Concorso Letterario "Infermierionline II Edizione, anno 2007".
Sezione Racconti brevi inediti, a tema libero.
Vincitrice: Giuseppina Ranalli.
DERUBATA
Quando si diventa vecchi si possono dire due cose: sono fortunata perché ho vissuto; sono sfortunata perché sto vivendo troppo. Tutto naturalmente dipende dalla qualità della nostra vecchiaia.
Scrivo le mie riflessioni per ricordarmi ciò che penso, perché so che domani potrei anche averlo dimenticato. Anzi, mi capita di dovermi interrompere perché dimentico il filo del discorso, perdo l’idea prima ancora di essere riuscita ad afferrarla. Questo scherzo della testa mi sta facendo soffrire tantissimo. Me ne accorgo, mi accorgo quando la mente si svuota di tutto, sento che manca qualcosa, e quando d’un tratto tornano le memorie, beh! Mi arrabbio: quelle sono cose mie, e dovrebbero stare con me, invece scappano o forse si nascondono chissà dove nella mia testa.
Odio la vecchiaia, io appartengo al gruppo che dice sono sfortunata perché sto vivendo troppo. C’è il rischio che io non ricordi nemmeno più di vivere, e non voglio perdere la mia identità. Non voglio più questa vita se non posso farne parte, se non la posso vedere, sentire, toccare, gustare, annusare, se non posso più ricordarmi di lei.
Ho mostrato a mia figlia questo diario e quando io mi “assento” continua lei a scriverlo, così quando ritorno leggo e mi rendo conto di quello che sto diventando, gliel’ho chiesto io di farlo, perché voglio conoscere l’altra me stessa. Vorrei ucciderla, mi dico che se imparo a conoscerla, forse trovo il modo di sconfiggerla, ma so che non ci riuscirò, la medicina potrebbe, potrà un giorno, forse, ma la mia vita, quella che merita questo nome, è già finita. So cosa succede, ricordo Angela, la cara amica di mia nonna, anche lei era stata colpita da questo male impronunciabile. Io ero una bambina e da allora ho vissuto con la paura che potesse capitarmi qualcosa alla testa. Beh! È capitato!
Mamma, non avresti dovuto mostrarmi questo diario e chiedermi di scriverci sopra quando non ci sei. Vedi…ora sei andata via, in una dimensione irraggiungibile. Davvero vuoi sapere com’è l’altra te stessa? Siamo fatti strani mamma, questa non sei tu, non è un’altra te stessa. Ieri sei andata a fare la spesa al mercato, hai comprato e lasciato la merce sui banchi. Meno male che ti conoscono e a fine giornata me l’hanno portata a casa. Questa non è la prima volta, lo sai: esci, compri, paghi e te ne vai. Quando arrivi a casa ti accorgi di non avere soldi e ti arrabbi perché pensi di essere stata derubata. Anche se ti faccio vedere che i soldi li hai spesi tu per fare la spesa non mi credi, resti convinta di essere stata derubata.
Forse in questo caso mia figlia ha esagerato. In fondo si legge ogni giorno sui giornali e si sente nei notiziari che i vecchi sono oggetto di furti più degli altri. E poi è vero che ho dimenticato i sacchetti della spesa, ma i conti non mi tornano lo stesso. Lei non mi crede, eppure sono stata derubata. Avevo più soldi quando sono uscita.
Nella vecchiaia bisogna sopportare anche il fatto di non essere più creduti: basta che la memoria cedi un pochino e davanti agli altri perdi di credibilità. Purtroppo sono vittima di ladruncoli scaltri, ormai mi avranno presa di mira e quando vado al mercato mi seguono e derubano. Io non mi accorgo di nulla, solo quando arrivo a casa scopro di non avere più i soldi. Questa notte non ho dormito dall’ansia che mi procura questa cosa. Maledetti loro! Ma perché mia figlia non mi crede?
Ieri sono andata dal dottore per farmi prescrivere delle medicine di cui hai bisogno. Mi ha detto che quando sei andata alla visita ti sei sfogata con lui: gli hai detto che non trovi più due pentole e che sei sicura che sia stata io a prendertele. Come puoi mamma pensare questo di me?
Odio quello che mi sta succedendo. Forse non dovrei più prendere medicine, così morirei. No figlia mia, non penso proprio che tu possa portarmi via qualcosa, però…magari è stato tuo marito. Venite solo voi a casa e le pentole non ci sono più.
Ti stai aggravando in fretta mamma. Ora stai dormendo, hai praticamente scambiato il giorno con la notte.
Non è stata una buona idea questa del diario, e poi mi sembra di non aver niente da scrivere. Ieri sera è venuta a trovarmi un’estranea, ma è stata gentile, mi ha anche preparato la cena. Brava persona.
Mentre dormivi ho cercato le pentole, non riuscivo a trovarle neanche io. Per fortuna però sono saltate fuori, le ho trovate mentre ti rimboccavo la coperta, erano sulla poltrona, quella vicino al letto. Forse è suonato il telefono mentre le asciugavi e le hai poggiate lì prima di raggiungere il comodino a rispondere. Dopo te ne sarai dimenticata. Le ho rimesse a posto.
