Concorso Letterario "Infermierionline 2006".

Sezione Racconti brevi inediti, a tema libero.

Vincitrice: Cecilia Romano.

 

 

 

Grazie

 

 

L’avevo vista subito, un grosso zaino sulle spalle, gli occhi ridenti e ansiosi, ferma davanti al check in della Lufhtansa. Mi ero avvicinata e fatta riconoscere e, immediatamente, avevo visto il suo sguardo  perdere quella vena d’ansia che c’era poco prima, per lasciare il posto ad un’eccitazione gioiosa, la stessa che era anche  dentro e fuori di me. Aveva detto di chiamarsi Elisabetta, e subito dopo le prime chiacchiere, mi  aveva raccontato per sommi capi la sua storia di dolore e rinascita, me l’aveva quasi vomitata addosso, doveva buttarla fuori  subito, doveva liberarsene per poter intraprendere questo viaggio “pulita”. Ero rimasta ad ascoltarla pensando che questa donna forte che mi stava davanti aveva un’energia incredibile ed ero contenta di sapere che la mia compagna di viaggio sarebbe stata  una persona  così.

 

Entrambe desideravamo l’India da sempre, entrambe avevamo aspettato pazientemente che i figli crescessero, che fossero sufficientemente indipendenti da permetterci di partire senza i sensi di colpa che accompagnano le mamme troppo apprensive, entrambe  sapevamo di star realizzando un sogno sognato a lungo. Appena scese dall’aereo a Dheli, era stato come immergersi in una sauna , affollatissima, persone a centinaia, una moltitudine di genti che si muoveva in ogni direzione, senza fretta.  Non riuscivo  a inspirare quell’aria densa di un’umidità appiccicosa e maleodorante, mi ero  spaventata, non potevo pensare che avrei dovuto convivere per tutto il tempo con quella cappa spessa addosso.  Arrivata in albergo avevo  passato la sera con la testa sulla tazza del water  riversandovi paure e tensioni, odori e ansie. Poi mi ero sentita meglio, non avrei mai  più provato quella sensazione spiacevole dell’arrivo, non avrei più potuto fare a meno di quegli odori intensi di piscio e spezie, di incensi e sporcizia.

“Betta, guarda !”  lei si era voltata sorridendomi, quello era il modo con cui le piaceva essere chiamata e l’averlo fatto io, senza saperlo, le era sembrato di buon auspicio. In realtà non occorreva molto per farci sorridere, eravamo dove volevamo essere. Nello Yoga si dice che il benessere venga raggiunto quando si riesce a far combinare le tre facoltà “io penso, io posso, io faccio”; noi eravamo in quello stato, noi eravamo in India.

 

L’India è nel volto dei bambini, tanti, che ci si affollano intorno con la manina sporca tesa e con l’altra occupata a tenere un secchiello d’alluminio con poche fette di limone.

Bambini a decine,sempre sorridenti, con i ventri gonfi e chiazze sulla testa, che ci guardano incuriositi, guardano me, questa donna buffa, troppo alta, con i capelli troppo corti, troppo bianchi. Sorridono, cercando spesso di toccarmi una gamba, un braccio; a volte qualcuno prende coraggio e mi sfiora la pelle con un bacio, vuole sentire il contatto di questa pelle, che se pur brunita dal sole, è bianca , odorosa di sapone e deodorante.

Altri bambini, fuori dall’albergo, lungo le strade, portano un panchetto e uno straccio lurido col quale cercano di pulire le scarpe agli avventori; guardano i nostri  sandali dove non c’è molto da pulire, uno si porta la manina con le dita racchiuse alla bocca  muovendola ritmicamente e poi si tocca la pancia, altri lo imitano. Non saprei dare l’età, potrei dire tre o quattro anni ma la mia lente deforma le cose.

Uno di loro, ogni mattina è fuori dall’albergo, Betta lo guarda e tira fuori dalla sacca una maglietta che potrebbe andargli bene, la prende e il sorriso gli si allarga sul faccino, subito si guarda allarmato intorno, poi si rassicura, sorride ancora mettendo più volte la manina sul petto e chinando la testa ,ringraziandola così.

L’odore di Dheli non mi disturba più, è parte integrante di questa terra carica di umanità dove nessuno prevarica l’altro, dove c’è spazio e tempo per tutti quelli che cercano quello spazio e quel tempo. Un tempo non scandito dall’orologio che raramente compare al polso degli uomini, un tempo regolato dai ritmi della natura, dalle esigenze del corpo.

