Risponde Franco Raineri
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Sono un infermiere professionale
dipendente, vorrei sapere se posso ugualmente esercitare in regime di
libero professionista e come fare. Il mio sogno è quello di aprire uno
studio infermieristico chi mi può aiutare
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Ciao Alessandro,
ti rispondo per quanto di mia conoscenza:
l'esclusività del contratto di lavoro di tipo pubblico, soprattutto se in
attività concorrenziale alle finalità istitutive delle ASL o delle
cooperative sociali (lo studio infermieristico si colloca in questo
settore), è pressochè totale.
L'unica deroga è rappresentata da un part-time del 50% che consente,
dietro autorizzazione della tua ASL o cooperativa sociale, di svolgere
attività affini, complementari o sostitutive in ambito sanitario.
Utili informazioni a tal fine le ritrovi su:
E' anche importante che fai riferimento al tuo Collegio Infermieri
provinciale che potrà coadiuvarti e fornirti ogni ulteriore informazione
utile al coronamento dei tuoi sogni professionali.
Invio questa tua missiva e della mia risposta anche al referente per la
Normativa Professionale Salvatore Modica che
potrà integrare con ulteriori dati questa mia risposta.
Ciao e augurissimi
Marco
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Mi chiamo Sergio.
Sono un infermiere di Varese.
Attualmente responsabile coordinatore di due nuclei psichiatrici in una
RSA.
Vorrei avere informazioni e
riferimenti legislativi sulle modalita' di somministrazione della terapia
(si può o non si può prepararla prima per i colleghi dei turni
successivi?). Vorrei inoltre sapere quando iniziano i prossimi master a
Milano per coordinatori.
Grazie per la vostra attenzione.
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Ciao Sergio,
inoltro questa tua anche ad altri colleghi di
Infermierionline (Valter Fascio e Salvatore Modica) in modo da fornirti
una informazione completa e puntuale:
Per quanto è a mia conoscenza ti consiglio di consultare:
Greco, Rocco; Guida all'esercizio della professione di
infermiere 3° ed.Ed. Medico Scientifiche Torino 2003
Benci Luca; Manuale giuridico professionale per l'esercizio
del nursing; McGraw-Hill Milano 2001.
Ma sono certo che ogni aspetto deontologico, legislativo,
giurisprudenziale, di risk management eccetera VIETA ed il buon senso
IMPEDISCE che la terapia sia somministrata da persona diversa da che chi
la prepara.
In attesa di sentire anche gli altri colleghi ti saluto
Marco Piazza
Gent.mo Sergio, confermo la precisa risposta fornita dal collega Marco Piazza in merito alla sua prima domanda. La letteratura, infatti, a livello internazionale, ha già da molti anni, sintetizzato nella "Regola delle sei G", la corretta procedura per la somministrazione dei farmaci (Giusto farmaco, dose, via, orario, persona, registrazione). La mancata conoscenza di quanto sopra descritto non è accettabile dal punto di vista deontologico (art. 3.3 del Codice di deontologia infermieristica); inaccettabile la somministrazione di farmaci preparati da altri operatori, spesso a distanza di tempo, anche in riferimento al documento dell'United Kingdom Central Council for Nursing, Midwifery and Health Visiting, ottobre 1992, denominato "Standard per la somministrazione di farmaci", in Infermiere Informazione, Organo del Collegio IPASVI di Torino, n. 1, 1995, nel quale già si specificava in merito, e al paragrafo 10.6, ancora più chiaramente che "l'infermiere si rifiuta di preparare sostanze da iniettare e non immediatamente prima dell'uso e rifiuterà di somministrare un farmaco che non sia stato posto nel contenitore o aspirato nella siringa in sua presenza...". Rispetto alla seconda domanda posta, per avere informazioni dettagliate sull'avvio dei prossimi Master in Management presso l'Università di Milano occorre aspettare il mese di Agosto e/o contattare ai seguenti indirizzi: e-mail info@milanolodi.ipasvi.it ; marta.nucchi@unimi.it Il Master in Coordinamento, ora in corso presso il San Raffaele si concluderà invece a fine febbraio 2005; eventuali informazioni circa un nuovo avvio sono possibili contattando il seguente indirizzo:
Cordiali saluti.
