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Intervista
FOLLIA E CREATIVITA'
Fausto Petrella
PETRELLA: Mi chiamo Fausto Petrella. Insegno Psichiatria all'Università di
Pavia e sono psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana. Sono stato
invitato a discutere con Voi su un tema di grande interesse, che è il
rapporto fra creatività e follia. Credo che ora ci sia una scheda filmata da
vedere.
La follia è sempre stata in bilico tra il silenzio del delirio, che non
possiede un linguaggio per esprimere le proprie ragioni e la parola, che
parla invece il linguaggio di un sapere sommerso, escluso dal dominio del
potere e della legittimazione sociale. La figura del buffone, nel teatro che
va dal Medioevo fino al Rinascimento, costituiva una istituzionalizzazione
della parola della follia, una parola che non viene ascoltata, una parola
irresponsabile, ma che ha il privilegio di una vista acuta e inaudita.
Ma quando la follia ha cominciato ad essere compresa dalla ragione,
attraverso la nascita della psichiatria, essa ha subito il pericolo di
scomparire sotto il giudizio della razionalità medica. Nella prospettiva
della psichiatria gli individui folli non sono più i rappresentanti di un
mondo, respinto ai margini della società, ma sono solo dei malati. La
letteratura dello scorso secolo ha risentito di questo slittamento della
follia nella malattia. Il tentativo di grandi artisti e innovatori, come Van
Gogh e Nietzsche, di esprimere il loro fascino verso una visione delirante
del reale, poiché in assoluta mancanza di sintonia con la visione comune,
subisce alla fine lo scacco dell'esclusione nel regno della follia. E
l'esclusione della follia, anche indotta dall'uso delle droghe, diventa
perciò il simbolo stesso della creatività, come in Baudelaire e in Edgard
Allan Poe. Ma come può esprimersi lo sragionare senza venire condannato
all'esclusione della follia?
STUDENTE: Come può ben vedere alla Sua destra, abbiamo scelto, come oggetto
simbolo di questa trasmissione, un pezzo di pongo, che in sé e per sé non
rappresenta nulla, però in realtà rappresenta il potenziale creativo che vi
è in ognuno di noi, quindi, messo nelle mani di chi di dovere, potrebbe
diventare ciò che noi vogliamo. Cosa pensa della nostra scelta?
PETRELLA: Mi sembra un scelta molto appropriata, nel senso che il pongo, la
plastilina sono materiali molto plastici, molto manipolabili e credo che
siano un buon veicolo della creatività e hanno il vantaggio della
reversibilità temporale, cioè si possono strutturare, ma si possono anche
cambiare, quindi non suscitano quell'ansia di consumo che dà, per esempio,
lo scolpire la pietra. È molto diverso, molto impegnativo per lo scultore.
Invece questi materiali sono molto duttili. Questo è molto importante,
materiali di questo tipo si usano, per esempio, nelle attività
riabilitative. E comunque li usano molto i bambini, con molto gusto, proprio
per questa loro caratteristica. Anzi, il fatto poi di essere così poco
durevoli costituisce, quando l'atto creativo riesce, un inconveniente,
perché non durano nel tempo. Qui c'è già tutta una partitura di elementi
molto importanti della creatività artistica, qualcosa che ha a che vedere
col tempo, con l'organizzazione dello spazio, con la durata dalle cose, con
la caducità delle cose.
STUDENTESSA: Secondo Lei che cosa avviene nell'artista, che gli permette
appunto di dare alla propria follia una forma stabile, che invece non
avviene nel decorso clinico?
PETRELLA: Io non so se la domanda sia posta correttamente. La follia non ha
una sua stabilità. Gli psichiatri, da quando la follia è diventata una cosa
di cui si occupa la medicina, cercano di individuare delle forme stabili di
follia. Però in realtà è una caratteristica della malattia mentale quella di
avere tante sfaccettature e di mutare nel tempo a seconda dei contesti. C'è
una grossa differenza, per esempio, tra certi quadri mentali che si potevano
riscontrare nei manicomi e quadri invece morbosi, che magari si chiamano
ancora con lo stesso nome, ma che sono liberamente circolanti. L'ambiente è
assolutamente determinante, la variabilità dei quadri clinici nel tempo.
