Ci vuole più
carattere nell’amministrare
che nel fare la guerra…
NAPOLEONE,
1816
Premessa
Napoleone non è soltanto l’eroe guerriero che è stato
paragonato a Cesare, l’icona stessa dell’energia creatrice. La sua immagine più
sorprendente, e per noi oggi più affascinante, è anche la meno nota. E’ quella
del Napoleone grande organizzatore e manager di abilità mai vista prima che
porta nell’esercito e nello Stato una mentalità imprenditoriale, il sapiente
motivatore di uomini, l’inventore delle tecniche di comunicazione e del
consenso. Il genio empirico che conosce come nessuno la psicologia degli uomini
e apre le carriere al merito. Il leader capace di fulminee elaborazioni di
calcolo, che mette in pratica le teorie di Macchiavelli. Il bibliofilo e
l’intenditore che trasforma la cultura ed il sapere in strumento per il buon
governo. Ma anche il vinto che costruisce le vittorie che nessuno può più
strappargli. E’ in questo Napoleone inventore della modernità che risiede
l’attualità di una filosofia per l’azione, dalla gestione dei collaboratori e
della complessità alle strategie della comunicazione, che sorprende e offre più
di un motivo di riflessione a quanti tra gli infermieri hanno responsabilità
decisionali grandi e piccole, quali che siano le istituzioni in cui operano.
Mi pare che di ricettari per la cucina del coordinamento
e del management infermieristico ve ne siano moltissimi (e alcuni fatti bene);
ossia che di “manuali” che illustrano i moderni principi gestionali ve ne siano
di utili, e che da tutti si possa imparare qualcosa. Tuttavia, la mia sensazione
rimane che ciò di cui oggi avrebbero bisogno i coordinatori è un “mentale”, un
pensiero sul senso complessivo e sul significato di quello che si fa. Ho provato
allora, semplicemente, a riportare alcune tra le tante riflessioni, metafore e
aforismi, tratte dal bellissimo saggio di Ernesto Ferrero, senza pretese di
sistematicità, solamente con l’auspicio che, forse, una prima semiseria
riflessione potrebbe partire proprio da qui.
Detti, metafore e aforismi
La valutazione del contesto.
N. tende a rifiutare le
generalizzazioni e nella valutazione dei comportamenti attribuisce un’importanza
decisiva al contesto in cui gli avvenimenti si svolgono. I comportamenti vanno
indagati con l’occhio freddo dell’antropologo. Gli stessi uomini, dice, possono
risultare intelligenti o poco dotati a seconda delle circostanze. Quanti uomini
d’intelligenza superiore non tornano ad essere bambini più volte al giorno? N.
confessa che egli stesso non avrebbe saputo spiegare pensieri e azioni che
nascevano dalla necessità di dover rispondere agli imprevisti del caso, nel vivo
dell’azione. (N.d.R. contestualizzare, diremmo oggi).
La natura degli uomini.
Gli uomini sono dei bambini
cresciuti e di questo lato occorre tenere conto. Non esistono qualità e difetti
assoluti, ma correlati a momenti specifici. Un capo deve saper calcolare anche i
minimi vantaggi che può trarre dai suoi stessi difetti:
<< Si governano più facilmente gli uomini
facendo leva sui loro vizi che sulle loro virtù
>>. N. ama ripetere che due sono i veri motori: la paura e l’interesse
personale (con un corollario: gli uomini si preoccupano più delle proprie
necessità che non delle proprie capacità). La persuasione risulta più efficace
degli ordini dettati, perché è la convinzione a guidare gli uomini. Ma su quella
convinzione occorre lavorare, con l’esempio: <<
Io N. ho mangiato e dormito sul campo di battaglia in mezzo ai miei uomini…
>>.
La natura e l’autorevolezza del capo.
Il capo dev’essere una figura
paterna forte e giusta: << deve avere
energia senza fanatismo, principi senza demagogia, severità senza eccessi
>>. <<
La debolezza del potere o la delegittimazione dei capi è la calamità più grave
che possa colpire il governo degli uomini >>.