Valter Fascio - Area coordinatori InfermieriOnline |
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Mi chiamo Adriana e sono un infermiera, Vi ringrazio per la risposta
inviatami la volta scorsa,non ho molta esperienza sulla ricerca
infermieristica e quindi vorrei farne una sugli ambulatori infermieristici
in quanto sono molto interessata a questo argomento.
Potete darmi qualche informazione?
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Ciao Adriana,
le informazioni che ci chiedi sono vaghe perchè noi ti si
possa aiutare.
Fare ricerca è un metodo (scientifico) per aumentare la
conoscenza disciplinare.
Si può fare ricerca su ogni aspetto di una disciplina:
organizzativo, clinico, relazionale, qualitativo....... e potrei andare
avanti a lungo.
Gli ambulatori infermieristici offrono prestazioni le più
varie.
Avremmo bisogno di sapere con maggiore precisione coas
vorresti indagare e quali sono i tuoi "quesiti di ricerca"
intanto di suggerisco una bibliografia essenziale
sull'argomento:
a presto
Marco Piazza
Potrebbero rivelarsi utili per la tua ricerca risorse e links dell'area "Infermieristica di comunità" presente nel nostro sito. inoltre, prova a visitare questi altri due links sugli ambulatori infermieristici: http://documenti_2003/Disegno%20di%legge%20regione.doc
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Egregio Valter Fascio,
ho letto con interesse la sua relazione sul Web e l'ho trovata molto
interessante oltrechè condivisibile. Poiché sto preparando una relazione
per un corso ECM per infermieri (sono uno psichiatra dell'Ospedale Civico
di Palermo - SPDC1) desidererei avere alcune precisazioni sulla sua
relazione (Giornata di Studio sulla contenzione fisica e farmacologica per
il collegio IPASVI) .
In particolare a proposito di Linee Guida, lei, dopo aver citato il JCAHO e il CMHS degli USA e il RCN e DHS inglesi, scrive: "Seguendo il solco tracciato alcune realtà italiane hanno avviato un processo di revisione della metodologia infermieristica...". Le sarei grato se volesse precisarmi quali sono queste realtà italiane che hanno avviato questo processo e sopratutto a quali Linee Guida si riferisce.
Grazie.
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Gent.mo Dottore,
la ringrazio per gli apprezzamenti espressi nei confronti
della relazione sul tema "La contenzione fisica in psichiatria",
da me presentata in occasione della Giornata di Studio organizzata dal
Collegio IPASVI di Pistoia. Per rispondere alla sua domanda, premetto che
sul sito della nostra asociazione non abbiamo pubblicato la presentazione
in powerpoint della relazione stessa, con tutte le relative slides
esplicative; di conseguenza, molte informazioni aggiuntive non sono
disponibili on-line.
In Italia, L'Associazione Nazionale Infermieri Neuroscienze ANIN
ha pubblicato un interessante testo a cura di Lavalle T., Spairani C.,
Procedure, protocolli e linee guida di assistenza infermieristica.
Edizioni Masson; per lo specifico dell'assistenza psichiatrica, nel
contenimento dell'aggressività del paziente e nella gestione del TSO,
le Raccomandazioni per la revisione della metodologia infermieristica
(come risulta dalla bibliografia) si sono basate sulle Linee guida
internazionali, tra cui quelle JCAHO e RCN. Anche l'Ufficio Formazione
degli Istituti Ospitalieri di Cremona (Nadia Poli, Nursing Oggi, n°
4, 2001) mi risulta che ha avviato un processo di revisione della
metodologia infermieristica orientato alla produzione di strumenti
operativi applicabili e sperimentabili nelle unità operative (procedure e
protocolli); e nell'ambito dell'iniziativa un gruppo di lavoro si è
specificatamente dedicato all'elaborazione di Protocolli infermieristici
per la prevenzione delle cadute accidentali nelle persone con alterato
stato di coscienza, per la promozione dell'adesione al trattamento
farmacologico e una scheda di monitoraggio dell'utilizzo dei mezzi di
contenzione. Sono state utilizzate le linee guida della Joint Commission
della Colorado's Long Term Care facilities, febbraio, 1999, pp. 78-94.
