitaria per il benessere degli individui. Credo che un punto su cui discutere è vedere la psicoterapia non soltanto e non prevalentemente come un intervento medico, ma come un’attività di prevenzione e di miglioramento della vita delle persone. Osserviamo questo primo contributo filmato.

 

COMMENTATRICE: La psicoanalisi nasce come terapia medica. Il suo scopo è quello di guarire, e guarire significa cambiare. Ma questo schema non sempre si può applicare alla complessa realtà che é la psicologia umana. E' per questo che un nuovo approccio alla sofferenza psicologica è stato cercato dalle nuove forme di psicoterapia. Nell’approccio psicoterapeutico cambiamento e adattamento sono concetti più fluidi. Il cambiamento può passare attraverso un adattamento. Se Freud  aveva definito Michelangelo un nevrotico, questo ci deve far pensare forse che la sofferenza dell’anima non sia riducibile semplicemente a una patologia. Dalla sofferenza dell’anima possono generarsi anche i migliori impulsi vitali e creativi, come l’arte di Michelangelo. Cambiamento o adattamento appaiono allora due possibilità di risposta alla sofferenza psicologica. L’arte di Michelangelo può non cambiare la sua nevrosi, ma può far nascere da essa la bellezza e insieme produrre un adattamento, convogliando la sofferenza psicologica in una attività che la stemperi e la risolva. L’uomo della medicina, al contrario, è sano o è malato, ma la vita si porta dietro un male per il quale queste alternative sono troppo radicali. Le psicoterapie, che si distinguono dalla psicoanalisi, hanno portato a una nuova definizione della sofferenza psicologica? Quali altri approcci terapeutici sono possibili? In quali casi

 

STUDENTESSA: Che rapporto c’è tra la creatività degli artisti e le patologie mentali che in alcuni casi sono loro attribuite, come nel caso di Michelangelo?

SCILLIGO: Gli artisti sono persone altamente creative e con molta facilità, a mio avviso, vanno oltre quello che è conosciuto. Il loro essere avanzati rispetto agli standard dei propri contemporanei, il loro precorrere i tempi, crea inevitabilmente conflitto. La creatività degli artisti depone al tempo stesso a loro vantaggio e svantaggio. Gli artisti sono inseriti in situazioni in cui si trovano a gestire problemi più grossi di quelli dei loro contemporanei, forse più ligi a degli standard acquisiti e meno aperti ad affrontare cose radicalmente nuove. Credo che sia questa una delle ragioni per le quali gli artisti vengono additati come dei nevrotici. Ognuno di noi è nevrotico, chi più, chi meno. Gli artisti meritano unicamente di essere visti e di essere apprezzati per la loro attitudine a uscire dagli schemi.

 

STUDENTESSA: Professore, nel saggio su La creativa, l’amata dell’archeologo si fa nell’archeologo allo stesso tempo terapeuta e oggetto d’amore. Nella terapia psicoanalitica, la relazione amorosa quando è che diventa un ostacolo e quando invece può favorire il superamento della nevrosi?

SCILLIGO: Le relazioni che non prendono in seria considerazione i fatti della vita reale e li affrontano con conoscenze o con automatismi precedenti, che non tengono conto dei fatti della vita del momento, possono creare difficoltà. Si troverebbero a non essere capaci di rispondere in maniera sufficientemente ampia agli stimoli della situazione. Risponderebbero unicamente a un fantasmatico. Di qui si spiegano i problemi relazionali. Il primo passo sarebbe quello di entrare nel delirio; il secondo quello di vedere se insieme si può guardare alla realtà e di assicurarsi che il fantasmatico sia necessario. Noi andiamo al cinema per fantasticare, per delirare un po’. Tuttavia, uscendo dal cinema, abbiamo di nuovo i piedi per terra e riusciamo a costruire una dialettica tra il fantasmatico e quella che noi definiamo l’esperienza reale degli stimoli che ci derivano dalla vita concreta. Se questa dialettica non si sviluppa correttamente, rischiamo di avere dei problemi, nel senso che non affrontiamo più la vita con quel realismo che è sufficiente a vivere bene, ovvero secondo le nostre aspettative. La casistica che porta a uno scollamento della realtà è altamente rischiosa. Ci sono di quelli che affermano che la realtà fisica non è affatto recepibile. Io, per contro, sono convinto che c’è una realtà fisica esistente, con la quale noi dobbiamo rapportarci in una dialettica costruttiva.

