|
Anno 2003 EDITORIALE:
Richiediamoci: chi è il coordinatore infermieristico?
A cura di Valter Fascio
|
||
Oggigiorno, anno 2003, anche a seguito dell’avvento della formazione ECM e dei corsi Master, mi pare che di ricettari per la cucina del perfetto coordinatore e del buon coordinamento infermieristico n’escano sempre di più (e alcuni fatti anche molto bene); ossia che di “manuali” per la formazione e “articoli” di vario genere, che illustrano i più recenti principi gestionali per il “perfetto coordinatore”, ve ne siano d’utili ed interessanti, e che da tutti, leggendoli, il caposala (o, meglio, il nuovo coordinatore infermiere) può trarne spunto e imparare qualcosa.Tuttavia, la mia sensazione, peraltro condivisa da molti colleghi, resta quella che ciò di cui oggi manca di più al “coordinatore infermieristico” è un “mentale” di riferimento: un testo di riflessione che va oltre la “formazione” e illustra il pensiero complessivo, l’aspettativa generale della “professione”, sul “senso” e “significato” di quello che il coordinatore fa, di quello che invece gli è richiesto di fare o, meglio, che cosa la “professione” nella sua “globalità”, a partire dalla base, vorrebbe ri-chiedere all’infermiere che è incaricato di svolgere questa “funzione”.Quest’ultima proposizione, è anche la principale motivazione per cui, in genere, sono restio a scrivere sulle “attività” e “funzioni” svolte dal coordinatore infermieristico, sommata alla personale resistenza all’idea che si possa rinchiudere in pochi repertori teorici, quella che invece è la ricchezza e l’importanza di un ruolo costantemente “in progress”.Quale tipo di coordinatore sarebbe mai preferibile per le aziende, per gli infermieri e per l’utenza? Lo “specialista-tecnico” o il “manager”, o quant’altro, comprese le innumerevoli attuali “vie di mezzo”? Il rischio è di ritrovarsi, nel primo caso, a svolgere le stesse funzioni di un “infermiere esperto”; nel secondo, invece, di pensare unicamente alle risorse e agli obiettivi, per poi magari scivolare verso il “burocrate”. Esistono poi le giuste aspettative da parte dell’utenza, che sono le più importanti, e che non devono essere tralasciate. L’utenza chiede del “caposala” e non di “qualcun altro”. Per tornare alla distinzione, il coordinatore “specialista clinico”, così come quello “manager”, tendono ad assumere atteggiamenti, per certi aspetti, profondamente diversi, in relazione sia al lavoro da svolgere che alla funzione stessa di coordinamento. Anche gli stili diversi di “leadership” possono complicare lo “scenario” dove si esplicita il ruolo del coordinatore. Stile “autocratico”, “permissivo”, “partecipativo”: varie ricerche hanno affrontato l’efficacia di tutti tre gli stili, con risultati tutt’altro che unanimi. Modelli giudicati troppo autocratici, si sono dimostrati, da un punto di vista empirico, molto efficaci, forse per l’impreparazione sia dei dirigenti sia dei coordinatori e infermieri al cambiamento verso uno stile partecipativo. Al contrario, lo stile partecipativo-democratico, in genere, mal si coniuga con le gerarchie e risulta idoneo laddove i componenti del gruppo infermieristico hanno una profonda coscienza professionale ed una elevatissima consapevolezza del proprio ruolo. Inoltre, ad oggi, si può prescindere totalmente dal possesso del titolo di AFD o del Master per l’assegnazione delle funzioni. Dunque, sarà importante pensare all’inserimento di nuovi metodi d’insegnamento nei corsi universitari di formazione di base? Emerge soprattutto dalla prassi come per avere capacità di coordinamento e manageriali occorre saper condurre un gruppo. Un gruppo, si può guidare con l’approccio Balint, col T-Group, col gruppo A/E, con altre tecniche. Ma non si può improvvisare. Probabilmente non tutti sono ugualmente preparati; allora, anche in questo caso, è