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LETTERA APERTA di ANIPIO |
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Agli assessorati regionali alla sanità Ai Presidenti dei Collegi IPASVI Alla Federazione IPASVI Ai Presidenti delle Associazioni Infermieristiche Agli organi di stampa
INFEZIONI E PULIZIA: QUAL È IL VERO RISCHIO?
Dopo lo scalpore suscitato dall'inchiesta di Fabrizio Gatti sulle condizioni igieniche in cui versa il policlinico Umberto I di Roma, pubblicata sull'Espresso del 11 gennaio 2007, riteniamo urgente fare chiarezza sul rapporto esistente tra quanto visto e la possibilità di ammalarsi a causa di ciò. La voce è quella dell'associazione che in Italia raggruppa infermieri (e non solo) che si occupano di infezioni ospedaliere (ANIPIO) e che, per conoscenza del problema e degli studi sulle patologie considerate, nonché per esperienza diretta, è in grado di suggerire una chiave di lettura che dia il giusto peso alle cause e ai veri rischi. Pur convenendo sulla non accettabilità di alcune condizioni di degrado e sui comportamenti incivili di chi (lavoratore, visitatore o utente) fuma in locali dove vige il divieto, è doveroso chiarire quello che il mondo scientifico conosce bene da tempo: le Infezioni Correlate alle Pratiche Assistenziali (ICPA) non sono intrinseche alla struttura ospedaliera ma alle prestazioni sanitarie. Il momento più a rischio è infatti quello in cui il paziente è sottoposto a una pratica cosiddetta “invasiva”, cioè quando i suoi meccanismi di difesa sono oltrepassati con aghi, bisturi, sonde o cateteri, o anche attraverso pratiche meno invasive come la somministrazione di trattamenti che riducono la capacità di difesa nei confronti di germi anche banali. Nell'inchiesta si fa riferimento alle percentuali di infezioni ospedaliere rilevate in Italia e al numero di morti causato dalle infezioni, e possiamo confermare che sono tutti dati veri, ma quanti di questi sono determinati da un corridoio sporco o dal fatto che barelle e carrozzine transitano vicino ai sacchi dei rifiuti? Non sono queste le vere cause: i responsabili si chiamano per esempio Stafilococco aureo (in particolare i ceppi resistenti a molti antibiotici tra cui il cosiddetto MRSA), Acinetobacter o Pseudomonas e non contagiano le persone per il fatto di trovarsi su un pavimento sporco o dentro un sacco di immondizia, perché ammesso che questi microbi siano presenti lì qualcuno ci deve spiegare come riescano a fare il salto sui malati che passano accanto. Ci sono poi altri tipi di microrganismi, quelli che si trasmettono da una persona a un’altra attraverso goccioline o attraverso l’aria, come ad esempio l’influenza e la tubercolosi, ma ancora una volta non hanno nulla a che fare con pavimenti e rifiuti. Queste sono situazioni di degrado ambientale e di inefficienza organizzativa che possono in qualche modo essere lo specchio di una scarsa attenzione ma che non sono direttamente responsabili dello sviluppo di un’infezione. Ma allora quali sono le vere cause delle infezioni dovute alle cure sanitarie? Autorevoli studi e organizzazioni di livello internazionale concordano nell’affermare che queste vadano ricercate soprattutto nel mancato rispetto di alcune norme di prevenzione basilari, oltre che nell’uso scorretto di antibiotici e nell’aumentato numero di persone a rischio: questo contribuisce a spiegare perché, nonostante i sempre più elevati standard terapeutici e igienici, le infezioni ospedaliere non siano
