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Intervista
ANTROPOLOGIA DEL DOLORE
Dietrich von Engelhardt
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1 - Professor von Engelhardt, il dolore è tra le
realtà più misteriose e inquietanti dell'uomo. Quali interrogativi suscita
e quali discipline interpella?
«Si nasce tra le lacrime e si muore tra le lacrime». E’ questo un detto
molto antico che esprime quanto sia grande la presenza del dolore nella
vita dell’uomo. Senza dubbio il dolore è uno dei temi originari, ma anche
una motivazione originaria della medicina. Il dolore non può essere
ridotto soltanto alla biologia, il dolore è un tema della psicologia,
della sociologia, della filosofia e anche della teologia. Una medicina che
non voglia esaurirsi in una tecnica di guarigione, ma voglia essere anche
una cultura della guarigione dovrà sempre prendere in considerazione anche
queste altre dimensioni del dolore. La storia della medicina, la storia
della cultura europea, anche la storia di altre culture extraeuropee, ci
hanno dato molti stimoli a percepire il dolore in queste altre dimensioni.
Già l’immagine di Laocoonte ci mostra in quali dimensioni il dolore venga
percepito: in primo luogo sul piano corporeo, poi però sul piano
sociopsicologico – qui Laocoonte è colpito dal dolore dei suoi figli, dal
proprio dolore – ed anche sul piano religioso e trascendente, nel quale
pure ha luogo la sofferenza di Laocoonte. Sul piano corporeo-biologico
dall’antichità sino ad oggi ci sono stati dei tentativi sia di comprendere
il dolore che di alleviarlo o eliminarlo terapeuticamente, di dare una
risposta sul piano degli aiuti o della guarigione che possono essere dati.
2 - Come è stato concepito e combattuto il dolore dalla medicina antica
e medioevale?
La medicina dell’antichità ha compreso il dolore nel grande schema dei
quattro elementi, quattro liquidi, quattro qualità, uno schema cosmologico
proprio della medicina ippocratica. Il dolore significava una disarmonia
e, corrispondentemente, si orientavano anche i tentativi terapeutici di
alleviare o eliminare il dolore. Di fatto le possibilità di alleviare il
dolore di cui disponevano l’antichità, il Medioevo, ma anche buona parte
dell’epoca moderna, erano molto poche. Corrisponde a questa circostanza il
detto degli antichi che «è opera divina lenire il dolore». Oltre alle
possibilità di affrontare il dolore sul piano psichico, l’antichità e il
medioevo disponevano soltanto di alcool e di oppio e di poche altre
possibilità. Nel Medioevo non è cambiato niente di questo modo
tradizionale di combattere il dolore, molte altre possibilità non ce
n’erano. Considerate le scarse possibilità della medicina Tommaso d’Aquino
ha detto, che «l’unica e decisiva reazione al dolore è la contemplazione
del Divino».
3 - Con la sua antropologia dualista di origine cartesiana, quale
posizione ha assunto, la cultura moderna, di fronte al dolore?
L’epoca moderna sul piano medico-biologico, per quanto riguarda
l’interpretazione del dolore e anche la reazione ad esso da un punto di
vista terapeutico, sta all’insegna della divisione cartesiana di corpo e
anima. Da un lato, nel corso dell’epoca moderna, si sono avuti molti
successi a livello medico-biologico per comprendere il dolore e per
fornire una risposta terapeutica; dall’altro, con questa divisione di
corpo e anima, che corrisponde alla filosofia cartesiana, è comparso un
disinteresse per il piano psichico, sociale e anche filosofico-teologico.
Già Paracelso, all’inizio della modernità, ha ideato degli esperimenti di
tipo chimico-biochimico, per superare o, quanto meno, lenire il dolore.