 

STUDENTESSA: Come è possibile che, in una società di cambiamenti come la nostra, esistano ancora terapie che si pongono come fine un adattamento, anziché un cambiamento dell’individuo?

SCILLIGO: Invece è possibile. La mia posizione rimanda a una concezione evoluzionistica. Io credo nel processo evoluzionistico. L’uomo, attraverso i milioni di anni, ha dovuto sviluppare le proprie capacità di difesa, non solo di creatività. Lo ha fatto ogni qualvolta si verificava una situazione di pericolo per la sua incolumità. Ritengo pertanto che vi siano situazioni in cui sia più opportuno adattarsi che proporsi. Il problema non è tanto l’adattarsi, quanto l’adozione dell’adattamento come modalità sistematica di gestione della propria vita. Base del benessere dell’individuo è il volersi bene, inteso come un atteggiamento positivo verso di sé. Altra condizione fondamentale è la capacità di autoproponimento alla realtà, in grado ossia di trasformarla e di graffiarla. Occorre altresì sapere distinguere quando è il caso di dipendere, di adattarsi e di ricevere dalla realtà. La patologia può sorgere dalla mancanza di un accordo tra queste due posizioni, che esige la capacità di graffiare la realtà, di proporsi ad essa, di aggredirla, ovviamente secondo il rispetto non solo di noi stessi ma anche degli altri, e che esige l’attitudine all’adattamento, a saper ricevere, a saper dipendere, a saper creare confini nella nostra vita.

 

STUDENTESSA: Ognuno di noi si adatta, in particolare durante il periodo dell’adolescenza, ai canoni che vigono all’interno della società. Possiamo dedurre che ognuno di noi, così facendo, risulta avere un comportamento insicuro?

SCILLIGO: L’uomo si accompagna sempre a una certa inesperienza. Di fronte al nuovo, ognuno di noi nutre delle perplessità, perché l’ignoto ci attira, da un lato, e, dall’altro, ci rende ansiosi. Un motivo per cui noi riusciamo ad andare avanti è che ci creiamo dei quadri di riferimento. Se tutti i nostri quadri di riferimento saltassero di colpo, ci troveremmo in una situazione problematica. L’età dell’adolescenza ha a che fare con l’abbandono di situazioni precostituite e prefabbricate. Situazioni che hanno pensato per Voi i Vostri educatori. Incominciate a sviluppare una tremenda capacità di costruire ipotesi, di vedere il mondo in termini diversi, di percepire soluzioni che potrebbero anche non concordare con quelle precedenti. Ciò implica innovazione. Ma l’innovazione implica a sua volta il rischio. Il rischio equivale all’abbandono di qualcosa e alla contemplazione di qualcosa di nuovo. Gli abbandoni procurano lutto.

 

STUDENTESSA: In altre parole, sulla base dell’insicurezza dovuta all’inesperienza, l’uomo cerca delle figure all’esterno cui potersi adattare per trovare la forza di affrontare ogni situazione nuova.

SCILLIGO: Credo di sì. La prima figura siamo noi stessi, con le nostre rispettive esperienze di vita. Il primo confronto a cui siamo chiamati, la prima capacità di affrontare il nuovo, è il confronto di noi con noi stessi, con la nostra esperienza. Essendo poi la nostra esperienza limitata, avvertiamo il bisogno del confronto con gli altri, anzitutto per problematiche che non sono fisiche, ma concernenti i valori e le norme sociali. L’individuo è portato a scegliere l’"altro" che più ritiene affidabile. Sono affidabili le persone che ci rispettano, le persone che non ci impongono le cose dall’alto, ma le discutono con noi, e le persone che credono nella nostra competenza.

