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Intervista
ADOLESCENZA E SEGRETI
Paolo Crepet
Quando un adolescente scrive sul proprio diario, con chi
intende comunicare?
La coscienza di Zeno, Il diario di Anna Frank, I quaderni dal carcere, Le
ragazze scrivono più dei ragazzi, Diario e ribellione.
Liceo scientifico Isacco Newton di Roma
CREPET: Sono Paolo Crepet e faccio lo psichiatra, mi occupo di giovani, di
adolescenti e dei loro genitori. Questo è quello che faccio quotidianamente
e questo forse sarà anche l'oggetto della discussione di oggi. Parliamo di
segreto e di un suo simbolo: il diario, una specie di cofanetto della nostra
privacy, che, da sempre, ha avuto un ruolo strategico nella nostra vita e
che, credo, lo abbia anche per voi generazione cibernetica, che avete anche
tanti altri diari in Rete, forse molto più sofisticati di quelli che avevamo
noi.
Adesso c'è una brevissima scheda filmata, dopo di che cominciamo a parlare.
Sally Mara è il personaggio di un romanzo di Raymond Queneau. È una ragazza
irlandese di 18 anni, che ha cominciato a tenere un diario, il giorno della
partenza per Parigi del suo professore di Francese, di cui è segretamente
innamorata. Lui le ha promesso di scriverle, ed è l'attesa delle sue
lettere, rare, ma accompagnate talvolta da alcuni regali, a scandire il
ritmo delle giornate. Le sue prime scoperte in materia di amore, anatomia e
sesso, Sally le fa con un certo ritardo, vista l'età. Man mano che i suoi
orizzonti si allargano però, annota tutto, giorno per giorno. Le pagine che
ne escono sono un miscuglio disordinato di esperienze, impressioni, domande,
scoperte, dalla prima volta che un uomo ha allungato le mani su di lei, alla
relazione tra suo fratello ubriacone e la cuoca, dalla compassione per sua
madre, che è stata abbandonata dal padre, alla scoperta di profumi, vestiti
e biancheria intima, avvenuta grazie alle riviste che, di tanto in tanto, il
malizioso professore le manda dalla Francia. Ogni giorno Sally aggiunge un
episodio, magari del tutto insignificante, o una parola nuova, che comincia
a usare in modo maniacale, perché le sembra che suoni bene. O ancora una
sensazione diversa o un'osservazione sul carattere delle persone che la
circondano. Così Sally capisce pian piano che sta diventando una donna, che
il mondo attorno a lei, con l'eccezione di sua madre, ha smesso di
considerarla una bambina. Succederà anche con l'amato professore, tornato in
visita, che le farà provare l'emozione del primo bacio, un'esperienza
seguita subito dopo dalla perdita della verginità, e, successivamente, dal
matrimonio. Proprio le nozze, però, la portano ad abbandonare la scrittura.
La fase delle scoperte e la necessità di annotarle in un luogo protetto è
terminata e con essa si conclude anche il diario intimo di Sally Mara.
STUDENTE: Professore, nel diario confluiscono varie componenti: il concetto
di segreto, il diritto alla privacy e il bisogno di comunicare. Ma quando un
adolescente scrive sul proprio diario, con chi intende comunicare?
CREPET: Principalmente con se stessi, cioè con quella parte che sta
crescendo, che è l'identità. Scrivere il proprio diario è una possibile
modalità per distinguere e capire, quando finisce l'infanzia e comincia
l'adolescenza, quando un bambino, una bambina non cercano più gli altri, i
genitori, ma si chiudono nella loro stanza: quello è l'inizio
dell'adolescenza. Naturalmente può avvenire in varie età. A volte non
avviene mai. Ci sono degli adolescenti che hanno una settantina d'anni. Sono
dei signori - lo vediamo tutti i giorni -, che sono molto adolescenti anche
quando dovrebbero essere molto maturi. C'è la necessità di stare soli, la
necessità di avere un proprio mondo, la necessità di essere autarchici, cioè
di badare a se stessi, non dico dal punto di vista economico, dico dal punto
di vista, per esempio, sentimentale. Non dover dire tutto alla mamma, al
papà, allo zio, al fratello grande e nemmeno agli amici. Il diario è il
massimo del segreto possibile. Ha un'ambiguità: è scritto, quindi come tale
potrebbe essere letto, potrebbe essere violato, e questa possibilità questo
naturalmente piace: È come lasciare una busta chiusa su un tavolo. È chiusa,
ma è sul tavolo, è su un luogo pubblico. La potrebbe vedere la mamma, le
potrebbe venir la curiosità di sapere cosa c'è scritto e naturalmente questo
fa parte dell'ambiguità del rapporto tra giovani e adulti.