Tanto è vero che gli psichiatri sono continuamente presi tra due poli:
quello di individuare la stabilità delle forme cliniche - quadri cioè rigidi
- e il fatto di non poterli mantenere, perché la realtà critica li smentisce
e quindi devono invocare concetti più dinamici. Si parla di più malattie,
che si alternano, o simultaneamente presenti. Insomma, dalla rigidità dei
quadri della psichiatria ottocentesca e anche novecentesca, si è arrivati a
un a visione molto più dinamica della forma morbosa.
STUDENTESSA: Alcuni grandi artisti, come ad esempio Van Gogh o il filosofo
Nietzsche e anche Michelangelo, che è considerato un furor creativo, sono,
diciamo, dei simboli della follia creativa. Ma, secondo Lei, la creatività è
una condizione che segue o precede la follia, cioè è causa o effetto di
essa?
PETRELLA: Anche questo è un tema fortemente controverso. Innanzi tutto la
parola "creatività" è una parola larga, perché noi possiamo parlare di
creatività sia per processi minimi, che però sono inventivi - per esempio la
creatività infantile -, sia possiamo parlare di creatività per la creatività
artistica, per le grandi opere che rappresentano l'umanità, dove si esprime
il genio creativo dell'autore. La parola "creatività" copre quindi un'area
di fenomeni vastissima. Questo è un primo inconveniente di questa parola.
Per quello che riguarda il rapporto tra questo momento e la follia vera e
propria, anche qui se ne sono dette di tutti i colori, perché, in effetti,
esiste una follia creativa, diciamo così, e invece una follia che, come ha
detto Foucault, corrisponde a un silenzio dell'opera. Cioè, quando certe
forme di follia devastanti alterano la mente dell'artista, non abbiamo più
la produzione artistica, ma il silenzio, l'impossibilità espressiva, la
caduta dei poteri costruttivi. Questo è stato il caso di Nietzsche, la cui
follia, dopo una breve fase di produzione confusa, disarticolata e che
suscita tante ipotesi da parte degli interpreti dell'opera di Nietzsche, a
un certo punto cade in un silenzio assoluto, interrotto solo nel corso degli
anni qua e là. Ecco, questo è un caso dove la follia è devastante. Ci sono
invece casi dove sembra che la follia sia connessa alla creatività. In che
forma però è tutto da vedersi. Per esempio, penso che un artista come Van
Gogh fosse un artista fortemente scisso. Da un lato c'era il momento
disgregativo, depressivo, autodistruttivo e, dall'altro, una forte
contrapposizione di un mondo che veniva continuamente ricreato, di
straordinaria bellezza. Quindi qui c'è contrapposizione fra questi due
momenti. L'arte, entro certi limiti, aiuta il soggetto a salvarsi dalla
distruttività, dall'autodistruttività e da movimenti di disagio gravissimi
con se se stesso e col mondo.
STUDENTESSA: L'atto creativo è sempre il risultato della rielaborazione di
un lutto in senso psicoanalitico di perdita come ha affermato Melanie Klein.
PETRELLA: Anche questo è un tema controverso. Certamente quando Melanie
Klein individua nel processo di riparazione la molla segreta del processo
artistico - lei insiste molto su questo aspetto - e quindi, il bisogno da
parte dell'artista di ricreare un oggetto distrutto nel proprio mondo
interno, un oggetto distrutto e perduto, verso cui si stabiliscono rapporti,
sentimenti di colpa, ecco io credo che indichi solo una componente del
processo artistico. Personalmente non penso che questa sia la chiave
interpretativa dell'attività artistica. È qualcosa che esiste in tutti i
processi di ricreazione fantastica, nel sogno. È un processo molto generale.