N. è consapevole della dipendenza dei suoi generali… Per una ragione o per
l’altra, sono pochi quelli che posso utilizzare, e io non posso sempre
aspettare. Mi ci vogliono occhi, braccia, gambe, e non mi posso servire di chi
non ne ha. N. favorisce le ambizioni personali, convinto che esse rappresentino
per l’uomo lo stimolo più forte, premia il merito e distribuisce a tal fine
posti di potere, ma sa che una volta assegnati, l’ambizioso soddisfatto non
desidera che il riposo (di qui lo scontento verso molti comandanti, come il
maresciallo Ney, che dopo tante battaglie non aveva più alcuna voglia di
battersi).
L’autorevolezza di un capo si
costruisce anzitutto con la competenza, con la conoscenza diretta delle cose.
Importanza fondamentale della gavetta. Partito con i gradi di caporale, N. sa
fare letteralmente di tutto, anche manualmente. Non c’è aspetto tecnico della
complessa macchina della guerra di cui non abbia una conoscenza diretta.
<< Un comandante non deve dormire sugli
allori. Perché nessuno è più schiavo di chi comanda, costretto a obbedire a un
padrone senza cuore: il calcolo degli avvenimenti e la natura delle cose
>>.
Di fronte ai piagnistei del fratello Giuseppe, che messo
sul trono di Spagna si lamenta dei troppi impegni che lo sfiniscono, sbotta:
<< Non c’è un genio misterioso che
all’improvviso mi viene a dire in un orecchio ciò che devo dire o fare in una
circostanza imprevista. E’ la riflessione, la meditazione. Lavoro sempre, anche
quando mangio, anche quando vado a teatro… Chi comanda resta tragicamente solo
di fronte a decisioni che può prendere solo lui:
<< Nulla è più difficile di una decisione
>>.
L’arte del governo.
I regolamenti devono essere fatti in modo da non
intralciare l’azione di governo. L’arte di governo deve tener conto delle
emozioni, dei sentimenti, dell’eccitabilità degli uomini, degli stessi loro
limiti conoscitivi e interpretativi; ma deve anche provvedere alle loro
necessità fondamentali.
Von Clausewitz condivide il
principio su cui riposa la filosofia napoleonica del governo, sia esso civile o
militare: l’unità del comando. Dice N.: <<
L’anarchia organizzativa nasce quando un governo ha troppi capi
>>. L’unità del comando è una delle sue
convinzioni più radicate e irrinunciabili di N.,
<< la prima necessità >>:
<< meglio un cattivo generale che due
buoni >>, perché
<< una casa divisa internamente non può
stare in piedi >>. La scelta
dell’accentramento decisionale, madre di tante vittorie, non preparerà gli alti
ufficiali di N. a decidere autonomamente, ma gli garantirà sempre dei costanti e
sicuri punti di riferimento. E poi l’Imperatore non ha mai abbandonato nessuno.
La gestione del tempo e
dello spazio.
L’idea che N. ha del tempo
coincide con quella del produttore e del mercante, i quali sanno che il successo
dei loro traffici e legato alla rapidità con la quale ottengono le materie
prime, fabbricano e vendono i loro prodotti. Di qui l’imperativo di pianificare
per tempo: << Sono abituato a pensare a
quello che farò con tre o quattro mesi d’anticipo e baso i miei calcoli tenendo
conto di tutte le situazioni, anche le più imprevedibile e avverse
>>.
<< La strategia è l’arte di usare in
maniera esatta tempo e spazio >> recita
una delle massime preferite di N. La sua superiorità sta dunque nel calcolo
dello spazio-tempo. La sua filosofia dell’azione trapela dagli ordini di
servizio e dalla corrispondenza. L’operatività Napoleonica sul campo di
battaglia obbediva ad alcuni punti inderogabili, vale a dire sinteticamente: 1)
Identificare chiaramente l’obiettivo 2) L’obiettivo deve essere il più
importante 3) Raggiungere l’obiettivo evitando inutili contrapposizioni frontali
4) Aggirare il fianco e cercare il punto debole 5) Mantenere i collegamenti e le
comunicazioni sicure e aperte.