STUDENTESSA: Per un certo periodo di tempo ho tenuto un diario segreto,
perché mi serviva come sfogo o comunque per annotare un fatto, per non
dimenticarlo mai. Adesso non lo scrivo più perché riesco a parlare dei miei
fatti privati un po' con tutti. Comunque penso che quella del diario sia
stata un'esperienza importante, anche perché lo scrivere aiuta a riordinare
le idee. Secondo Lei questo è possibile solo per gli adolescenti, che
attraversano una fase della loro vita piena di incertezze, o, anche per gli
adulti?
CREPET: Ma, naturalmente, ognuno la pensa in maniera diversa. Quello che vi
posso dire, sulla base della mia esperienza professionale, è che di
segretezza noi abbiamo bisogno come dell'aria che respiriamo, a tutte le
età. Io credo che oggi noi stiamo attraversando un periodo particolarmente
volgare, da questo punto di vista, in cui tutta la parte di intimità è
spiattellata in pubblico. Ci sono dei signori e delle signore molto noti
della nostra società, che annunciano i essere rimaste incinte, per esempio.
Fanno una conferenza stampa. Oppure chiamano i fotografi quando nasce il
proprio figlio, oppure annunciano via fax di essersi "sfidanzati". Per
arrivare poi ai casi più clamorosi. Il Presidente degli Stati Uniti, che è
costretto coram populo mondiale a parlare dei fatti suoi - perché fatti suoi
sono! di quello che fa o non fa o che, se mai, interessa forse sua moglie,
ma non certo il mondo. Per questo uno dei tre oggetti che ho scelto per
parlare oggi con voi è un disco di Lucio Battisti, perché noi siamo reduci
da un altro di questi esempi di scempio dell'intimità, della segretezza.
Lucio Battisti ha deciso, essendo un uomo molto popolare, di non esserlo, di
essere segreto a se stesso, di farsi i fatti suoi, in casa sua, di morire
come vuole, dove vuole, senza dovere dire la diagnosi a chiunque. Questa è
stata una cosa che ha irritato la gran parte dei giornalisti, la gran parte
della stampa e una parte dell'opinione pubblica, che, affamata di questo,
vorrebbe sapere quanti globuli rossi erano scesi, possibilmente se aveva
l'AIDS o chissà quale altra tremenda malattia, per poi dire: "Ecco, vedi,
l'avevo visto un po' magrino". Tutto questo credo che faccia parte di un
orrendo mondo e società, in cui l'intimità, il segreto, è sparito. E questo
è un guaio enorme, perché noi abbiamo bisogno della nostra identità, in
quanto anche parte occulta, parte segreta, parte celata. Noi abbiamo bisogno
anche di una nostra doppia vita. Questo non vuole dire elogio all'ambiguità,
vuol dire l'elogio alla nostra segreta intimità.
STUDENTESSA: Spesso il diario viene visto come uno
strumento di sfogo, un modo per isolarsi dall'esterno. Ma mettere per
iscritto le proprie emozioni, le proprie sensazioni, le proprie esperienze
non significa in qualche modo anche essere legati ai propri ricordi, non
voler dimenticare il percorso che in adolescenza si è fatto?