Quindi la riparazione - penso che sia corretto di parlare di riparazione -:
non trovo molto salutare attaccarsi a singoli concetti per spiegare fenomeni
così complessi come quello dell'arte, perché ci sono anche fatti artistici
che nascono dalla scissione e non dalla riparazione, per esempio, cioè dal
fatto che il soggetto divide il mondo in due parti, da una parte esiste
l'elemento distruttivo e dall'altra un mondo di bellezza, di ideale, che
funziona, per così dire, per contrasto. Tutto dipende - probabilmente molto
dipende - dagli assetti interiori dell'artista e dalla capacità nostra,
quando fruiamo dell'opera d'arte, di interagire emotivamente e anche spesso
del tutto inconsciamente, inconsapevolmente, con ciò che l'artista ci
propone.
STUDENTESSA: Nell'Ulisse di Joyce si parla di una "follia trasparente", che
praticamente rappresenta il rapporto che c'è tra la massima espressione
artistica e il suo oltre. Lei come definisce il limite tra la genialità e la
follia? E mi saprebbe spiegare poi perché la follia è trasparente?
PETRELLA: Spiegare il perché della follia trasparente comporterebbe leggere
il passo di Joyce e il contesto, se no, direi, così dovrei fare a mia volta
delle invenzioni su questa follia. Non mi sembra di avere gli elementi
sufficienti per dare un giudizio motivato su quest'immagine. Non penso che
la follia sia trasparente. Forse per l'occhio acuto dell'artista che va al
di là dell'opacità della follia e riesce a vedere quello che la persona che
si identifica meno non riesce a vedere, allora, sì, l'artista può avere una
chiaroveggenza sulla follia. Credo che uno dei documenti più straordinari da
questo punto di vista sia il mirabile scritto di Artaud, che era un folle,
un vero e proprio malato di mente, etichettato come tale dalla psichiatria
di quell'epoca. Artaud ha scritto un bellissimo libro, che è pubblicato e
tradotto anche in italiano, in cui si avvicina al mondo di Van Gogh con una
partecipazione straordinaria. Per lui tutto è chiaro in Van Gogh, riesce a
fare una certa operazione che sicuramente copre una consistente fetta della
comprensione dell’artista. Bisogna dire che è molto più chiaroveggente, a
mio giudizio, lo sguardo di Artaud che lo sguardo di certi psichiatri, anche
grandi psichiatri, che hanno cercato di intendere Van Gogh con le categorie
della psicopatologia e della psichiatria, come fece Jaspers in un suo
saggio, a mio giudizio abbastanza infelice, che, se lo confrontiamo con lo
sguardo dell'artista, ci mostra quanto lo psichiatra debba anche essere in
un certo senso artista per penetrare certi mondi di fronte ai quali,
altrimenti, resterebbe assolutamente incapace di comprensione.
STUDENTE: Il Don Chisciotte potrebbe essere considerato un emblema del
rapporto fra la creatività e la follia. Poiché nelle sue esperienze confonde
sistematicamente la letteratura con la vita reale. Nella Sua esperienza, ha
avuto casi clinici simili a quello del Don Chisciotte ?
PETRELLA: Non mi sono mai trovato di fronte a questa confusione tra il mondo
letterario, in questo caso il genere cavalleresco, e la realtà. Usciamo
dalla particolare polemica e derisione che aveva Cervantes verso il genere
cavalleresco, che era un genere ormai logoro, che presentava un mondo di
idealità che la coscienza dell'epoca considerava sostanzialmente falso.
Questo è uno straordinario e complessissimo romanzo, che parla di follia, ma
parla anche della cultura dell'epoca dell’autore. Noi vediamo che la cultura
e anche, in un certo senso, la letteratura, anche quella popolare, influenza
i linguaggi della follia, forse non la sostanza della follia, ma la sua
forma e influenza anche la ricezione della follia da parte del pubblico. Una
follia che voglia farsi intendere deve usare dei linguaggi che il pubblico
possa a sua volta intendere. Diversamente si creano quelle grosse difficoltà
che conosciamo. C'è un contributo filmato - è un frammento - da osservare
che riguarda il pittore Ligabue all'opera.
Si visiona il filmato.