 

 

STUDENTESSA: Premesso che la psicoanalisi aiuta il paziente a eliminare le proprie costruzioni psichiche, che lo inducono a una visione negativa del mondo, é possibile che il terapeuta imponga al paziente una propria interpretazione di vita, costringendo quest’ultimo al cambiamento?

SCILLIGO: Lo psicoanalista è colui che difficilmente impone le cose al paziente, ma lo stimola a inquadrarle. Il pericolo per il paziente che si sottopone ad ogni terapia è quello di subire adattamenti che potrebbe anche non accettare, se avesse sufficiente ampiezza di riflessione e di critica. L’intervento terapeutico non è mai neutro. Occorre ricordare che ogni modello ha una sua fissità. Il modello psicoanalitico classico, per esempio, si pone come assunto la schiavitù dell’individuo rispetto alla pulsione che si manifesta nelle sue rappresentazioni e condotte. D’altra parte il modello psicoanalitico moderno sostiene la possibilità di una coercibilità della pulsione ma contemporaneamente nega che per questo sia sempre necessario un lavoro di analisi dell’inconscio. Secondo questo modello, l’uomo può operare a livello consapevole cambiando l’inconscio. Osserviamo con attenzione questo secondo contributo filmato.

 

(si visiona il secondo contributo filmato, che originariamente è in lingua francese)PSICOANALISTA:

Quando si parla della psicoanalisi come strumento di emancipazione, cosa vuol dire il termine di "emancipazione"? In rapporto a cosa? La psicoanalisi non può essere uno strumento di emancipazione, per esempio nei confronti delle forze del denaro, che dominano la società, o nei confronti della potenza dello Stato. La psicoanalisi non ha questo potere. Non si fa psicoanalisi per trasformare i pazienti in rivoluzionari che modificheranno la società. Può, invece, aiutarli a superare le loro inibizioni, i loro problemi, a renderli più lucidi, più attivi. Ma il vero problema della psicoanalisi è il rapporto del paziente con sé stesso. Nella psicoanalisi cerchiamo di trasformare il rapporto dell'istanza dell’Io, dell'istanza del soggetto, più o meno conscio, con le sue pulsioni, il suo inconscio. Ed è questa per me la definizione dell’autonomia sul piano individuale: è sapere quel che cosa si desidera, sapere cosa si vuole veramente fare e perché, e sapere che cosa si sa e che cosa non si sa.

 

SCILLIGO: La psicoanalisi non è un luogo uniforme. La psicoanalisi ha conosciuto diversi modelli. Lo psicoanalista del filmato pone l’accento su quello che definiamo l’"intrapsichico". L’istanza moderna è piuttosto per il rapporto che l’individuo ha con le altre persone, ovvero per il conflitto che può emergere dalle relazioni che l’individuo ha con le altre persone, nel momento presente. Oggetto di analisi e di dialettica diventa allora il nostro poter vivere e gestirci la vita quotidiana indipendentemente da quello che sono le nostre esperienze intrapsichiche. L’aspetto educativo, secondo il modello psicoanalitico moderno, propone esercizi, compiti a casa, mentre l’obiettivo di base dei modelli cognitivisti, o cognitivo-comportamentali, è di fornire le persone di strategie di gestione della vita, non ignorando l'intrapsichico, anzi incentrandosi su interventi operativi diretti. Nessuna terapia si propone di trasformare l’individuo in attivista politico. D’altra parte tutte le terapie tendono a dare la possibilità alla persona di esercitarsi nella sua capacità di essere attivo, autonomo, e di sapersi dipendere. Occorre che si tenga per fermo il modello secondo il quale è patologico l’individuo negativo verso sé stesso e che opera delle scelte libere e degli adattamenti che lo distruggono. Il cambiamento, occorre dirlo, avviene cambiando, a qualsiasi livello: a livello di modi di pensare, a livello di modi di relazionarsi, e forse anche a livelli di processi interni creati nel passato, in cui l’esperienza storica acquista la sua importanza. Il modello della psicoanalisi classica si focalizza su questi aspetti. Le istanze moderne, d’altra parte, insistono sul ruolo fondamentale dell’"intrapsichico", dell’aspetto relazionale e dei fattori ambientali nel processo di genesi e di sviluppo della personalità.