Sul finire del XVIII secolo e all’inizio del XIX sono state fatte nuove
scoperte nella chimica dei gas. L’anestesia è una conquista del XIX secolo
come l’asepsi e l’antisepsi. Con l’anestesia del secolo XIX la chirurgia e
la lotta per lenire o eliminare il dolore entrano in una nuova epoca. E’
l’epoca in cui ci troviamo in fondo ancor oggi. La situazione attuale è
contrassegnata dalla presenza di una gran quantità di teorie sull’origine
del dolore e sulle terapie che ne conseguono. Una nota teoria
contemporanea è quella sviluppata da Mehlsack che prende il nome di teoria
get-control. Ci sono una infinità di domande aperte, anche in relazione a
quegli ultimi sviluppi della biochimica e della chimica che rendono
possibile superare il dolore restando in stato di coscienza. Queste
domande che sono ancora aperte non si trovano oggi soltanto sul piano
medico-biologico, bensì, ed è importante, sul piano psicologico e
sociopsicologico da un lato, sul piano filosofico, teologico e artistico
dall’altro. Non si dovrebbe mai dimenticare che proprio le arti, la
letteratura ma anche le arti figurative, hanno sviluppato una quantità di
osservazioni interessanti per l’interpretazione del dolore. Le concezioni
più moderne, anche nella medicina, per una terapia palliativa e per una
lotta al dolore recepiscono queste altre possibilità sociopsicologiche, e,
in parte, anche filosofiche e artistiche, di terapia.
4 - Se il dolore non è soltanto un fatto fisiologico ma ha anche un
valore sociale ed esistenziale, diventa centrale la questione
dell'espressione del dolore. Come comunica l'uomo la sua sofferenza
psichica o fisica?
Sul piano sociopsicologico dall’antichità attraverso il medioevo sino ai
tempi moderni il dolore ha sempre destato attenzione. Ad esempio il
problema era già quello: «come potere esprimere il dolore»? I differenti
popoli hanno sviluppato linguaggi molto differenti per l’espressione del
dolore. La lingua araba possiede centinaia di espressioni per la
sofferenza, per il dolore, mentre i linguaggi europei, sotto questo
aspetto, sono molto più limitati, sicché con il variare delle possibilità
espressive di un linguaggio variano anche le possibilità dell’individuo di
parlare del dolore, di comunicare col medico. Nella comunicazione
medico-paziente si parla del dolore in termini generali, del luogo,
dell’ora in cui compare, della sua intensità e anche della sua qualità. La
comunicazione medico-paziente sul dolore si esaurisce in queste quattro
dimensioni. Il lato socio-psicologico del dolore oltrepassa però questo
linguaggio, questa comunicazione medico-paziente, ma coinvolge
essenzialmente le questioni del senso e anche il problema degli effetti
del dolore sulla situazione sociale, sui rapporti del sofferente
all’interno della famiglia oppure nel posto di lavoro e nella società.
Nella antichità è stato osservato che esiste, ad esempio, un rapporto tra
la durata di un dolore e la sua violenza. Si diceva che quando il dolore è
breve, è forte, pesante; quando è lungo, è invece più debole. Il lato
sociale del dolore, quell’isolamento dell’uomo che può accompagnare il
dolore, è stato pure ripetutamente messo in evidenza nei secoli
dall’antichità ai giorni nostri. Goethe ad esempio dice che «solo il
proprio dolore, quello che è stato provato personalmente, mette nelle
condizioni di immedesimarsi nel dolore altrui». Gli stessi medici del
XVIII secolo hanno sofferto sin troppo a causa dell’incapacità o dei
limiti della medicina di confrontarsi con il dolore. Non si dovrebbe
dimenticare che, per esempio, le amputazioni del seno nel XVIII secolo
dovevano essere eseguite senza l’anestesia che oggi abbiamo e si può
capire come mai le donne abbiano fatto passare del tempo prima di
decidersi ad un intervento del genere, spesso troppo tempo per cui di
frequente era oramai troppo tardi per intervenire. In relazione a questa
situazione c’è un detto della medicina francese del secolo XVIII che
sostiene che il medico non poteva fare molto di più «che consolare e
rasserenare il paziente»: consoler et amuser era il detto del XVIII
secolo. Il secolo XIX ha creato con l’anestesia possibilità del tutto
nuove, ma anche nuovi conflitti, di cui riferiscono tanto i medici che i
pazienti. Conflitti di questo genere: si è avuta la sensazione di