PETRELLA: Il filmato su Ligabue che abbiamo appena visto fa una grande
impressione. Io l'ho visto qui per la prima volta e si vede proprio un folle
all'opera. Io ho l'impressione che comunque il filmato, così suggestivo, sia
alquanto tendenzioso. È costruito. La follia è costruita secondo alcune
direttrici. Si vede un atto pittorico che ha un suo ordine gestuale - l'atto
del pennellare - che poi si mescola, con pathos crescente, con questo suono
di campana. Da dove viene questo suono di campana? È un sua allucinazione,
come parrebbe, dato che si tura l'orecchio - non so se avete notato - oppure
è un rumore esterno, qualcosa che interferisce acusticamente con l'atto, con
la gestualità, con l'atto artistico che viene messo in gioco. Questo noi non
lo sappiamo. Sappiamo invece che viene rappresentato un movimento crescente
di confusione: dal gesto parte un movimento, che alla fine investe anche
l'immagine, quindi la macchina da presa e che fa oscillare l'intero mondo.
Quindi non è solo il gesto pittorico, è l'artista che viene interessato da
questo sfaldamento ed è l'intera esperienza del mondo che viene alterata.
Questo così lo rappresenta il regista. Comunque, se il regista ha visto
giusto, se la sua identificazione con l'artista è corretta e non invece una
rappresentazione tendenziosa, io questo davvero non Ve lo so dire. Credo che
lo psichiatra, lo psicoanalista ha il compito di osservare criticamente le
forme con cui viene rappresentata la follia e, se a loro volta sono
significative, sono modi con cui la follia viene inscenata. Dalla ragione?
In questo caso senz'altro. Dalla ragione tecnica che serve per fare un film.
STUDENTESSA: Noi abbiamo letto appunto il Don Chisciotte di Cervantes e
potremmo definire il suo linguaggio schizofrenico. Ma con le conoscenze che
abbiamo oggi possiamo definire il comportamento del protagonista
schizofrenico o soltanto finalizzato alla creatività letteraria?
PETRELLA: Il Don Chisciotte è un personaggio di invenzione. Lei ha fatto
un'operazione, che a me non piace fare, che però Le faccio notare, che è
quella di cercare una diagnosi per un personaggio letterario. Ora, prima di
tutto, la diagnosi di schizofrenia o simili all'epoca di Cervantes non c'era
assolutamente. Quindi non può essere una schizofrenia a rigori. Se Lei dice
che è una schizofrenia, esprime una certa concezione. La concezione è che la
schizofrenia sia stata scoperta tardivamente e che è una forma assoluta
della patologia che si riscontra in ogni tempo e luogo, anche nella
letteratura. Non credo che quest'operazione convenga, non ci dice niente di
più né sulla schizofrenia, né sull'opera. Per me il personaggio letterario
non va trattato come un malato, va trattato come una invenzione specifica.
Sarebbe una vera sventura trattarlo, anche nella letteratura, che è una
forma ideale di recinzione della follia, trattare come malato un personaggio
letterario. Invece, la cosa molto interessante è vedere come l'immaginazione
possa trascinare nelle direzioni più disparate: Don Chisciotte ovviamente e
ciascuno di noi.
STUDENTESSA: La società e il tempo hanno rifiutato e condannato artisti come
Baudelaire e Rimbaud, i cosiddetti "poeti maledetti", ritenendoli pazzi,
mentre le società delle epoche successive, hanno rivalutato l'argomento
delle loro opere, ritenendole a dir poco geniali. Si può quindi affermare
che la società e il tempo possano influenzare la follia creativa ?