Non c’è un’ora per alzarsi, per aprire la bottega, per mangiare, c’è solo un tempo che ognuno fa proprio. Non c’è fretta, mai, non c’è quel nostro correre affannoso che non ci porta da nessuna parte, non c’è il nervosismo, la prevaricazione, c’è invece il rispetto per l’altro, la gentilezza, sempre ,il sorriso spontaneo e gratuito, l’accoglienza.

 Questa loro vita vissuta ai margini della vivibilità, questi loro corpi scarni, questi  arti devastati esposti con impudicizia, sono un imperativo alla riflessione, costringono chi li guarda ad interrogarsi, a chiedersi come sia possibile vivere, sopravvivere o morire  così.

Le donne sono bellissime, incedono con passo regale lungo le strade polverose e caotiche, con un’eleganza innata, atavica; il vento fa aderire al corpo la loro saree dai colori fluorescenti, giallo arancio, verde, rivelando forme scarne, essenziali, scopre le loro caviglie mostrando i monili tintinnanti che accompagnano i loro passi. Si muovono a suon di musica, leggere e sonore, braccialetti multicolori ai polsi e cavigliere; colorate , sempre col segno di Visnhu sulla fronte e tra i capelli.

Nelle case in cui ci è capitato di entrare, le donne, sono sempre un po’ in disparte, scivolano silenziose nelle stanze solo per portare o prendere qualcosa, ombre fugaci, col capo chino; ci guardano di sottecchi, forse divertite dal nostro strano abbigliamento, così poco elegante. Non credo ci invidino, o forse si.

  Penso a Betta, al suo essere qui con una libertà che non è una conquista ma solo una disfatta, “ Io non credo di essere più libera perché ora faccio le cose da sola, io volevo farle con lui; da sola le facevo prima, mi sono sposata perché  facessimo le cose insieme”.

 

Quanto può essere grande l’amore! Lei ci aveva così tanto creduto, aveva cercato di salvare la loro storia con tutta sé stessa, aveva  combattuto fin a quando era stato il suo corpo ad ammalarsi di dolore, a trasferire nel seno rifiutato, il cancro del dolore ricevuto. E con il cancro aveva estirpato anche lui.

 

Quanto può essere grande l’amore! Davanti al Taj Mahal che dell’amore coniugale è l’espressione,, io e Betta ci siamo fotografate più e più volte, eravamo lì, davvero, non ci saremmo svegliate pensando di averlo sognato un’altra volta, eravamo lì. “ Ingrandirò questa foto, la metterò in cornice e sotto scriverò : i sogni si possono realizzare” .Betta mi diceva queste parole ridendo  e piangendo nello stesso tempo, Betta così forte, così fragile.

 

“Voglio bagnarmi nel Gange” . Le avevo detto che era una follia ,e poi  cosa avrebbe dovuto espiare? Di quale colpa lavarsi? Dolcemente aveva risposto che sentiva di volerlo fare, che non era la  purificazione di sé stessa quella che cercava, ma per sé stessa, voleva lavarsi , pulirsi dal male ricevuto. Aveva preparato con cura gli indumenti da mettersi, anche la biancheria intima perché i panni immersi nella Madre Ganga,  non vanno più buttati via, e si era predisposta al rito.

 

Era l’alba quando abbiamo preso la barca ed il proposito di Betta cominciava già a vacillare, l’acqua era di un colore indefinibile, sporca e fangosa, alla superficie affioravano cadaveri tumefatti. Le poche candele della puja della sera precedente che erano ancora accese, vibravano debolmente nell’aria rarefatta del mattino creando uno scenario quasi irreale, tutto era immobile e perfetto.

Non che mancasse il movimento, gli uomini recitavano le loro preghiere e facevano le abluzioni, le donne lavavano i panni , ma era un movimento atavico, uguale a sé stesso da tempo immemorabile e per questo immobile.

Mentre tornavamo a riva, alcuni bambini, nel vederci passare molto vicino a loro, si sono tuffati nel fiume con un grosso slancio, bagnandoci quasi completamente, ecco il progetto di Betta era arrivato a lei senza che avesse dovuto prenderne l’iniziativa .

“Grazie”, le ho sentito sussurrare.

 

 

 

 

 

Pubblicato sul sito di AIOL (Associazione Infermierionline) il g. 01/04/2007.