abbandonare con il superamento del dolore la tradizione cristiana o anche
la tradizione antropologica del vivere consapevolmente. Il grande
fisiologo francese Magendie ha detto molto chiaramente di non volersi in
nessun caso affidare ad un chirurgo in quello stato di incoscienza reso
possibile dall’anestesia, dalla narcosi eterea, dalla morfina e da altre
possibilità. Si sa pure di ginecologi che avevano le loro difficoltà con
il parto indolore, perché si ricordavano delle parole bibliche secondo cui
«le donne devono partorire nel dolore». Già nell’antichità si è visto un
legame essenziale tra la malattia e il dolore. Seneca ha definito il
dolore corporeo, dolor corporis, una caratteristica essenziale della
malattia. La dimensione sociopsicologica è stata seguita nel nostro secolo
da molti ricercatori; vi sono molte ricerche sulle forme di espressione
del dolore, sulle sue conseguenze sociali, sul modo in cui il mondo
circostante può misurarsi con il dolore e con i dolori di un paziente. C’è
una intera serie di strani dolori per i quali v’è a stento un linguaggio e
che in parte sono privi di un sostrato reale, corporeo, il cosiddetto
dolore immaginato. In questi casi un uomo prova dolore in un arto che non
c’è più. Nella medicina e nella psicoterapia noi siamo sempre chiamati a
trovare risposte per fornire una comprensione e anche per alleggerire il
paziente dalla situazione in cui si trova quando ha dolore, anche se la
anestesia moderna fin troppo spesso libera i pazienti da questo dolore, da
questo tormento. Accanto al piano medico-biologico e accanto a quello
sociopsicologico si trova come dimensione del tutto decisiva
l’interpretazione filosofica e teologica del dolore.
5 - Il dolore è stato da sempre oggetto di sublimazione artistica, di
interpretazione filosofica, di giustificazione teologica. Quali sono gli
scenari di “senso” entro cui l'uomo, nelle diverse culture storiche, ha
collocato il dolore per comprenderlo e sopportarlo?
Proprio nella nostra epoca è importante richiamare ripetutamente alla
memoria queste tradizioni della filosofia e della teologia, che hanno
sviluppato concezioni essenziali per la comprensione del dolore le quali,
nell’epoca dell’anestesia e della modernità, sono andate perdute, ma
potrebbero in molti casi essere d’aiuto agli uomini nelle più diverse
situazione di dolore. Nell’antichità era in primo piano una donazione di
senso al dolore sulla base di una antropologia cosmologica. Il dolore era
una caratteristica dell’uomo, il dolore era una caratteristica anche della
natura dell’uomo. Aristotele ha compreso il dolore come “passione”.
Conseguentemente la terapia del dolore doveva essere più che altro
filosofica. Di passaggio sia detto che le malattie psichiche fino al
secolo XVIII sono state dominio della filosofia. Così pure nell’antichità
la sopportazione del dolore veniva considerata come una caratteristica
dell’uomo, come un signum antropologico. Nel Medioevo il dolore fu posto
sotto la visione trascendente della realtà, cioè nel dolore l’uomo prende
parte alla passio Christi. Ci sono comunque nel Medioevo voci che mettono
in guardia da una eccessiva idealizzazione del dolore. Agostino, padre
della Chiesa, ha coniato questa espressione: «E’ vero che si possono
accettare molti dolori, ma nessuno può essere amato». Nel mondo medioevale
ci sono molti esempi impressionanti di uomini che durante la loro vita
hanno sempre sopportato dolori fisici e psichici e li hanno interpretati
nel quadro della visione cristiana della trascendenza. Hildegard von
Bingen, abbatessa e medico del medioevo, è stata ammalata durante tutta la
sua vita. Ha sempre sofferto e, scrivendo le sue visioni, con la sua fede,
ha trovato il modo di dare una soluzione alla sua sofferenza, al dolore.
Un cronista suo contemporaneo, a proposito della sua sofferenza, scrive
che «tutta la sua vita è stata un morire prezioso». E’ stata un morire
“prezioso” nel senso che la sua opera è stata quella di potere sopportare
la sofferenza e di dare un senso alla sofferenza e che il valore di un
uomo non è soltanto nel superare il dolore, nel vivere senza dolori, come
dice la famosa definizione della salute data dall’ “Organizzazione
mondiale della Sanità”, ma nel collegare anche un senso a questo dolore,
nel riuscire a integrare costruttivamente il dolore nella propria vita.