PETRELLA: Intanto avrei difficoltà a considerare l'opera di Baudelaire nel
suo complesso come l'espressione di una follia creativa. Baudelaire aveva un
controllo assoluto sul testo ed è uno dei massimi poeti francesi, che
appartiene a una temperie particolarissima del decadentismo - è uno dei
massimi esponenti di questo - e quindi l'opera di Baudelaire è stata
censurata, ma mi risulta che venisse censurata per motivi morali, diciamo,
perché si riconosceva nelle sue opere l'espressione di una sorta di
pornografia intollerabile per i benpensanti dell'epoca. Quindi molti testi
sono stati proprio censurati. Ma questo è successo anche per pittori, per Le
déjeuner sul l'herbe. Insomma questo atteggiamento di censura era diffuso,
soprattutto in riferimento al tema della sessualità e di una sessualità un
po' perversa come quella di Baudelaire. I tempi sono straordinariamente
cambiati. Nessuno oggi si sognerebbe di restare colpito dalla trasgressività
di Baudelaire. Ecco, quindi qui non vedrei tanto l'espressione di una
follia. Baudelaire era anzi un poeta altamente formale, molto ordinato nella
sua espressione, molto travagliato emotivamente. Però mi sembra che tra la
sua attività poetica e i vari rimedi che dava alla sua depressione, alle sue
difficoltà emotive, al suo pessimo rapporto con la famiglia, che era un
rapporto disastroso, ecco, mi sembra che lui se la sia cavata abbastanza
bene, alla fin fine.
STUDENTESSA: Baudelaire comunque rifiutava la società, cioè fu condannato in
quanto esprimeva concetti che andavano contro la società. Per questo fu
ritenuto pazzo.
PETRELLA: Non mi risulta che Baudelaire sia stato ritenuto proprio pazzo. O
meglio: uno può dare dei giudizi di per sé, ma non è scattato un giudizio
medico, specifico su Baudelaire o degli internamenti a causa della sua
pazzia, ecco, in questo senso. Che poi potesse essere considerato pazzo è
possibile, ma noi consideriamo pazzi un sacco di persone. Per fortuna questi
giudizi non hanno in genere degli effetti pratici, perché non comportano dei
provvedimenti. Quindi la situazione di Baudelaire fu scandalosa perché ci fu
una pesante censura su un'attività artistica, che poteva avere una sua
legittimità. Infatti il mondo si divise tra pro e contro. Ma questo può
succedere.
STUDENTESSA: Freud ne L'interpretazione dei sogni sostiene che la creatività
è una conseguenza dell'inconscio e che quindi l'uomo, essendo veramente
libero solamente nell'inconscio, trova questa sua espressione della
creatività. Lei è d'accordo?
PETRELLA: Non sono d'accordo perché non trovo esatta questa proposizione.
Cioè Freud dice che la creatività umana dipende dall'inconscio, ma anche
tante altre cose, che non sono la creatività umana, dipendono
dall'inconscio. Freud non ha mai fatto delle teorie speciali sulla
creatività, però ha individuato nel sogno un luogo di possibile creatività,
senza comunque entusiasmarsi più di tanto per quest'idea. Cioè il sogno è
creativo. Poi ci sono sogni che sono senz'altro creativi, che sono pure
belli , che cioè hanno delle valenze estetiche che possono essere
straordinarie. I sogni possono essere belli e brutti, però l'inconscio ha a
che vedere con molte attività umane, sia perché infiltra l'attività umana e
la condiziona, sia perché molte attività umane da un lato creano quelle
condizioni di repressione per cui l'inconscio si alimenta continuamente,
dall'altro l'inconscio anima coi suoi processi molte attività di pensiero e
anche molte azioni dell'uomo. L'arte ha un posto privilegiato tra questi
indubbiamente, perché è un luogo del comportamento e dell'espressione umana,
che non è vincolato dalle esigenze del reale, come gran parte delle attività
umane. Se l'uomo produce un pezzo di pongo, come diceva chi di Voi ha
iniziato a parlare, ha bisogno di tecnologie precise per farlo. Però una
volta fatto, di questo pezzo di pongo può fare quello che vuole. È libera
l'azione. Allora in questa libertà, nel plasmare questa libertà, si possono
insinuare i fantasmi di ciascuno. Lo sanno bene i terapeuti, per esempio,
dell'infanzia, con dei bambini psichicamente sofferenti, che quando guardano
le loro produzioni col pongo sanno valutare quali attività emotive sono in
gioco.
STUDENTESSA: Lei sta quindi sostenendo che una produzione creativa è
comunque una produzione razionale?