necessario pensare ad un tipo di “formazione” e “selezione” per i coordinatori infermieri adeguata all’approccio sistemico ai problemi e alle situazioni concrete. Infine, gli infermieri, desiderano un coordinatore inquadrato come “dirigente” di primo livello, “quadro intermedio” o, semplicemente, un “collaboratore” in cat. D con “attribuzione di funzione”? La differenza è “sostanziale”, non solamente a livello d’inquadramento ma anche come ricaduta nell’espletamento della funzione stessa, nella stabilità del ruolo e sull’organizzazione dell’assistenza infermieristica. L’applicazione “pratica” e non solo l’intuizione “teorica” di certe recenti, innovative, “previsioni normative” e “declaratorie contrattuali”, non ha trovato un reale sviluppo nella quotidianità dello svolgimento delle “funzioni di coordinamento”: lo stesso d.d.l. n°1645 del 25 Luglio 2002 per il “profilo” è da mesi fermo in Parlamento. Per chiunque svolga la funzione di coordinatore infermieristico, adesso o in futuro, entrare di diritto nella dirigenza intermedia con un proprio specifico “profilo”, è tutt’altra cosa dall’essere considerato soggetto ad un incarico “a termine”, provvisorio e discrezionale, “primo tra i pari”, senza autonomia e in balia del responsabile medico. Sta proprio qui la differenza che fa la differenza. Su quest’argomento mi pare però di poter affermare che non vi sia ancora sufficiente condivisione d’intenti neppure all’interno della professione, ancor prima che in ambito aziendale e lavorativo generale. Dunque, mi piacerebbe provare a riflettere sul fatto che oggigiorno le “funzioni” del “coordinatore infermieristico” stanno confinate in un “paradigma” in cui, di volta in volta, si svela: - che il management gestionale, rischia di diventare un insieme di strategie di mantenimento dello “status quo” degli operatori e del coordinatore “dentro” un’autoriproduzione d’attività più che altro funzionali al raggiungimento d’obiettivi fidelistici di produzione; - che la funzione di coordinamento, forzando i tempi e i luoghi dell’azione, articolando gli obiettivi e scegliendo le priorità, tenta a fatica di “generare” delle “aperture” quotidiane verso l’esterno di questo “dentro”, e facendo entrare “aria fresca” ne di-chiara le aporie; - che, solamente una volta ri-utilizzata la funzione di coordinamento come paradigma per pensare, ipotizzare e in-novare, è possibile provare a costruire una nuova “teoria” e “pratica” più “generali”. Il fine è di ri-comporre modelli manageriali, sistemi/ambienti economici aziendali e coordinamento di compiti/persone, dentro un ordine concettuale e pratico, ove, in luogo dell’egemonia dei “modelli” si affermi “l’idea”, peraltro banale, per cui: nel lavoro come nella vita, nella risoluzione dei “bisogni complessi” della gente la risposta non può essere soltanto il frutto di una riflessione e ricerca quotidiana fatta da una parte, dalla figura del coordinatore verso gli infermieri, l’utenza e l’azienda, o viceversa. E’ un invito personale a sederci tutti “intorno ad un tavolo” per ri-chiederci, una volta per tutte, tutti insieme (dimenticando per un attimo declaratorie e linee guida), quale effettiva figura di “coordinatore infermieristico” desideriamo “di fianco a noi” tutti i giorni, nelle corsie degli ospedali. A me sembra che occorra far molta sintesi, facendo “incontrare” anche le menti di diversi attori: Aziende, Università, Collegi, Associazioni, Sindacati, Regioni, Ministero. Perché il coordinatore infermieristico quando serve, si sa, è utile, magari pure indispensabile, ma soltanto allora ci si ricorda che c’è, per portare il suo contributo “urgente” e “importante”, ma fino a quel momento, purtroppo, non “necessariamente” riconosciuto come “risolutivo” e “indispensabile” ai bisogni dell’organizzazione, del personale e dell’utenza.
|
|