CREPET: Questo bisognerebbe poterlo dire ad un'età che non è la sua. Lei
dovrebbe dirlo tra quarant'anni e vorrei vedere se Lei - non dubito,
potrebbe anche essere -, ha davvero voglia di andare a vedere quei giorni. A
volte sì. Io personalmente non sarei così curioso - se mai trovassi il
diario di quando facevo il liceo - in questo momento della mia vita non
vorrei andarlo a leggere. Credo dipende molto dalla vita che si conduce,
dall'epoca in cui questa voglia o rifiuto affiorano. E quindi credo che non
è sempre detto che noi vogliamo andare a vedere. È come sfogliare un album
di fotografie di famiglia. Ci sono dei momenti a volte tristi, in cui uno ha
bisogno di scovare nel passato, come un barbone fa con la spazzatura. Andare
a ritrovare qualche cosa, non sa bene che cosa, ma c'è qualche cosa, qualche
cosa di affettivo, qualche cosa che ti dia un minimo di amore, forse in un
momento che di amore non ne ricevi molto. Allora, forse, una fotografia di
una persona scomparsa, di una persona a cui eri legata, questo ti fa un
enorme piacere. Altre volte hai bisogno di allontanare tutto questo, perché
fonte di dolore. Quindi non è detto. L'importante è avere gli strumenti.
Questa è la grande libertà di cui dovremmo poter godere; dopo di che, se uno
li vuole questi strumenti, li usa, altre volte li lascia lì, in un vasetto,
chiuso, buoni per la prossima volta.
STUDENTE: Possiamo dire che esistono due tipi di diario:
il primo inteso come opera letteraria, come per esempio può esserlo La
coscienza di Zeno, mentre il secondo è un libro, che parte da un diario
segreto, per poi divenire di dominio pubblico, attraverso la stampa, come
può esserlo il Diario di Anna Frank. Bene nel primo esempio, essendo il
diario di un adulto, ha principalmente una funzione terapeutica, mentre il
secondo, diciamo, ha in sé la richiesta di aiuto di una ragazza, appunto,
nel tempo della guerra. Il dato base è che comunque, che sia l'adolescente a
scrivere o che sia l'adulto, il diario ha in sé sempre
un messaggio. Lei che cosa ne pensa al riguardo?
CREPET: Penso che siano due esempi molto lontani tra loro. C'è un uso
sociale - lei ha citato Anna Frank, io potrei citarle i quaderni di Gramsci,
I quaderni dal carcere. Cioè ci sono state persone, che, in alcune occasioni
della loro vita, - penso, per esempio, alla vita confinata di una persona
che è stata ingiustamente, come è stato nel caso di Gramsci, confinato in
una galera, e da lì trova nel diario, nei quaderni, nella corrispondenza che
può avere un carcerato, l'unica speranza, cioè quella pedagogica, di
insegnare qualche cosa. Tant'è vero che molte delle lettere di Gramsci erano
poi indirizzate a un bambino. Così come Anna Frank probabilmente,
consapevolmente o no, sapeva di avere una sorta di ruolo storico,
straordinario, che era quello di raccontare un periodo della storia
particolarmente infame, che è stato il nazismo, con tutto quello che è
accaduto intorno al nazismo, e di dover essere protagonista di quella cosa.
Poi c'è invece una battaglia interiore, che è il dolore della propria vita,
il dolore dell'esistere, che è il diario che può tenere una persona,
raccontando a se stesso i propri nodi di vita. Su questa seconda cosa ho
qualche dubbio che necessariamente debbano essere pubblicate. C'è una sorta
di esibizionismo, a volte succede, delle proprie malattie e del proprio
malessere, che non sempre trovo giustificato. Io credo in una forma privata
del dolore. Dopo di che esistono persone speciali, a cui tu consegni questo
dolore, che può essere un amico, può essere uno psichiatra, può essere un
prete, può essere la zia che ti è tanto simpatica. Non cambia molto
naturalmente, però ho qualche dubbio sul fatto che tu debba ammorbare il
mondo con i tuoi dolori esistenziali. Questo a volte è una sorta di
nichilismo psicoanalitico, che io non ho mai amato molto, facendo pur questo
mestiere.
STUDENTE: Spesso nella fase dell'adolescenza sono più volte le ragazze che
scrivono che non i ragazzi. Forse per una diversa sensibilità? O forse sono
altri i motivi che spingono di più le ragazze a scrivere, mentre i ragazzi
si svelano in altri modi?
CREPET: Questo credo che sia un connotato storico della condizione dell'uomo
e della donna. Spero che per voi sia un po' diverso, rispetto alle
generazioni precedenti. Io sono stato giovane, ho passato buona parte della
mia giovinezza al bar-biliardo, che era un luogo dove i ragazzi, solo i
ragazzi, si incontravano. Si parlava di donne, di motorini e di quant'altro.