Inoltre, la collega S. Fontana del Centro studi EBN - Direzione
Servizio Infermieristico, ASO di Bologna, ha svolto la traduzione e
reso disponibili per tutta la professione le Evidence Based Practice
Information Sheets for health Professionals, dell'importante Istituto
Australiano Joanna Briggs, comprendenti anche Physical Restraint: use in
acute and Residential Care Facilities.
Cordiali saluti.
Valter Fascio
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Salve,sono una studentessa all' ultimo anno del corso di diploma
universitario per infermiere presso l' universita' di catania. Il prossimo
novembre dovro' relazionare la mia tesi che trattera' l' assistenza al
paziente schizofrenico.A tal proposito mi chiedevo se fosse possibile
ricevere del materiale in merito,al fine di formulare un buon lavoro. In
attesa di un vostro cortese riscontro porgo cordiali saluti.
Marica |
Ciao Marica, La psichiatria può allargarsi a infiniti orizzonti e fare una tesi inevitabilmente richiama l'attenzione a qualcosa di specifico, perchè non si può parlare genericamente di tutto. Anche se hai individuato un range diagnostico, quello della schizofrenia, gli orizzonti sono sempre troppo estesi. L'assistenza al malato schizofrenico, come anche ai disturbi di personalità, può riguardare sia il momento della crisi, quindi dell'urgenza e del ricovero (TSO o TSV) in SPDC, ma sia, e dico soprattutto, il momento della riabilitazione che può seguire diversi percorsi in diversi contesti istituzionali e/o sociali. Ci potrebbe essere anche tutto il discorso della prevenzione che è anche molto interessante, ma forse è troppo particolare.... o trattare la schizofrenia da un punto di vista storico dell'assistenza... Molte cose accattivanti ci sarebbero, dipende da dove vuoi focalizzare la tua attenzione e come vuoi "costruire" la tua tesi. Da un punto di vista medico, esistono innumerevoli fonti che risulta difficile segnalarle per quanto sono variegate e infinite, molto meno c'è in tema di assistanza infermieristica, proprio perchè finora gli infermieri hanno scritto e pubblicato ben poco. Alcuni libri che potresti consultare sono elencanti nel nostro sito www.infermierionline.net entrando tra le aree specialistiche, in quella psichiatrica (gestita da me e dal collega Valter Fascio), la pagina diretta all'area è questa: www.infermierionline.net/aree_specialistiche/area_psichiatria.htm ) a.. M. Betti, M. Di Fiorino, Psichiatria e igiene mentale: ruolo e funzioni dell'infermiere, Mc Graw-Hill, Milano. a.. S.L.W. Krupnick, A.J. Wade, Piani di assistenza in psichiatrica, Ed. Italiana a cura di D. Guzzetti, Mc Graw-Hill, Milano. a.. U. Mariani, Psichiatria e igiene mentale, Collana Le professioni infermieristiche/21, NIS, Roma. a.. E. Gnocchi, V. Memmi, M.A. Tacchini, Nuovi modelli di intervento per l' infermiere psichiatrico, Bollati Boringhieri, Torino. a.. E. Gnocchi, M.T. Guazzetti, U. Ingelsson, V. Memmi, A. Palumbo, L. Skagerlind, L'infermiere psichiatrico, Bollati Boringhieri, Torino. a.. M.A. Tacchini, Professione infermiere nei servizi psichiatrici. Dalla teoria alla prassi, Masson, Milano. a.. B. Zani, M. Ravenna, M.A. Nicoli, Da custodi dei matti a operatori di salute mentale, Franco Angeli, Milano. a.. A. Ferruta, Un lavoro terapeutico. L'infermiere in psichiatria, con la collaborazione di M. Marcelli, Franco Angeli, Milano. a.. J. Duxbury, Il paziente difficile, Ed. Italiana a cura di R. Anchisi, M.G. Dessy, Mc Graw-Hill, Milano. a.. U. Mariani, Il filo di Arianna. La riabilitazione in psichiatria, NIS, Roma. a.. L. Cunico, L'assistenza al paziente