 

STUDENTESSA: Un trattamento psicoterapeutico portato a termine fa comunque del paziente una persona nuova, cambiata. Abbiamo visto che non si fa psicoanalisi per trasformare i pazienti in rivoluzionari che modificano la società. Non c’è dunque il rischio che la psicoanalisi modelli gli individui per farli divenire tutti uguali?

SCILLIGO: Il rischio esiste. Dipende dagli assunti del modello di cura prescelto. Se gli assunti del modello sono di tipo deterministico, secondo i quali l’individuo dipende esclusivamente dalle esperienze passate e perché guarisca occorre che egli le destrutturi, il paziente rischia di passare solo attraverso un indottrinamento. Esistono altre concezioni, fra le scuole moderne, secondo le quali l’approccio terapeutico deve essere contrattuale, ossia non si fa niente che non venga condiviso con il paziente né che vada contro quello che è il suo quadro di riferimento globale. Uno dei compiti che si prefiggono i terapeuti moderni, soprattutto delle terapie umanistiche, è quello di rilevare il quadro di riferimento e l’istituzione a cui appartiene l’individuo. In questo modo il lavoro terapeutico si concentra tutto nel confronto con l’istituzione del paziente. Occorre mantenere fino alla fine il rispetto della persona e delle sue visioni della vita. Quanto questo viene rispettato e quanto non, dipende in buona parte dalla natura del modello che il terapeuta impiega assieme al paziente. La valutazione dell’impatto globale della terapia sul paziente dipende esclusivamente da un suo evitato indottrinamento. Lo psicoanalista e il terapeuta moderni, se ben formati, non devono indottrinare il paziente. Si verificherebbe altrimenti uno spostamento del quadro dei valori.

 

STUDENTESSA: Noi avevamo pensato che l’idea di cambiamento e adattamento potesse essere adeguatamente rappresentata da un camaleonte, per il fatto che questo rettile cambia, si muta, e si adatta all’ambiente che lo circonda per sopravvivere, sia come predatore, sia come preda. Lei ritiene che un’anomalia nella società possa essere considerata un pericolo, uno svantaggio, proprio per il non adattamento? Intendo qui "anomalia" come "diversità di un individuo", per il fatto che non si vuole adattare né conformare alla società che lo circonda.

 

SCILLIGO: Credo che il camaleonte sia un esempio opportuno, a patto che dimentichiate la definizione che dello stesso offre la nostra cultura, tutta implicante l’aspetto della finzione. L’adattamento, in termini sani, non comporta affatto la finzione, anzi implica sempre una scelta da parte dell’individuo degli scopi da perseguire e degli strumenti adatti da impiegare per arrivare dove vuole arrivare, nel rispetto di sé, delle persone che ha attorno, e della natura. Prima mossa di un camaleonte, e così di un individuo, è quella di non distruggere sé e gli altri, ma di pensare al proprio benessere e a quello degli altri. Se essere diversi dagli altri significa crearsi un mondo che si distacca da quello in cui si vive, come dicevamo parlando degli artisti, se si effettuano scelte discordanti rispetto ad alcuni quadri di riferimento, si rischia di subire, e non a torto, ostracismi. Bisogna che ognuno impari a usare la propria responsabilità. Alla fine di una buona terapia i pazienti diventano responsabili, capaci di reagire alle situazioni e di fare delle scelte. Quindi il camaleonte è "benvenuto". Io credo che la nostra vita sia un continuo susseguirsi di cambiamenti e di "benvenuto". Noi abbiamo il dovere di presentarci nella realtà.