Anche dopo quella separazione di anima e corpo, dovuta alla filosofia
cartesiana, che è stata assai decisiva per lo sviluppo moderno della
medicina con tutte le sue possibilità positive, ma anche con i suoi
limiti, anche dopo questa introduzione ad opera della filosofia cartesiana
o dopo l’introduzione di questa separazione di corpo e anima condizionata
dalla filosofia cartesiana, ci sono state molte voci sia da parte di
filosofi e di teologi, ma anche da parte di letterati, di pittori, le
quali hanno affermato di avere strappato un senso alto al dolore. Ad
esempio Montaigne, che segue la tradizione stoica dell’antichità, apprezza
i propri dolori, per quanto preferisca non averli e per quanto ne possa
soffrire, perché gli hanno mostrato quanto sia grande la capacità
dell’uomo di mantenere la sua coscienza, di conservarla, anche quando ci
sono dolori. In altri termini, la qualità dello spirito umano si mostra
proprio nel superamento del dolore, nella capacità di mantenere la
coscienza, la ragione, anche se il dolore fisico minaccia di farla
perdere. Pascal ha visto nell’essere ammalati, nel dolore, la condizione
naturale del cristiano, poiché, come egli disse, proprio in questa
condizione di sofferenza e di dolore noi veniamo portati a ciò che
costituisce autenticamente l’uomo, cioè a non dipendere dai beni
materiali, neanche dai piaceri, e a rivolgerci totalmente alla conoscenza
interiore, alla conoscenza della relazione con Dio. L’epoca dell’Idealismo
tedesco, del Romanticismo ha dato una interpretazione profonda non solo
della malattia, non solo della terapia, ma anche del dolore. Hölderlin, il
grande poeta idealista classico, romantico, ha ricordato il detto degli
antichi che «gli Dei colpiscono colui che amano». Egli stesso l’ha vissuto
personalmente. Quando dalla Francia è ritornato in Germania, malato e con
dei disturbi psichici, scrive al suo amico «.... ed io lo so, Apollo mi ha
colpito».
6 - Di fronte al dolore si sono avuti tentativi di demonizzazione ma
anche forme di idealizzazione. Il dolore, cioè, è stato sentito sia come
scandalo e oltraggio alla dignità umana, sia come privilegio e strumento
di sensibilità e conoscenza. Possiamo fare degli esempi concreti di questi
due modi di concepire e vivere l'esperienza del dolore?
Secondo Hegel il dolore è un privilegio degli esseri più elevati, un
privilegio della vita, dell’uomo; solo l’uomo, la natura, la natura
vivente può sentire dolore, poiché solo la natura sta nel contrasto tra
l’idea e la vita. Questo dissidio tra la vita e l’idea, percepito nella
coscienza è, per Hegel, la causa e la manifestazione del dolore. Una
pietra non prova dolore, una pianta nemmeno, un animale può sviluppare
dolori sino ad un certo grado, ma sentirli al più alto livello reale della
coscienza lo può solo l’uomo. Questa è una chiarificazione del dolore
filosofica, filosofico-naturale e antropologica. Allo stesso modo anche
altri poeti, Novalis e molti altri dell’epoca, Giacomo Leopardi, hanno
attribuito al dolore un significato molto alto nella vita dell’uomo, un
significato che può sempre essere anche d’aiuto per coloro che soffrono a
causa del dolore. I poeti del diciannovesimo secolo, tanto i realisti che
i naturalisti, hanno portato avanti questa linea di interpretazione, ma
spesso l’hanno anche trascurata, ciò vale in particolare per i poeti
naturalisti. Questa interpretazione è stata ripresa nuovamente nel
ventesimo secolo dai filosofi e dai teologi e anche da quei medici della
“medicina antropologica” da loro influenzati. Uno di questi medici
antropologi, Buytendijk, una volta ha detto che «il dolore passa, ma
l’aver sofferto non passa mai», cioè la situazione del dolore, del dolore
immediato va via, può essere superata, ma è caratteristico dell’uomo il
fatto che egli si ricordi ripetutamente della situazione di dolore. V’è
pure un detto profondo del filosofo Scheler: «una esistenza senza dolore
induce alla superficialità metafisica», cioè una vita umana che non ha mai
sopportato il dolore, che non è mai stata messa alla prova nell’affrontare
il dolore, nel superarlo, in senso autentico, non sa cos’è la vita umana.