con problemi psichici, Mc Graw-Hill, Milano Qui troverai anche alcuni articoli e molti links dai quali attingere notizie. In assoluto tra tutti i siti che si trovano nel web ti consiglio l'ottima quanto illimitata fonte on line: www.pol-it.org ... qui puoi veramente spaziare in ogni variegata branca che riguardi la psichiatrica. Alcune tesi in ambito psichiatrico sono pubblicate nella biblioteca infermieristica gestita dal collega Fabrizio Tallarita. www.infermierionline.com Mente l' A.N.I.N. , (Associazione Nazionale di Infermieri in Neuroscienze- è un Centro Documentazione che raccoglie le pubblicazioni edite dall'ANIN; offre una ampia scelta di lavori infermieristici, atti congressuali, linee guida e protocolli assistenziali e la possibilità di prelevare la rivista NEU che raccoglie numerosi articoli scientifici.) Non mi rimane che augurarti un buon lavoro, i miei complimenti per la scelta del tema e l'indicazione di pubblicare la tua tesi, una volta terminata, segnalandola alla biblioteca virtuale di www.infermieri.com. un abbraccio Claudia Giovannelli |
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| Un saluto a tutti gli infermieri d'Italia .Io vorrei informazioni sulla legislazione vigente per aprire un ambulatorio infermieristico |
Ciao Roberto,
Alcuni colleghi dell'associazione, mi consigliano questo:
Vol. 1 - "I NUOVI MODELLI
ORGANIZZATIVI PER L'ASSISTENZA INFERMIERISTICA - Buon lavoro e buona fortuna al
Collega!
cordiali saluti
Claudia Giovannelli
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Vorrei sapere perchè non c'è niente
sull'assistenza infermieristica in sala operatoria. Sono un'infermiera di
Siena che cerca di contattare e avere confronti, notizie, aggiornamenti
sul proprio lavoro, ma non c'è molto. Forse non ho cercato bene;
rispondetemi, se volete. Grazie e saluti.
Antonella
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Gentile sig.ra Antonella,
gli infermieri sono impegnati a 360 ° nel mondo sanitario e sociale,
l'associazione InfermieriOnline non si propone di approfondire o dare
prevalenza ad alcune tematiche specialistiche rispetto che altre, e
rappresentare questa realtà, in maniera così totalitaria e universale è
un'impresa difficile per non dire impossibile.
Ben 19 infermieri, più consulenti esterni lavorano oggi per
InfermieriOnline, sono organizzati per ruoli e per funzioni, la nostra
forza è quella di essere un gruppo coeso che lavora in maniera coordinata,
ci proponiamo, in futuro, di crescere e coprire anche quelle carenze che
non sono solamente nella specialistica della sala operatoria, ma anche in
molti altri settori.
Quello che volevo dirle è che nonostante i nostri limiti, siamo
un'associazione aperta a proposte e a nuove forme di collaborazione,
nonchè alla candidatura di nuovi infermieri, "curriculum" alla mano ,
a patto che venga garantito un impegno per avviare le aree mancanti, a
patto che ognuno si ponga in maniera responsabile e garantisca una
partecipazione attiva.
Chi ancora non si ritrova, quindi, non pensi subito ad esclusioni
deliberate...
Intanto possiamo darle alcuni consigli,
Su
www.infermieri.com ci sono
alcuni documenti interessanti aprendo l'area chirurgica.
inoltre le consiglio di guardare la pagina delle riviste infermieristiche
presente nella sezione dell'edicolaonline del sito.
le segnalo anche alcuni siti più specifici che potrà trovare tra i nostri
links. Perchè se cerca qualcosa di specifico mi pare più logico che visiti
i siti preposti a questo.
AIIA
- (Associazione Italiana di Infermieri in Anestesia)
La ringrazio a nome di tutto lo staff.