E forse quelli erano i fogli del nostro diario, abbastanza beceri,
superficiali, a volte anche un po' volgarotti, niente di cui essere molto
orgogliosi. Ma allora funzionava così, perché funzionava una sorta di catena
tra di noi, di affettività, di riconoscibilità del gruppo. Ecco, spesso le
donne, ma io penso che le generazioni stiano cambiando - e molto -, le
ragazze ai miei tempi uscivano un po' di meno che i ragazzi. Adesso spero
bene che le cose siano diverse. Per cui il ricorso ad uno strumento
intimistico com'è il diario, era quasi forzato. Abbiamo sentito una
bellissima pagina nel filmato. Un quadro ottocentesco, in cui la donna
segretamente amava una persona. Non lo poteva dire a nessuno, perché non
sarebbe stata compresa, anzi sarebbe stata vilipesa per quell'amore. Io
credo che oggi una ragazza va in discoteca e dice di amare sconsideratamente
il professore di Latino. Non credo che succeda niente, spero, se non per il
professore di Latino.
STUDENTESSA: Volevo sapere se il diario di un adolescente
può essere considerato l'inizio di un processo di ribellione nei confronti
delle cosiddette figure genitoriali.
CREPET: Credo di sì, così come tanti altri strumenti della crescita. La
ribellione e il conflitto sono necessari, nel senso che sono una disperata
lotta per affermare la propria diversità, disperata perché non sempre è
coronata dal successo. La maggioranza di noi è destinata ad essere uguale a
tutti gli altri, perché è più forte la pedagogia, sono più forti le
istituzioni, è più forte la morale, più forte della nostra creatività, della
nostra soggettività, della nostra capacità di esprimere noi stessi; il
diario è una possibilità, una piccola possibilità, come sarebbe quella di
dipingere: dipingi come vuoi tu, non dipingi come vuole la mamma, no? Quindi
è un'espressione di sé. A volte questo è elemento di turbativa, proprio
perché gli adulti, noi, vorremmo che voi foste nostre imitazioni. I genitori
sono abituati a pensare ai figli soprattutto come dei cloni. Vorrebbero che
assomigliassero terribilmente al papà e alla mamma. E questo è sconsiderato
secondo me, assolutamente sconsiderato. Noi dovremmo amare i nostri figli
perché sono diversi, ognuno per il suo talento, ognuno per le sue capacità,
ognuno per il suo tipo di creatività. Guai a essere tutti uguali, guai a
andare tutti bene a scuola. Non si capisce più niente. Se voi prendeste
tutti nove in tutte le materie, sareste un ammasso indistinto di persone che
hanno solo in comune una età. Fortunatamente siete persone tutte diverse,
con storie diverse, con affettività diverse, con capacità di relazione
diverse, con intelligenze e talenti diversi. Non serve che prendiate tutti
nove. Ma la scuola è fatta così. Voi eravate molto espressivi a cinque anni.
Farete la maturità, diventerete dei cubetti, tutti Verga nello stesso modo,
da Bolzano a Trapani. Uno squallore!
STUDENTESSA: Non crede che spesso noi ragazze preferiamo scrivere invece di
parlare, perché così evitiamo il confronto e le eventuali reazioni negative
col nostro interlocutore?
CREPET: Penso proprio di sì. Penso che la scrittura sia uno strumento di
creazione di uno specchio, in cui ci si può "leggere". Questo credo che
faccia parte della difficoltà di leggere il diario il giorno dopo. Molte
volte scriviamo delle cose, sull'onda delle emozioni: un grande amore, un
grande innamoramento. Però se uno va a leggere una settimana dopo, magari si
vergogna di quelle parole, perché erano troppo enfatiche, ti sembra di
essere un po' troppo gasata, un po' troppo fuori dalle righe. Invece è utile
sapere che noi siamo anche tante montagne russe, in cui si va su con grandi
emozioni e poi si sprofonda anche con un po' di sconforto. Quindi il diario
è un contenitore di grandi onde emozionali, emotive, che sono importanti.
Noi non siamo una cosa, siamo tante cose. A un'ora di distanza non ci
riconosciamo più come deve essere.