L’amministratore capace di
occuparsi di mille faccende contemporaneamente, quando si ritroverà fuori del
campo di battaglia applicherà gli stessi principi sopra esposti,
<< concentrare l’attenzione sulle
priorità e pensare solo a quelle >>.
La pianificazione delle
azioni.
N. si affida a una serie di
proiezioni che prevedono tutte le varianti possibili, deputate a imbrigliare le
sorprese del caso. Proprio perché il caso esiste non bisogna contare su di esso,
ma prevederne i capricci. Le capacità di N. si fondono anzitutto sulla
conoscenza delle proprie risorse, che comprendono i minimi dettagli della
macchina organizzativa, dell’ambiente e dell’ostacolo da affrontare.
<< La disgrazia peggiore per un capo è
non conoscere bene la propria posizione, i piani assegnati e gli obiettivi da
raggiungere, perché conoscendola c’è modo di provvedere
>>.
La letteratura preparatoria.
La biblioteca è centrale nel
modus operandi dell’imperatore. Il libro è anzitutto un insostituibile
strumento di lavoro che fornisce informazioni, dati, e notizie indispensabili
per l’azione. Certo, N. ha della letteratura un’idea descrittiva e pragmatica:
non il mondo com’è ma come dovrebbe essere, ben regolato e ben amministrato, da
lui, s’intende. Tuttavia, sa anche essere lettore acuto e disinteressato, anche
se sempre fu fedele al motto: << Le
troppe idee recano più danno dei fatti >>.
La legge del budget.
Il training di N. è stato duro: i conti di una famiglia
disastrata e numerosa, presto orfana di padre. Per questo può dire:
<< Il budget è la mia legge. Bisogna
obbedirgli, perché le finanze, in ogni settore dell’Amministrazione, sono la
prima delle mie preoccupazioni >>. A
Parigi tollera a stento le spese di Joséphine, ringhia a denti stretti:
<< Preferisco regalare un milione che
veder sprecare centomila franchi>>.
L’arte della motivazione.
Il manager che cura con
scrupolo maniacale ogni segmento di un’immensa macchina amministrativa e
organizzativa è anche un abilissimo motivatore di uomini, convinto che:
<< il morale sta al fisico in rapporto di
tre a uno >>. Un detto che ha avuto
fortuna vuole che non ci sia grand’uomo per il proprio cameriere. Una volta
tanto con N. vale il contrario. Più lo si frequenta, più lo si rispetta. E’ un
rispetto spontaneo, non convenzionale e non servile, che nasce dalla competenza,
dalla concentrazione e dalla dedizione al lavoro che il capo dimostra in ogni
momento della sua vita pubblica e privata. Nelle riunioni, nessuno osa
interrompere i suoi silenzi, che sembrano gremiti del ronzio delle sue rapide
elaborazioni.
Il culto della meritocrazia.
La meritocrazia è uno dei
pilastri della managerialità napoleonica. Premiare il merito è una delle più
grandi ossessioni di N., che mette a punto un sistema rapido ed efficiente di
riconoscimenti per chi abbia fornito particolari prove di ardimento, efficienza,
lealtà, capacità di sacrificio. Scrive Las Cases:
<< Bisogna ammettere che da nessuna
parte, presso nessun popolo, in nessun’epoca, il merito fu più onorato, né il
talento magnificatamente ricompensato >>.
N. spiega che << nessuno ha
interesse a rovesciare un governo in cui tutto quel che ha merito trova il suo
posto >>. Ma inversamente occorre una
giustizia giusta e rapida: << Punire
severamente per non punire tutti i momenti >>.