Claudia Giovannelli
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Ciao Claudia,
ti ho inviato la locandina di un convegno
che l'Associazione il Girasole di Treviglio (BG) ha in programma per
marzo.
Ci siamo sentiti altre volte in
particolare per l'ANIAP (ancora tutto fermo!!), e per una tesi.
Mi servirebbe il tuo aiuto in merito al
triage per pazienti pichiatrici. Sapresti indicarmi dei riferimenti,
realtà organizzative che lo fanno?
Grazie per l'attenzione e la
collaborazione.
Saluti anche a Valter.
Cesare
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Ciao Cesare, come stai?
Come forse sai, lavoro in un Centro di salute
mentale e le emergenze che trattiamo sono dietro il filtro del servizio
118 che interviene per primo sul territorio quando l'urgenza è qui.
Il triage nel mio servizio viene effettuato
ad un altro livello, affidiamo un colore e una gravità ad ogni caso
discusso dopo la prima seduta di accoglienza che viene programmata con
l'utente.
Puoi trovare il progetto nel dettaglio sul
sito infermierionline.it, nell'area psichiatrica delle aree
specialistiche.
Proprio alcuni giorni fa mi ha contattato una
collega che, trovando in internet tale progetto, mi chiedeva maggiori
ragguagli. La collega di Padova lavora in un servizio psichiatrico di
emergenza il quale lavora molto attraverso il triage telefonico. Di più, a
livello espereziale delle varie realtà Italiane non so dirti, posso
chiedere al collega Valter Fascio co-referente dell'area psichiatrica di
Infermierionline, ulteriori notizie ed esperienze nel territorio di
Torino.
Riguardo alla bibliografia ti segnalo questo
libro edito da Mc Grow Hill - "triage infermieristico" edizione aggiornata
nel 2000 al cui interno si può trovare un approfondimento nello specifico
della psichiatria.
Altro non ho trovato.
Aggiornami sui progressi dell'ANIAP .
Un abbraccio
Claudia Giovannelli
Ciao Cesare,
piacere di conoscerti.
La mia risposta alla tua domanda è
sovrapponibile a quella di Claudia.
In psichiatria il triage viene svolto con
diversi livelli (e modalità) rispetto alle altre Aree. Per la mia
esperienza professionale, confermerei che in psichiatria il triage
infermieristico nella sua accezione comune è svolto quasi
unicamente sul territorio, cioè nel CSM durante il primo contatto
-accoglimento con il paziente. Per stabilire il grado di priorità della
richiesta si può utilizzare praticamente dei codici colore come avviene
nel servizio di Claudia (oppure anche altri - simili - accorgimenti
pratici). Nel mio servizio, il caso urgente che si presenta nel CSM deve
essere comunque subito segnalato al medico;
tutti i differibili finiscono insieme in un
elenco in attesa della riunione settimanale.
Quest'ultima è un po' la prassi in uso nei
servizi psichiatrici territoriali del Torinese.
Il triage telefonico nei Servizi
Psichiatrici, è molto utilizzato in Svezia, a cui viene
specificatamente deputato una professionalità non esistente in Italia:
il "conctat man"; qui in
Piemonte la pratica mi sembra di uso abbastanza marginale, se non
improprio, anche per le difficoltà pratiche, burocratiche è legali.
Un caro saluto.