STUDENTESSA: Ma forse il fatto stesso di scrivere il diario sta nella
speranza che qualcuno poi lo legga.
CREPET: Certo!
STUDENTESSA: Non è una cosa per noi.
CREPET: Non per tutti. Io credo che ci sia una versione autentica del
diario, cioè quella: "Io scrivo per me e per nessun'altro che me". Tant'è
vero che a volte si bruciano i diari, così come si bruciano le lettere
d'amore, o le poesie. Perché? Erano dettate ad una persona. È come un amore,
un amore immaginario, che sono gli amori più perfetti, perché iniziano
quando vuoi e si smettono quando vuoi. Quelli invece corrisposti sono un po'
più complicati e difficili da gestire. A volte, sono d'accordo con te, c'è
un'esigenza di scrivere nella segreta speranza che tua madre capisca. Là
dove non c'è una comunicazione verbale, là dove non c'è una comunicazione
emotiva, allora vorresti in qualche modo surrettiziamente parlare a quella
mamma che vuoi - e che non c'è -, dicendo di te cose che tua madre non sa o
non vuole sapere. Allora non sempre questa cosa funziona. A volte ha
funzionato. Comunque io penso che ci sia sempre un diritto del giovane,
dell'adolescente a tenersi il segreto. Guai a noi adulti a profanare quel
segreto. Solo se richiesti. Non c'è eccezione alcuna. Quando i genitori mi
dicono: "Ma io l'ho dovuto fare perché si stava perdendo, aveva preso una
brutta strada, volevo capire", rispondo che non si capisce rubando una
pagina di diario. Non si capirà mai un figlio. Avremo rubato un giorno a un
figlio, ma non l'avremo conosciuto di più. Nessun genitore ha capito
qualcosa di suo figlio frugandogli le tasche o guardando nella borsetta,
perché vuol dire che non c'è quella capacità, che non c'è quell'intimità,
non c'è quell'empatia. E non la si crea certamente rubandola, anzi si crea
ancora più distanza, perché quando poi il figlio lo scoprirà quel divario
sarà diventato enorme. Non si fiderà più, neanche della mamma. E si isolerà.
Questo è un rischio enorme.
STUDENTESSA: Quando avevo 14 anni, scrivevo il mio diario
segreto, ma penso che nel mio caso fosse una forma di immaturità, perché
avevo paura di comunicare con gli altri e di essere giudicata. Ma lei pensa
che tutti i casi, di ragazzi e ragazze, che scrivono un diario segreto,
siano una forma di immaturità?
CREPET: No, credo che sia più spesso una forma di infelicità. Credo che i
diari siano stati soprattutto inventati dalle persone infelici. La felicità
di solito porta a contatti, amicizie, amori. E quindi quella forma di
comunicazione si sprigiona già con l'interlocutore naturale: il tuo ragazzo,
i tuoi genitori, con cui hai un buon rapporto, insomma le forme realizzate
della tua vita. Quando questo ti è negato in qualche modo, quando soffri, la
sofferenza a volte è muta, non trova un interlocutore. E allora il diario in
qualche modo ti aiuta, è l'ultimo amico segreto, è l'ultimo interlocutore
possibile, formidabile. Guai al sofferente che avesse perso l'ultima pagina
di carta su cui scrivere. Ci sarebbero state molte più morti nella storia
dell'umanità, se non ci fossero i diari, perché i diari contengono, è
l'ultima sacca, è l'ultima tasca, dove puoi mettere un po' della tua
infelicità, un po' della tua imperfezione. Per questo poi, a distanza di
anni, a volte, non la vuoi leggere quella cosa. Questo è un motivo per cui
non vorrei leggere le mie pagine adolescenziali.
STUDENTESSA: Finora abbiamo parlato del diario, visto come mezzo di sfogo,
all'interno del quale la ragazza, in modo particolare, mette a nudo le
proprie emozioni e i propri sentimenti. Ma, a mio parere, è molto più
semplice sfogarsi del tutto su un pezzo di carta che poi sappiamo di poter
gettare, invece che su un diario che resta e che può essere alla portata di
tutti.