PETRELLA: Io penso che un'attività creativa per non essere una cosa informe
- non dico informale, ma informe - deve connettersi anche alle tecniche, ai
saperi e all'io che sa fare. Se io uso un pennello per dipingere, attraverso
il pennello mi connetto a un'intera tradizione culturale e tecnica. Il
pennello è un oggetto specifico, lo fa qualcuno ed io lo compero, insomma mi
connetto alla realtà sociale. Poi questo pennello lo posso intingere nel
colore e fare ogni sorta di cose: dalla porcheria al capolavoro, però la
connessione col mondo culturale è comunque stabilita. Diverso è se io prendo
questo pennello e me lo mangio, se vogliamo fare un esempio. Mi metto a
mangiare il pennello. È una cosa che potrebbe anche succedere. Questo
sarebbe, inutile dirlo, un uso improprio e anticulturale del pennello. Ma se
io prendo il pennello per dipingere, qualsiasi cosa faccia, faccio un atto
che ha già un'importante connessione con la vita di tutti, qualsiasi cosa io
produca. Questo è molto importante, perché, per esempio, nella terapia con
l'arte, se noi diamo il pennello in mano a qualcuno e questo lo usa, è già
molto.
STUDENTE: Prima abbiamo parlato di Rimbaud e alcuni artisti francesi. Volevo
sapere quanto influisce l'uso di sostanze stupefacenti - droghe leggere,
alcool - nella loro creatività. Lo stato mentale che crea l'utilizzo di
alcune droghe, quanto influisce sulla concezione della creatività?
PETRELLA: Anche qui è difficile rispondere. Comunque ci sono stati diversi
autori, che hanno avuto esperienza con droghe e che hanno visto nell'uso di
certe droghe una sorta di potenziamento dell'attività percettiva e quindi
l'aprirsi delle porte della percezione, come dice Huxley, per esempio, in un
suo libro dove parla proprio di questo. E così altri autori hanno visto
nella droga un qualcosa per forzare l'accesso alla vita emotiva più
profonda, oppure creare una nuova strutturazione del rapporto dell'io col
reale. Ma l'attività artistica poi richiede un momento di formalizzazione.
Quindi, se uno è confuso, più che porcherie non riesce a fare, dal punto di
vista strettamente artistico. Non è che la confusione sia un buon sistema.
Quindi bisogna che l'io che dipinge guardi, con tutta la sua capacità
costruttiva, all'esperienza fatta.
STUDENTE: Non abbiamo quindi la sicurezza che sia vero.
PETRELLA: No, come proposizione in sé contiene una verità parziale. Non
raccomanderei assolutamente le droghe, per aprire le porte dell'inconscio,
però c'è stato qualche analista che ha detto questo, c'è stato qualche
psichiatra, che, per fare l'esperienza della schizofrenia, ha preso dei
farmaci, cosiddetti, psicotogeni, come l'LSD per esempio. Poi, uscito da
quest'esperienza, ha riguardato quest'esperienza e l'ha descritta, cercando
poi delle analogie con l'esperienza psicotica vera e propria. Questo per
dire un aspetto. Io non ho quest'esperienza, quindi in realtà sto parlando
di una cosa che non ho sperimentato. Però ritengo che sia abbastanza ovvio
che l'io dell'artista deve essere nella condizione di saperci fare e ha
bisogno di guardare alla sua esperienza effettiva specifica, tenendo la
distanza da questa esperienza.
STUDENTE: La creatività implica la lucidità?
PETRELLA: La creatività implica un certo grado di lucidità dell'io. Qualcuno
ha parlato di un io regredito, cioè di una regressione a servizio dell'io.
Cioè occorre che l'io sia in grado di maneggiare la sua regressione. Se ne è
sommerso, ovviamente non riesce a produrre gran che.
STUDENTE: Abbiamo l'esempio di poeti, come Rimbaud, che hanno scritto sotto
effetto di stupefacenti, sotto effetto di droghe e sono riusciti a produrre
capolavori della poesia mondiale. Questo come lo spiega?