Grazie figlia mia, so che mi vuoi bene, ma ancora di più ne vuoi a tuo marito, ed è giusto. Le pentole le ho viste, ma non sono le mie quelle: vuoi che non le riconosca? Me ne hai messe altre due molto simili. Ma non fa niente, grazie lo stesso.
Mamma, non puoi più uscire da sola, mi dispiace. Ieri i vigili ti hanno riportata a casa perché ti eri persa al mercato. Piangevi e dicevi che questa non era la tua città, che qualcuno ti aveva portata lì e lasciata da sola. Meno male che i venditori ambulanti ti conoscono e hanno chiesto a un vigile di accompagnarti a casa. A proposito mamma, sono io l’estranea gentile che ti prepara la cena.
Oggi mi è capitata una cosa stranissima. Dovevo andare in bagno e non ricordavo più dove si trovasse. Ho dovuto guardare in ogni stanza. Meno male che non ce ne sono molte.
Quasi non sei riuscita a scrivere quelle due righe, le ho riscritte meglio per te. Stai dimenticando come si scrive. Tu che non hai mai sopportato di avere gente per casa, adesso sei assente per così tanto tempo che non ti accorgi nemmeno delle persone che hai intorno, e non riconosci quasi più nessuno. Carlo, tuo nipote, ci è rimasto male perché ti sei rivolta a lui chiamandolo Mario. Mario è il nome dello zio, di tuo fratello mamma. Ed è mancato dieci anni fa.
Ho portato a casa mia il diario mamma, ho lasciato passare quasi un mese dall’ultima volta che ci ho scritto sopra. Non sei più tornata, neanche per annotare qualcosa di sconnesso. Adesso che sono certa che non leggerai più quello che scrivo, voglio dirti cosa si prova a vedere la propria madre derubata, all’inizio poco per volta, e poi all’improvviso scippata di tutta, proprio tutta la sua essenza. Qualcosa ti ha risucchiato, annientato, per lasciare solo un involucro incontrollabile, difficile da gestire, inconsapevole. Una cosa, ecco come ci trasforma questa malattia, ti ha resa un cosa vivente, senza coscienza, senza ricordi, senza nome, senza…
Lo sai mamma cosa prova una figlia nel vedere la propria madre incamminarsi verso una strada dalla quale non si torna più come questa? Lo sai quanto ho sofferto nel sentirmi chiamare “signora”, lo sai come mi sono sentita le prime volte? Pur sapendo che questa è la malattia, si soffre, perché un figlio è carne di mamma, e com’è possibile dimenticarsene? Questo male ruba la vita, ti uccide due volte, perché non ti permette di morire portando con te la tua anima, e ti deruba dei ricordi, togliendo l’unica cosa che dà senso alla vita di un uomo: l’amore. Questo male ti evapora, ti svuota. Ti toglie la dignità, l’identità, ti ruba il pensiero nel quale abita la libertà e ti rende prigioniero del nulla.
Ti ho fatto il bagno una sola volta, mamma, poi ho dovuto assumere una badante, non riuscivo a superare il pudore, il disagio nel dover lavare il tuo corpo nudo. Eppure tu ridevi quasi come una bambina, ed eri così fragile, così innocente. Ti do da mangiare tutti i giorni, ti imbocco, perché non sei più capace a nutrirti da sola, e mi salgono le lacrime agli occhi quando vedo che, se non sto
attenta, ti accucci dove capita a fare pipì. Meno male mamma, che queste cose non le saprai mai. Soffro tanto mamma, e piango, ogni giorno piango, perché quando una persona muore, alla fine ce ne facciamo una ragione, ma quando pur essendo morta, continua a vivere, beh! Non riesci a rassegnarti, non capisci il senso di questa parvenza di vita. E poi, mamma, questo male inquina anche i miei ricordi, la mia storia, il mio passato, tutto quello che mi lega a te. Non avrei mai voluto vederti così, e non te lo potevo dire un anno fa, quando ancora tu leggevi questo diario, quando di tanto in tanto tornavi nel mondo. Non volevo che mi rimanesse di te questo ricordo, ma è così che ti ricorderò invece. Parlando con Carlo, tuo nipote, gli ho detto che se mai dovessi ammalarmi come te e se me ne accorgessi in tempo, se fosse possibile, se ci fosse l’eutanasia, sceglierei di morire, per salvare la mia dignità e i ricordi suoi e di chi mi ha amato.
Ora chiudo questo diario per non aprirlo più. Non so per quanti anni ancora il tuo corpo resterà vivo, ma noi mamma non abbiamo più niente da dirci. Resto appesa alla speranza che dal profondo di chissà quale sperduta dimensione, da laggiù dove forse giace il tempo, tu possa cogliere nei miei occhi un calore che almeno ti faccia sentire bene. Anch’io scavo nei tuoi occhi bruni mamma, ogni giorno,con la speranza di scorgerti, e anche se inutilmente, non smetterò di farlo mai, fino alla fine.
Pubblicato sul sito di AIOL (Associazione Infermierionline) il g. 20/04/2008.