 

STUDENTESSA: Lei non ritiene che il conformarsi possa anche essere una "finzione"?

SCILLIGO: Può essere una finzione. Un indicatore tra i più gravi del malessere della persona, durante il processo terapeutico, è l’eccessivo adattamento. La ribellione non è quasi mai dannosa, è molto più dannoso l’adattamento. Spesso l’individuo sceglie di compiacere, perché è utile per la sua sopravvivenza e per il rispetto degli altri, ma una compiacenza sistematica, che abbozza sistematicamente, è anche la scelta peggiore che l’individuo può fare, perché, in questo modo, egli delega il suo potere a un altro.

 

STUDENTESSA: Quale tipo di condizionamento esterno potrebbe cambiare in modo radicale la tendenza di una persona verso un individuo del suo stesso sesso?

SCILLIGO: Le persone che scelgono una vita relazionale di coppia di tipo omosessuale - mi riferisco in particolare all’uomo - provengono da famiglie in cui i ruoli sociali sono capovolti, dove il padre è molto assente affettivamente e dove la madre tiene in mano il potere non gestendolo paritariamente con il padre, e in cui prevalgono condizionamenti di comportamenti che sono tipici delle donne piuttosto che degli uomini. E’ possibile pertanto condizionare le persone a fare delle scelte. Occorre che si eviti a tutti i costi l’ostracismo e la ghettizzazione di questi individui. Quando queste persone si sottopongono al trattamento, primo compito del terapeuta è di puntare a sapere cosa vogliono, giammai di puntare al cambiamento. Il terapeuta li renderà edotti delle conseguenze di determinate scelte. Successivamente indicherà loro come meglio controllare conseguenze e frustrazioni, e li indurrà a costruire una stima di sé e a non lasciarsi distruggere dalle risposte negative dell’ambiente.

 

STUDENTESSA: Le continue prove da parte dell’individuo di assomigliare agli altri e di privilegiare l’identità collettiva rispetto alla propria non potrebbero essere interpretate come un’assidua ricerca di adattamento e del conseguente cambiamento dell’individuo stesso nella società?

SCILLIGO: Reputo normale che una persona cerchi di conformarsi all'ambiente in cui vive. Se l’individuo estrapola dalla cultura in cui vive, per scegliere di vivere con gli assunti di un’altra, crea al suo interno conflitti di vasta entità. Qualora l’individuo scegliesse di non cambiare il quadro dei valori imposto dalla cultura in cui vive, deve essere altresì pronto ad accettarne le conseguenze.

 

STUDENTESSA: E’ "nocivo" per l’individuo non conformarsi alla società in cui vive, solo perché questa professa una cultura diversa dalla sua?

SCILLIGO: Il "nocivo" risulta molto spesso una valutazione che solo l’individuo può fare su di sé. Le culture differiscono nel modo di adattamento e nel modo di essere "individuali". In società in cui la popolazione è molto eterogenea per origine culturale è in atto una giusta tendenza a impedire che i terapeuti applichino la terapia su individui che non appartengano alla loro cultura.

 

STUDENTE: Vorrei sapere se l’esito della psicoterapia dipende dalla disponibilità introspettiva del paziente o se è il terapeuta a svolgere un ruolo indispensabile nella cura. Al riguardo si potrebbe citare la terapia che si fonda sulle "qualità gestaltiche" del terapeuta, che sono la sua disponibilità e integrità psicologica.