PETRELLA: L'idea di poter accedere a dimensioni inconsce, a partire dalle
quali e stando dentro le quali, si può ottenere un tipo specifico di
creatività, questo è una cosa che, per esempio, tutti i surrealisti hanno
cercato di fare. Questo apre un problema, una considerazione, che è quella
della relatività del prodotto artistico. Certo io posso cantare nella
tempesta o mentre sto per annegare, posso cantare mentre sono in preda a
un'esperienza di intensissimo piacere, oppure posso cantare dopo che queste
esperienze sono passate e ci ripenso e le rielaboro. Queste sono tutte
possibilità. Quello che si ottiene in questi tre diversi stadi è sicuramente
molto diverso. Per esempio un personaggio olimpico come Goethe diceva che la
sofferenza dell'animo è poco adatta al canto. Bisogna che la sofferenza sia,
in un certo senso, superata e la si guardi con una certa distanza per poter
strutturare il pensiero artistico. Diversamente, se uno è in preda a intense
emozioni, questo lo si vede nei cosiddetti malati di mente, più che
gorgoglii non possono, simbolicamente parlando, uscire, ma nei malati di
mente, come in ciascuno di noi. Provi a pensarci.
STUDENTE: Tornando alla letteratura, ne L'Orlando furioso di Ariosto, nella
descrizione della pazzia di Orlando, l'autore ricorre all'iperbole. Ma la
follia e la pazzia possono sempre essere legate all'esagerazione?
PETRELLA: Non necessariamente. C'è una follia che impoverisce, che non
produce nessun viaggio speciale, ma anzi la stasi più nera e assoluta,
mentre ci sono invece follie molto attive. Il senno va nella luna e poi da
lì deve essere recuperato. È questa una delle possibili immaginazioni.
Attualmente è importante che il senno sia nella luna e non si sia
polverizzato e sparso nei sistemi stellari, nel senso che nessuno può più
radunarlo. C'è per fortuna un deposito del senno, che sta appunto lì e dove
uno può prenderlo o depositarlo, per così dire. Questa è una concezione
letteraria, ovviamente, molto simpatica e molto significativa, della follia,
come qualcosa che si può perdere, forse facilmente, ma che, in linea di
principio, è possibile recuperare, perché il senno va e viene nell'uomo.
STUDENTE: Noi abbiamo scelto tramite Internet come personaggio
rappresentativo del rapporto tra follia e creatività il poeta tedesco
Friedrich Hölderlin, che verso la fine della sua esistenza ha uno
sdoppiamento di personalità. Ciò nonostante continuerà a scrivere e molti
sostengono che, anche se è stato colpito da questa forma di patologia, lui
comporrà poesie addirittura migliori delle precedenti. Lei è d'accordo con
la nostra scelta?
PETRELLA: Penso che Hölderlin rappresenti per la psichiatria un grosso
problema interpretativo e di comprensione. È un grandissimo poeta lirico,
una persona che "volava altissimo", che aveva un contatto con la bellezza,
con la grecità ad un livello decisamente sublime. Era un poeta. È un tipico
esponente del sublime artistico. La sua caduta comporta mediamente, le sue
opere tardive, quelle della follia, che tra l'altro non si sa assolutamente
bene cosa fossero. C'era stato un certo impoverimento, isolamento della
persona, una follia tranquilla e le sue opere sono impoverite, c'è un certo
sdoppiamento, ma, a mio avviso, non c'è confronto tra la qualità delle opere
della maturità libera e integrata con questi prodotti che poi diventano
anche frammentari della fase tardiva, però con delle eccezioni, perché ci
sono dei lampi, anche lì, di straordinaria bellezza. Complessivamente è una
situazione di un certo deterioramento della qualità poetica. Se questo
deterioramento fosse espressione della follia, anche questo è un problema.
Non bisogna semplificare troppo queste cose, per non fare torto da un lato
alla poesia, dall'altro alla follia e, dall'altro ancora, a Hölderlin
stesso. Cioè non sappiamo proprio bene, ma secondo me è un po' troppo
frettoloso il giudizio di correlare l'opera - l'opera tardiva di Hölderlin -
a una follia che conosciamo molto poco, se non attraverso questi frammenti
che sono abbastanza enigmatici, tutto sommato.
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