Valter Fascio
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Salve sono gaetano. sono uno studente infermiere eh....arrivato il momento per la tesi, non so dove prendere materiale per il mio argomento,confido nel vostro aiuto grazie. E... porgo i miei più sinceri auguri di buone feste. Dimenticavo il mio argomento è :assistenza infermieristica al paziente ortopedico. grazie di nuovo |
Caro Gaetano. Sinceramente, debbo dirti che, secondo me, l'argomento della tua tesi è molto vasto. Forse troppo, per essere affrontato in modo mirato. Il rischio è quello di svolgere un piano di assistenza a livello di chirurgia generale e nulla più... Chiaramente, molto dipende dalle tue ambizioni in sede di discussione e valutazione... Cosa ne pensa il tuo relatore? Sicuramente, un inizio potrebbe essere quello di consultare "Assistenza infermieristica e documentazione. Diagnosi infermieristiche e problemi collaborativi", di Lynda Juall Carpenito, Ed. Ambrosiana, anno 2000. Qui trovi il piano di assistenza in chirurgia generale e lo specifico sulla persona con frattura di anca e femore (e forse anche qualcos'altro che ti potrebbe interessare). Cercando con i vari motori di ricerca, poi, selezionando le giuste parole chiave, sicuramente troverai materiale, sia in lingua italiana che inglese. (es: ortopedia nursing, nursing in ortopedia ecc...). Un esempio di ciò che puoi trovare è questo: http://www.ipasvi.roma.it/italiano/arcobaleno/vol_11.pdf Semplicemente usando un motore di ricerca (solo siti in italiano) con le parole-chiave "nursing in frattura dell'anca". Occorre un po' di pazienza e costanza... Puoi trovare qualcosa di utile anche su http://www.infermieri.com/ , la biblioteca infermieristica online, fra le tesi di area chirurgica. Inoltre, puoi consultare e servirti dei links di http://www.infermierionline.net/ (nella barra sotto il titolo in homapage) fra i quali quelli, molto importanti, dedicati allo studio ed alla ricerca. Per le dritte su come effettuare la ricerca online, serviti dei "consigli in pillole" del collega Marco Piazza, sempre in InfermieriOnline, a questa URL: "consigli" , all'interno dell'!Area Formazione" Bene: direi che di lavoro da fare ne hai... In bocca al lupo per la Tua Tesi! Cordiali saluti. Franco Raineri |
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Buona sera. Sono uno studente infermiere volevo chiederle se si può chattare con colleghi in linea on line? Buona serata e grazie. Marco
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Ciao, Marco. Certo che si può...
InfermieriOnline ha, fra i suoi scopi principali, quello di facilitare lo scambio di informazioni e di esperienze fra cittadini, infermieri e studenti. Vuole essere un sito interattivo nel senso più ampio del termine. Per quanto riguarda la chat di InfermieriOnline, alla quale si accede dalla homepage, è previsto un incontro "fisso" ogni mercoledi sera, dalle ore 21,30 circa in poi. Alcuni incontri sono "tematici", altri sono destinati al libero confronto ed alla discussione. Per sapere quale è il programma del mese in corso, vai alla pagina destinata al "programma chat", cliccando qui: http://digilander.libero.it/aiol/chat.htm E' scaricabile, cliccando l'apposito link nella stessa pagina, la locandina del programma chat del corrente mese. E' possibile (anzi, auspicabile) proporre argomenti di discussione scrivendo alle colleghe responsabili del servizio(vedi in basso, sotto l'immagine della pagina di apertura della chat).
La chat di InfermieriOnline è, comunque, fruibile in qualsiasi momento, da parte di chiunque desideri servirsi di tale strumento. Non è mai "chiusa"...
Ti ricordo che, in InfermieriOnline, è presente anche un forum ed è fornito un importante servizio di consulenza online, all'interno delle diverse aree.
...Oltre a molte altre cose...
Cordiali saluti e buono studio!