La mobilità della dirigenza.
Sotto l’impero la dirigenza si
distingue per una certa mobilità. Secondo Joseph Fièvée,
<< la speranza di attirare la sua
attenzione, il timore di contrariarlo, la brama di un di quelle fortune che lui
dispensava tanto rapidamente ai meritevoli imprimevano agli uomini un attivismo
prodigioso ed un assenso a qualsiasi spostamento
>>.
Questo non vuol dire che le ascese fossero troppo
frequenti. La gerarchia era troppo solidamente affermata per lasciar posto a
brusche ascese e promozioni. Ma, tuttavia, questa avvenivano, tra la necessità
per N. di avere accanto a sé persone fidate con cui governare e la piena
consapevolezza dei limiti del nepotismo, che contraddice la sua filosofia di un
potere meritocratico, fondato sul consenso. Jean Tulard conclude che la brevità
del regno napoleonico non consente valutazioni sul medio periodo, ma di certo N.
pensava alla formazione di nuovi <<
quadri >>. Terminata una severa
formazione, avrebbero un giorno occupato tutti i posti chiave
dell’Amministrazione.
La psicologia dei collaboratori.
N. conosce come nessun altro la psicologia degli uomini.
Sa quali immagini usare, su quali promesse puntare, come sollecitare la loro
confidenza. Al Cairo, nel 1798, preoccupato del suo contingente in difficoltà,
chiede che gli mandino dalla madre patria una compagnia di attori, venti
chirurghi, trenta farmacisti, dieci medici, liquoristi, un milione di pinte di
vino, 300.000 braccia di panno blu e scarlatto. Gli uomini sono pronti a
sopportare sacrifici anche gravosi, se giustificati dalla piena fiducia in chi
lo governa e che ha già dato prova di meritarla. Parsimonioso del suo, è
generoso con gli altri. Dopo Austerlitz, due milioni di franchi oro sono
distribuiti tra gli ufficiali, alle vedove sono assegnate pensioni generose, gli
orfani sono formalmente adottati dall’imperatore e hanno il permesso di
aggiungere il suo al loro nome. Presto si diffonde la convinzione che N. conosca
personalmente tutti i suoi soldati. Questo riconoscimento, le parole
d’apprezzamento o d’incoraggiamento, le ricompense, le promozioni creano un
legame profondo che resiste all’usura degli anni e degli eventi (N.d.R. senso
d’appartenenza all’azienda, diremmo oggi).
La valutazione dei
collaboratori.
Per N. la valutazione delle
capacità dei propri collaboratori è essenziale.
<< Non v’è alcuno dei miei comandanti di cui io non sappia quanta acqua
contiene >> si vanta. Talora, per
conoscerli meglio, arriva alla raffinatezza di provocarli:
<< Mi proponevo di irritare l’individuo
con qualche mia aspra asserzione, per sapere dalle sue risposte in che modo
dovevo trattarlo. Capivo la tempra del mio uomo dal suono che dava
>>. La conoscenza della mentalità dei
collaboratori consente di prevederne le istanze. I comandanti vorrebbero sempre
avere più soldati di quelli che hanno. I comandanti non vedono che il loro
compito, il loro settore… Ad un capo tocca invece distribuire quelle risorse
secondo ragione e necessità, in vista di una superiore strategia. Questo non
toglie che egli debba sempre dedicare una cura speciale alle loro reali
esigenze: << Un uomo che non presta
attenzione alle necessità dei suoi collaboratori non dovrebbe comandarli
>>. Per questo N. si occupa in primo
luogo dell’organizzazione della macchina, a partire dalla logistica. Sta qui il
fondamento delle sue vittorie. I generali dall’Ancien Régime non erano
abbastanza borghesi da occuparsi di questi aspetti, né si preoccupavano troppo –
da dietro le loro scrivanie – della qualità dei servizi offerti dai fornitori,
delle condizioni dei soldati e dell’uso delle attrezzature o degli sprechi.