complessivamente diminuite negli ultimi 30 anni; si sono però modificate qualitativamente, approfittando della diversa suscettibilità dei malati, delle mutate condizioni sociali e aggirando l’ostacolo degli antibiotici. Dei veri modelli di opportunismo, e infatti molti microrganismi sono stati perciò ribattezzati “emergenti” o “opportunisti”. Un discorso a parte meritano le regole preventive, quelle che tutti dovremmo adottare. Prima fra tutte l’igiene delle mani quando si passa da un paziente ad un altro e dopo aver toccato superfici o oggetti che possono essere contaminati anche se non appaiono visivamente sporchi (i microbi ci sono anche se non si vedono!). Anche le mani dei pazienti possono contaminare e contaminarsi, ma più difficilmente di quelle degli operatori toccano ferite, cateteri, flebo e soprattutto raramente passano da una persona all’altra. Le raccomandazioni prevedono che anche se si usano i guanti le mani vanno lavate o trattate con apposite soluzioni disinfettanti. Esistono poi altri sistemi per evitare di trasportare i microbi da una persona assistita all’altra: ad esempio camici monouso per evitare di sporcare la divisa, che devono essere cambiati quando si contaminano e, visto che devono proteggere, non vanno indossati aperti o svolazzanti. Di nessuna utilità sono invece le coperture per le scarpe, in quanto quello che sta sotto le suole rimane confinato al pavimento, ed è più facile trasportarlo su un paziente contaminandosi le mani per mettere o togliere queste coperture. Un discorso a parte meritano le procedure cosiddette a rischio, come quelle invasive: un intervento chirurgico richiede un tipo di preparazione specifica degli operatori; per pungere una vena periferica o per fare una gastroscopia le precauzioni da adottare sono ancora diverse, e molto importanti risultano anche le modalità con cui sono poi lavati, disinfettati o sterilizzati gli strumenti impiegati. E così capita di entrare in un ristorante, in un autogrill, andare in bagno e trovare file di lavandini con rubinetti a pedali, fotocellule, asciugamani di carta, ad aria e chi più ne ha più ne metta e poi trovarsi all’interno di una struttura sanitaria e accorgersi della carenza di lavandini e di distributori di salviette di carta. E pensare che è dal 1870 che si parla di igiene delle mani… Si entra in una struttura ospedaliera e ci si accorge come in alcuni casi gli operatori debbono lavare ancora manualmente tutto lo strumentario chirurgico utilizzato per gli interventi; eppure esistono fior di macchine lavastrumenti, più affidabili e sicure di un lavoro fatto in fretta con il rischio anche di tagliarsi o pungersi. Si entra in una struttura ospedaliera e ci si accorge di come spesso siano disattesi i controlli da effettuare sulle macchine sterilizzatrici (macchine che garantiscono la sterilità degli strumenti) e che queste ultime possono avere anche 15-20 anni (quando la loro obsolescenza si colloca intorno ai 10 anni). E allora?! È necessario attivare delle politiche sanitarie serie, informare ed educare medici, infermieri, tecnici e altro personale, prevedere controlli sul rispetto delle norme igieniche, verificare gli appalti, fare manutenzione delle strutture, legare il problema delle infezioni agli obiettivi dei Direttori Generali, destinare i fondi all’innovazione non solo per fare prestazioni ma anche per lavorare bene e in sicurezza, attivare programmi di sorveglianza in ogni azienda ospedaliera e sanitaria e creare maggiore cultura verso tale problema sia tra gli operatori sia tra i pazienti. I Comitati per il Controllo delle Infezioni Ospedaliere, nati nel 1985, sviluppatisi nel 1988 e nel decennio successivo, non devono essere presenti solo sulla “carta” ma devono essere attivi e funzionanti; ai medici e
agli infermieri che si occupano di infezioni occorre dare gli strumenti per poter lavorare ed occorre intervenire in maniera importante sui comportamenti che non vanno nella direzione corretta, altrimenti questa sarà l'ennesima inchiesta che, dopo aver sollevato un polverone, lascerà esattamente le cose come stanno. Come associazione e come cittadini vogliamo far sentire la nostra voce perché non si confondano ulteriormente le carte in tavola creando inutili allarmismi e nascondendo invece importanti mezzi che chi è sottoposto a cure sanitarie ha il diritto e il dovere di pretendere per un’assistenza sanitaria di qualità.
Margherita Vizio Presidente ANIPIO
Pubblicato su Infermierionline.net il 24.01.07 Copyright © AIOL 2007
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