Contemporaneamente i filosofi, e Karl Jaspers ne è un buon esempio, hanno
ripetutamente messo in guardia dall’idealizzare il dolore, proprio come
già all’inizio del Medioevo il padre della Chiesa Agostino. In questo
dissidio tra il donare senso al dolore ed il superamento del dolore si
trova l’intera medicina moderna e la storia della cultura. Da un lato si
registrano i tentativi di superare il dolore, di bandirlo dalla vita
dell’uomo, dall’altro noi abbiamo il fatto che la cosa non sempre riesce e
che dobbiamo per questo dare un senso al dolore. O, da un lato, si è
inserito il dolore nella vita dell’uomo senza sopravvalutarlo, oppure,
cosa a cui i poeti romantici, i medici romantici occasionalmente sono
stati anche inclini, lo si è sopravvalutato, sicché non si può dire
proprio esattamente cosa secondo la loro concezione stia più in alto: la
morte o la vita, il dolore o l’assenza di dolore? Un esempio
particolarmente impressionante dell’aver fatto propria questa concezione,
anche sul piano biografico, è il suicidio di von Kleist insieme alla sua
amica, visto che questo suicidio significava per lui un riempimento della
vita umana, poiché per lui la morte in un certo senso valeva più della
vita. Karl Jaspers, Agostino e molti altri hanno cercato di ricavare dal
dolore un significato particolare, di concepirlo come una caratteristica
essenziale della vita umana e contemporaneamente di non porlo al posto più
alto.
7 - Qual è la funzione della medicina di fronte al dolore? Deve essa
ridursi ad una mera tecnica di guarigione o deve comprendere la realtà di
chi soffre nella sua globalità?
Se si considera la storia culturale del dolore si potrà ripetutamente
osservare che il dolore costituisce un anello di congiunzione tra la
natura e la cultura. Da un lato il dolore è un fenomeno biologico,
dall’altro uno culturale ed è spesso difficile, molto difficile, definire
quale aspetto in un dato momento stia in primo piano, quello biologico e
fisiologico oppure quello culturale, psicologico e anche linguistico. La
medicina viene ripetutamente sfidata a riflettere sulla sua posizione
fondamentale a cavallo tra le “scienze della natura” e le “scienze dello
spirito”, a recuperare la sua dimensione antropologica, quella cosmologica
e quella metafisica. Proprio nell’incontro tra il medico e il paziente il
medico deve calarsi nella soggettività del paziente, nella sua percezione
del dolore e non solo in quella, ma anche nella sua valutazione del dolore
– il paziente in fondo non percepisce soltanto il dolore, lo valuta anche.
Quel medico che guarda al paziente nella pienezza della altrui
soggettività, farà bene a interpretare il dolore non soltanto sul piano
fisiologico e nemmeno solo sul piano psicologico, farà suo anche il piano
valutativo, i punti di vista normativi sul dolore, domanderà al paziente
anche che cosa è per lui il dolore, come egli lo valuti e se questi,
nonostante tutti i tentativi di alleviare il dolore – cosa che resta
comunque il fine essenziale di ogni medicina, di ogni terapia, anche di
ogni terapia palliativa – non possa ricavare un senso dal dolore in quanto
capisce che al dolore corrisponde sul piano cosmologico, nella evoluzione
della natura, un determinato grado di sviluppo – questo è l’aspetto
filogenetico del dolore – e che il dolore possiede anche nello sviluppo
individuale di ogni individuo un ruolo essenziale – questa sarebbe la
funzione ontogenetica del dolore – e che, oltre a ciò, nella sfera sociale
esso apre al mondo circostante, anche ai suoi amici, ai suoi parenti, una
chance di partecipare a questo dolore, laddove è giusto ricordare di nuovo
il detto di Goethe secondo cui «i dolori possono essere capiti, solo da
chi li ha personalmente provati». Anche questo è un punto di vista sul
quale sin dall’antichità è stata richiamata l’attenzione della medicina.