L’approccio organizzativo.
A Sant’Elena N. rimpiangerà di
non aver avuto il tempo necessario per imprimere una maggior consistenza alla
sua azione riformatrice. Così l’organizzazione continuava ad essere inutilmente
complessa, attardata da dupplicati delle stesse funzioni e dall’impossibilità
dei dirigenti di assumere iniziative (N.d.R. confusione di ruoli e d’incarichi,
diremmo oggi). Gli approvvigionamenti e l’appoggio logistico restavano
difficoltosi, nonostante la dedizione del Genio, per il cattivo funzionamento
delle comunicazioni. Battendosi contro la <<
spaventosa burocrazia imbrattacarte >>,
N. cerca di perfezionare un modello organizzativo di esercito leggero,
flessibile, capace di affrontare l’imprevisto. Pronto a muovere là dove era
necessario e non a presidiare inutili forti: le sue forze non erano disperse su
una linea lunga, ma dislocate su una stretta raggiera affinché le risorse non si
disperdessero inutilmente sempre pronte a sorreggersi le une con le altre.
Sul campo di battaglia occorre
essere capaci di variare tattica a seconda delle circostanze. Ma la strategia
deve rimanere la stessa. Sapere che i calcoli vanno bene quando si possono
scegliere le risorse con cui operare, ma quando se ne hanno poche è l’ardimento
dei propri uomini che evita la sconfitta.
La capacità di ascolto e comunicazione.
N. è stato a lungo un ottimo ascoltatore, attento a
<< leggere
>> e a interpretare criticamente la
realtà. Fa molte domande a tutti e non si arrabbia quando viene contraddetto:
<< Cerco di capire
>> spiega a chi se ne stupisce. Anche
all’Elba la disponibilità all’ascolto è uno degli elementi del buon rapporto che
riesce a stabilire con i collaboratori più diretti, con i soldati e con la
popolazione, pur imponendo delle regole che intende far rispettare
puntigliosamente. Quando questa capacità d’ascolto viene meno, diciamo nel 1808,
la conoscenza degli uomini si trasforma in solipsismo, avvitamento
autoreferenziale che perderà N.
La cura del dettaglio.
La memoria di N. sembra disporre di alcuni gigabytes.
Racconta Jean Antoine Chaptal che un giorno il generale Déjean sottopose a N.
uno specchietto in cui erano riassunte le spese di tappa di un reparto in
trasferimento. L’occhio imperiale cadde su 1200 razioni relative al passaggio di
un reggimento a Fontenay. << C’è un
errore >> notò immediatamente.
<< Il reggimento in quei giorni era a
Rochefort. I vostri conti sono sbagliati >>.
Abbondantissima è l’anedottica che riguarda questa prodigiosa capacità di
gestione applicata a dettagli minimi e insignificanti, anche nelle circostanze
più sfavorevoli.
Nota
bibliografica
Il miglior Napoleone oggi disponibile in Italia è
quello di Luigi Mascilli Migliorini (Salerno, 2001), che ha anche scritto Il
mito dell’eroe (Guida, 1984). Sulla minuta operatività quotidiana di
Napoleone, oltre a E. Ferrero (N., Einaudi 2000), si veda Napoleone da vicino
attraverso le sue lettere dall’Elba, a cura di Aulo Gasparri (Editrice
Lisola, 1999).
Dei molti detti napoleonici si segnala Napoléon a dit
di Lucian Regenbogen, con una prefazione di Jean Tulard, Parigi 1996. Il
repertorio fondamentale su Napoleone e la sua epoca è il grande Dictionnaire
Napoléon anche diretto da Jean Tulard, oggi il più autorevole studioso
dell’argomento (Fayard, 1987).
Tra le
curiosità, il divertimento fantastorico Napoleone apocrifo di Louis
Geoffroy (FMR, 197
Pubblicato
su InfermieriOnline il 09.03.03 |