CREPET: In questo caso bisogna usare dei diari con gli anelli. No, non è una
battuta, nel senso che non vedo il diario come un archivio di stato della
nostra vita. Se lo pensassimo così, sarebbe incombente, una cosa
insopportabile, cioè quasi da servizi segreti. Ecco, noi non dobbiamo avere
una zona, che è il Viminale, dove vengono archiviati tutti i nostri anni,
non si possono cancellare, rimarranno scolpiti sulla pietra. No. Dobbiamo
pensare di avere la libertà anche di cancellare. Poi magari te ne penti. Io
mi sono pentito di avere bruciato pagine e pagine che avevo scritto ad una
ragazza di cui ero follemente innamorato. Però le ho buttate via. In quel
momento funzionava così, dovevo farlo, dovevo bruciare quel dolore. Forse
adesso, a tanti anni di distanza, forse lo vedrei con occhi diversi, forse
mi coccolerei. Però credo che ci sia questo, insomma. Poi naturalmente i
diari non sono solo i cahiers de doléances della nostra vita, dove ci va
tutta l'infelicità del mondo. Credo che si scriva anche quando le cose
vadano bene, quando sei felice, quando sei contenta, quando finalmente
Stefano, che non ti badava da mesi, finalmente ti ha invitato a mangiare una
pizza. Credo che sia una buona notizia da scrivere sul diario. Tra cinque
anni magari non saprai neanche più chi era Stefano, ma in quel momento lì
andava bene.
STUDENTESSA: Lo scrivere un diario, qualsiasi che sia, un diario personale,
anche un diario scolastico, non potrebbe essere comunque una sorta di
isolamento? Il mio diario personale lo leggo solo io, è un isolamento, cioè
io mi isolo in questo territorio protetto.
CREPET: Ma io credo che questo dipenda in qualche modo da un difetto della
scuola italiana, che è quello di non accettare, di non consumare all'interno
del tempo della scuola il tempo delle emozioni, di aver separato le emozioni
dalla scuola. Questo credo che sia un difetto spaventoso. Io credo che un
ragazzo non debba andare a scuola per imparare a memoria Carducci o per
tradurre dal greco. Io credo che vada a scuola perché è il suo tempo, il suo
spazio, il suo luogo, dunque il luogo anche delle sue conoscenze, ma anche
delle sue emozioni, dei suoi affetti. Perché non si può parlare di
innamorarsi a scuola? Ma non nei corridoi, non dentro i bagni, non nei
minuti rubati, non nella settimana bianca, ma durante la lezione, non di
Religione, ma di Latino, di Matematica. Perché io credo che un insegnante
debba occuparsi - non intrufolarsi nei vostri sentimenti -, ma occuparsi dei
vostri sentimenti. Perché, per esempio, questo misura la vostra capacità di
amarvi. Non è possibile amare, se non vi amate, non è possibile essere
capaci di amare nella vita, se non ci si ama un poco. E come si fa a sapere
se una persona ha stima di se stesso, quando ha la vostra età? Perché sa
tradurre Cicerone? No. Ecco. Allora la storia affettiva, la quotidianità
affettiva emozionale è una parte fondamentale e strategica della vostra
crescita. Voi andrete bene a scuola se vi riuscite ad amare. Una persona che
ha stima di sé, all'interrogazione fa bene, anche se non ha studiato niente,
perché è simpatico, estroverso, se la cava, s'arrampica sugli specchi. Una
persona che non ha stima di sé, può studiare per delle settimane, basta un
colpo di tosse e scivola, si innervosisce, pensa che lo odiano tutti, che
hanno scoperto tutti che non vale niente. Vedete? Allora i sentimenti, fin
che sono relegati in un diario, fin che sono relegati solo in una parte
segreta, vuol dire che noi adulti e voi giovani non comunichiamo su nulla,
solo sul razionale, mentre noi dobbiamo comunicare anche sull'irrazionale.
Non possiamo comunicare solo sui soldi che vi diamo, sul motorino che vi
compriamo, sul sette in Latino che prendete. Quella è la parte più stupida e
più superficiale che ci sia. Io voglio sapere se tu ti sei innamorata quest'anno,
com'è andata, ma non per farmi i fatti tuoi. Non mi interessa sapere se si
chiamava Claudio o Giovanni. Voglio sapere se tu ti senti contenta in quello
che hai fatto. Un genitore non deve mai domandare: "Che cosa hai fatto",
cosa che domandano tutti i vostri genitori, quando tornate alle due di
notte, ma "Come sei stata". Tanto non glielo dite cosa avete fatto. Sarebbe
una malattia mentale quella di raccontare i fatti propri ai genitori.