Che forse il medico può capire solo quei pazienti le cui malattie egli ha
già avuto. Infine – anche questo è qualcosa che nel contatto con il
sofferente gli si può sempre offrire – gli si faccia capire che nel dolore
si manifesta anche una dimensione antropologica, oppure una
metafisico-filosofica, nel senso che quel contrasto che noi avvertiamo
fondamentalmente tra le idee e il mondo della realtà, trova qui ciò che vi
corrisponde sul piano corporeo, mentre all'uomo religioso si farà vedere
che nel dolore si esprime il contrasto tra la vita terrena e quella
nell’Aldilà. In altre parole si dovrebbe trasformare la medicina da
tecnica di guarigione in cultura della guarigione in modo che nella
conoscenza scientifica, a contatto con il dolore, nella descrizione e
anche nelle risposte terapeutiche, essa tenga presente queste altre
dimensioni del dolore, che noi possiamo acquisire dalla storia culturale
del dolore.
Ci sono due titoli di due libri contemporanei che forse dicono con
particolare esattezza quali sono le dimensioni, qual è l’orientamento da
tenere quando si è a contatto con i dolori. Il primo titolo proviene da
Gadda ed è La cognizione del dolore. Resta sempre molto importante
fare in modo che alla descrizione scientifica, scientitifico-naturale e
fenomenologica non sfugga che cosa è il dolore. Questo resta uno dei
compiti essenziali insieme a quello di cercare ancora nella biochimica e
nella chimica altre possibilità di affrontare il dolore sul piano
terapeutico. L’altro titolo proviene da Neruda ed è Trasformare in
speranza il dolore del mondo. Questo è il secondo compito, quello di
vedere in che modo l’uomo che soffre, in che modo tutti noi che soffriamo
a contatto con il dolore, possiamo acquisire una dimensione di speranza,
guardare avanti e vedere una possibilità di integrare costruttivamente
nella vita il dolore e la sofferenza.
8 - In che misura il concetto che noi possediamo del dolore e il senso
che gli attribuiamo influiscono sulla prassi medica?
Per la medicina e la sua terapia ha una grande importanza qual è il
concetto di dolore che le sta alla base. Una tecnica della guarigione può
definire il dolore come un guasto di una macchina mentre una cultura della
guarigione partirà sempre dalla dimensione antropologica, cosmologica e
anche metafisica del dolore. Vi sono delle relazioni assolutamente chiare
infatti tra la terapia e il concetto del dolore. Se noi siamo in grado di
definire il dolore solo sul piano biologico, nella terapia ci muoveremo
soltanto sul piano biologico. Se noi invece comprendiamo il dolore come un
fenomeno sociale, psicologico, sensato, anche nella terapia dovremo
misurarci con queste dimensioni psicologiche e sociologiche. Il concetto
moderno di una cura palliativa, che è stato adesso discusso in un
congresso a Parigi a cui è seguito subito dopo un altro in Assisi, un tale
concetto oltrepassa l’immediata lotta al dolore, ma comporta piuttosto che
il sofferente, l’uomo che ha dolori, venga assistito sul piano psichico,
sociale, e culturale e può a ragione farsi guidare dall’idea che, se
vengono presi in considerazione anche questi piani ulteriori, l’immediato
dolore fisico può essere sopportato più facilmente, forse addirittura lo
si può superare più facilmente. Sul piano di una cultura della guarigione
resta comunque sempre importante chiedersi qual è il significato che si
attribuisce al dolore. Molti filosofi possono farci da stimolo, molti di
essi durante questa lezione sono gia stati nominati. Si dovrebbe sempre
ricordare Kant che ha detto che «nel dolore noi sentiamo un aculeo che ci
spinge ad agire» e che «solo con questo aculeo a essere attivi noi
percepiamo la nostra esistenza». Ma non si dovrebbe neanche dimenticare il
detto di Rilke - e una medicina come cultura della guarigione farà sempre
bene ad ascoltare i poeti - secondo cui «il dolore ci porta spesso in
regioni incommensurabili per le quali a stento abbiamo un linguaggio», e
che la poesia - lo stesso Rilke ne è un ottimo esempio - può esserci
d’aiuto in queste regioni incommensurabili, per sviluppare un linguaggio e
per trovare una parola che possa essere compresa dal medico, dal paziente
e da chi ci sta intorno.