SCILLIGO: Lo psicologo statunitense Carl Rogers è stato uno dei primi a creare un modello che si poneva agli antipodi del sistema freudiano. Rogers è stato l’ideatore della "terapia non direttiva", o "terapia centrata sul cliente". Il metodo rogersiano si fonda sulla tesi che, se il terapeuta possiede una grande capacità di agire in termini elastici, tra autonomia e irretimento, o dipendenza, il paziente riuscirà ad agire nello stesso modo. Il cambiamento nella terapia è frutto, pertanto, di un processo relazionale, che pone a confronto la motivazione del paziente e la posizione del terapeuta. Se tra il terapeuta e il paziente non c’è alleanza, non avviene alcun cambiamento. Il tipo di alleanza che si instaura dipende dalla maturità del terapeuta. I terapeuti che oscillano tra capacità di essere assertivi e capacità di dipendere garantiscono una terapia più "sana", offrendo al paziente la possibilità di assumere la direzione di sé. I terapeuti che sono eccessivamente individuati, cioè che sono poco capaci di dipendenza, tendono a condizionare, o anche a propinare tecniche, ma non conseguono di immedesimarsi con il paziente. I terapeuti che sono eccessivamente "irretiti", ovvero eccessivamente dipendenti dagli altri, tendono ad avvinghiare il paziente e a creare un’alleanza non genuina, la cosiddetta alleanza "transferale".

 

STUDENTESSA: Non Le sembra pretenzioso e pretestuoso che i primi analisti chiedessero ai loro pazienti di interpellarli prima di compiere una scelta che si rivelasse decisiva e fondamentale per la loro esistenza? Scopo ultimo della terapia non è forse quello di rendere il soggetto indipendente e autosufficiente?

SCILLIGO: Questo è l’obiettivo. Tuttavia il percorso, tra una posizione che potrebbe essere di eccessiva soggezione ad altri e l’autonomia, comporta una momentanea dipendenza dallo psicoanalista. Si esige per questo l’assoluta competenza dell’analista, perché sono proprio gli psicoanalisti ad avere introdotto il concetto di "alleanza". Sappiamo che esiste un periodo di dipendenza, la cosiddetta "dipendenza narcisistica", che avviene a livello inconsapevole. Sappiamo allo stesso modo che, durante le prime sedute, si avverte la tendenza a prendere per buono quello che dice l’analista. Spetta all’analista il compito di formare un poco alla volta la capacità critica nel paziente, che emerge proprio attraverso l’interpretazione dell'inconscio, perché l’analista suppone che l'inconscio fa fare delle cose di cui il paziente non è consapevole. Sta all’analista, in definitiva, rendere il paziente consapevole di non fare e di non ripetere il passato, ma di compiere le scelte in modo da risultare libero. Lo stesso Freud parlava di "libertà" come "conseguenza della terapia", nonostante che il suo fosse un modello determinista.

 

STUDENTESSA: Abbiamo trovato un sito Internet che tratta di "adattamento emozionale dell’individuo" (http://www.megapsy.com/italian/fact1_it.asp). Il test propone di verificare la tendenza dell’individuo ad essere negativo, quindi alla malinconia, alla tristezza, oppure la tendenza contraria, al positivo. Lei non pensa che i test psicologici, nella società odierna, siano troppo frequenti, e che questa frequenza comporti una banalizzazione della psicologia, fino a spacciare per buona una "psicologia fai da te"?

SCILLIGO: Conosco lo strumento del test. Ritengo, tuttavia, che il modo più ricco di conoscere la persona sia di parlare con la stessa. Quando una persona fa la sua narrazione offre un’informazione che nessun test può impartire; dà la vera informazione, dalla quale si possono spigolare significati che offrono il destro ad ulteriori domande. Il punto da fare sul cambiamento emozionale è alquanto delicato. Esistono modelli che hanno la tendenza ad eliminare le emozioni. Io sono contro quei modelli. Ritengo che le emozioni sono i nostri veri amici e che vale la pena di ascoltarle attentamente. Non credo che si nasca tristi, ma che lo si diventi. Le emozioni sono il segnale che bisogna fare qualche cosa. Quel qualcosa consiste nell’ascoltarci e nel vedere cosa l’emozione significhi. Solitamente la tristezza significa il bisogno di qualcuno, ovvero che qualcuno è andato via o che si é perso qualcosa che occorre recuperare. E altrettanto si dica per gli atteggiamenti emotivi che esprimono uno stato di collera.

 


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Pubblicato su InfermieriOnline il 22.10.03