STUDENTE: Molti argomenti che andrebbero scritti in un diario, vengono
invece inseriti in trasmissioni televisive, dove avvengono poi pubbliche
confessioni. Questo da che cosa dipende? Da una estrema insicurezza delle
persone, oppure da una mania di protagonismo? Perché, poi, questa gente ha
bisogno - sembra - di una giustificazione popolare di quello che ha fatto.
CREPET: Ma quella è una delle versioni più raccapriccianti del mondo di
oggi. Prima di tutto perché è falso. È tutto falso. Queste trasmissioni in
cui i giovani simulano una discussione tra di loro o i genitori con i loro
figli simulano un chiarimento o una baruffa familiare a me fa pietà, pietà
per chi ci va e pietà per chi ascolta, naturalmente. È un voyeurismo. Siamo
tutti guardoni dei fatti degli altri. Torno al discorso di prima: la
mancanza di intimità toglie spessore alla nostra vita. Quando siamo tutti
così permeabili, quando non esiste più intimità, spazio segreto, legittimità
dello spazio segreto, vuol dire che non esiste più la nostra identità. Siamo
ciò che la televisione vuole o ciò che la Maria De Filippi vuole. Dipende
dai gusti.
STUDENTE: Abbiamo qui in studio una postazione Internet e cercando abbiamo
trovato un sito dove c'è la recensione del Suo libro, Solitudini, della
Biblioteca del Comune di Prato, qui al sito Internet www.comune.prato.it,
dove appunto c'è la reazione del Suo libro, ed è abbastanza interessante.
Abbiamo anche trovato il Diario di Anna Frank - c'è un'altra recensione -
sul sito del CNR. Poi abbiamo anche trovato un diario virtuale, quindi un
sito Internet, dove noi ragazzi possiamo scrivere le frasi che troviamo
caratteristiche, che ci hanno colpito, che ci vengono in mente, e vogliamo
che la gente sappia, sia a conoscenza di quello che noi pensiamo. Ma abbiamo
anche trovato che possiamo scrivere delle poesie su questo sito. Attraverso
Internet il mondo può venire a conoscenza di quello che noi pensiamo.
CREPET: Cerchiamo di capirci. Io credo che il diario debba contenere una
parte non comunicabile. Se il nostro diario fosse completamente mandato via
Internet, credo che finirebbe la funzione del diario. Credo che ci sia una
differenza tra le letture che a te piacciono, le poesie che ti hanno
incantato, le emozioni che hai provato. E questo credo che sia bello,
straordinario, stupefacente, che oggi i giovani come voi possano comunicare
questo al mondo, al pianeta intero. Questo è una cosa straordinaria. Una
volta si poteva farlo sì e no, con i ragazzi del proprio quartiere, del
proprio vicolo. Quindi questo è straordinario, però guai a mandare via
Internet la propria anima.
STUDENTE: Magari però mandiamo via Internet determinate
cose che noi vogliamo che gli altri sappiano, per condividere determinate
cose, le nostre emozioni; è importante, perché così qualcun altro sa di
provare le stesse cose che proviamo noi. È anche un aiuto.CREPET:
Naturalmente sì, anche se poi le emozioni non possono essere comunicate Via
Internet. Le emozioni sono anche lo sguardo, l'odore, una carezza. Non si
può essere diventati così algidi che l'unica emozione che possiamo avere è
mandare una poesia a un ragazzo sconosciuto di Okinawa. Credo che dobbiamo
anche avere la possibilità di mandarla a quello del piano di sotto,
sperando, domani, di vederci al bar. Quindi le emozioni sono anche pratica
emotiva, sono anche comunicazione emotiva, non solo via Internet. E questo
credo che sia importante. Poi, comunque, mantenere un pezzo di anima per sé.
E questo il diario più segreto lo deve contenere. E questo è quello che
nessuno di voi saprà e nessuno di voi deve sapere.
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