Abstract:
Il dolore è uno dei temi fondamentali della medicina, per spiegarne le
connotazioni non solo fisiche, ma anche sociali e psicologiche Dietrich von
Engelhardt presenta l'immagine di Laocoonte (1). La medicina antica ha
inquadrato il dolore nello schema cosmologico ippocratico, combattendolo
spesso solo con palliativi, come del resto avveniva nel Medioevo (2).
L'epoca moderna si trova sotto l'insegna della divisione cartesiana di corpo
ed anima e si disinteressa degli altri aspetti del dolore; von Engelhardt
ricorda i progressi resi possibili dall'anestesia, che ha trasformato le
tecniche per lenire il dolore; attualmente si ha un gran numero di teorie e
terapie in proposito, con una ripresa dell'attenzione per gli aspetti
sociopsicologici, filosofici ed artistici (3). I vari popoli hanno
sviluppato linguaggi differenti per esprimere il dolore e per interrogarsi
sul suo senso, che certo va al di là del rapporto tra medico e paziente e
coinvolge anche l'aspetto sociale, se non altro per l'isolamento cui
costringe; le possibilità dell'anestesia hanno messo in crisi una certa
visione cristiana ed antropologica del dolore, lo studio della dimensione
sociopsicologica ha invece aperto nuove dimensioni, lasciando intravedere
anche la presenza di dolori immaginati (4). Nell'antichità si riteneva che
il dolore avesse un senso sulla base di un'antropologia cosmologica; da
Aristotele era considerato come “passione”, nel Medioevo lo si collocò in
una visione trascendente della realtà come partecipazione alla passione di
Cristo, anche se Agostino metteva in guardia dal non amarlo. Von Engelhardt
ricorda anche la figura di Hildegard von Bingen, medico medievale, che
riuscì a dare senso alle sue sofferenze; nonostante la scissione tra anima e
corpo introdotta dalla filosofia cartesiana, anche nell'epoca moderna ci si
è interrogati sul senso del dolore, per esempio in Montaigne, che rifletteva
sull'importanza di conservare la ragione, in Pascal, che vi individuava
l'esperienza del distacco dai beni materiali, oppure in Hölderlin che
riprendeva concezioni antiche nel considerare la malattia come inviata dagli
dèi (5). Per Hegel il dolore è il privilegio degli esseri più elevati, anche
Novalis e Leopardi gli hanno attribuito un significato molto alto, nel XX
secolo la corrente della medicina antropologica ha riflettuto
sull'esperienza del dolore, sottolineandone il senso (Scheler) o mettendo in
guardia dalla sua idealizzazione (Jaspers), in proposito von Engelhardt
ricorda il suicidio di Kleist come esempio di un’inversione di valori (6).
Il dolore costituisce un anello di congiunzione tra natura e cultura, così
come la medicina, nel suo confrontarsi con il dolore, deve porsi a cavallo
tra le scienze della natura e quelle dello spirito, affrontando il dolore
non solo sul piano fisiologico e psicologico ma interrogandosi anche, per
esempio, sul suo senso filogenetico ed ontogenetico, antropologico e
filosofico e diventando pertanto cultura della guarigione e non semplice
tecnica (7). Ricordando il titolo di un celebre libro di Gadda, von
Engelhardt sottolinea l'importanza della “cognizione” scientifica del
dolore; rifacendosi a Neruda mette poi in risalto la dimensione di speranza
che deve essere mantenuta (8). La cultura della guarigione deve tener conto
delle dimensioni culturali: già la cura palliativa riconosce la necessità di
un'assistenza psicologica per sopportare meglio il dolore; per concludere
von Engelhardt si riferisce a Kant, secondo cui il dolore è una spinta ad
agire, e a Rilke, che assimilò l'esperienza inesprimibile ed
incommensurabile del dolore al linguaggio poetico (9).
Biografia
di Dietrich von Engelhardt
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