Franco Raineri
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Quali sono le principali organizzazioni professionali in Italia e all'estero? quale è il ruolo della federazione nazionale dei Collegi? esperienze nazionali e internazionali dell'assistenza infermieristica. Grazie Patrizia
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Gentile Patrizia. Per individuare e capire il ruolo della Federazione Nazionale Collegi IPASVI, leggi qui: Ti consiglio, comunque, di visitare per intero il sito della Federazione . Anche qui: su questo stesso sito, puoi avere riferimenti importanti, sede per sede, cliccando su "Collegi IPASVI". Avrai, così, un quadro completo a risposta del Tuo quesito. Per quanto riguarda le Associazioni Infermieristiche, Ti consiglio di andare sempre qui: e potrai accedere a numerosi riferimenti, in svariati settori delle organizzazioni, associazioni ecc ... riguardanti 'infermieristica, cliccando su "Siti Infermieristici". Vi sono anche riportati links di importanti Associazioni e riviste a livello Internazionale. Esperienze nazionali ed internazionali...il campo è enorme... Dando un'occhiata ai succitati links, inizierai a farTi un'idea... Cosi, di primo acchito, posso consigliarTi la sezione da noi dedicata alle esperienze degli Infermieri Itineranti, di recente apertura. Visitando con calma www.infermierionline.net nei suoi vari settori, troverai molto materiale e spiegazioni per quanto riguarda la nostra Professione. Se il Tuo desiderio di conoscenza è rivolto verso un settore specifico di approfondimento, InfermieriOnline è qui, con esperienza e disponibilità. A disposizione per eventuali approfondimenti e chiarimenti, Ti porgo i più cordiali saluti. Franco Raineri
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Buongiorno, sono C. studentessa al terzo anno di scienze infermieristiche. Ho iniziato da qualche tempo a lavorare alla mia tesi di laurea, nella quale vorrei approfondire la gestione infermieristica del paziente sottoposto a cistectomia. Inizio a trovare però, problemi nel reperire materiale bibliografico...possibile che nessuno abbia mai pubblicato nulla? Probabilmente sono io che non riesco a muovermi nella giusta direzione...Spero vivamente che Lei possa aiutarmi in qualche modo ... La ringrazio anticipatamente e Le auguro buon lavoro. |
Gentile C.
sul portale
http://www.it-uro.org/index.htm
vai su "mappa del sito", poi su "i nostri lavori": troverai materiale
specifico
http://www.infermierionline.net/consigli.htm
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Caro collega sono Luciano IP con la specializzazione in Nefrologia e
Dialisi, da 17 anni lavoro presso un centro Dialisi. la domanda è questa: ai cosidetti Tecnici di Dialisi compete l'attacco e lo stacco dei pazienti? compete pungere le fistole arero-venose? oppure è vero che sono operazioni che deve fare il medico? se esiste qualche circolare o legge in proposito ti prego gentilmente di indicarmela. Luciano |
Bentrovato, Luciano. Direi che questi compiti non spettano al "Tecnico di dialisi"... Figura "vecchia" anche se, solitamente, abile ed esperta dal punto di vista operativo. Per approfondire in modo mirato, Ti consiglio di visitare questi siti: www.ante.it (Sito dei Tecnici di dialisi) www.renalgate.it (Sito di area nefrologica; medicina e nursing) www.edtna.it (Associazione Nazionale Trapianti ed Emodialisi, molto sul nursing specifico) Grazie per esserTi rivolto ad InfermieriOnline. Cordiali saluti. Franco Raineri |
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"Gradirei un Suo parere in materia di responsabilità infermieristica.
Leggo su pubblicazioni di cultura infermieristica (...) scritti che
illustrano l'evoluzione della professione infermieristica, ribadendone
autorevolmente l'acquisita autonomia...
Posso condividere tali concetti relativi anche alla rinnovata
responsabilità infermieristica (L. 42/99) in ambito clinico-assistenziale,
formativo, organizzativo e gestionale.
Mi chiedo però perchè nel SPDC, si sia attivata la prassi di compilare
con firma di un medico, la scheda relativa ai pazienti che possono uscire
(dal reparto) soli, accompagnati, oppure non possono uscire affatto.
Tralascio di riconsiderare il problema più generale della libertà del
paziente. Anche in ambito psichiatrico, il paziente cui viene repressa la
libertà di movimento, dovrebbe essere eccezione, e non norma. E' evidente
che la prassi in atto conferma l'eccezionalità per il paziente di poter
uscire e non quella di essere recluso. Il tutto come atto di esclusiva
responsabilità medica.
Mi pare che in tal modo venga del tutto soffocata quell'autonomia che
dovrebbe essere oggi implicita nella professione infermieristica, anche in
ambito psichiatrico, nelle "attività dirette alla prevenzione, alla cura e
alla salvaguardia della salute individuale e collettiva, espletando le
funzioni individuate dalle norme dei relativi profili professionali...
utilizzando metodologie di pianificazione per obiettivi dell'assistenza"
(comma 1 art. 1, L. 251/2000).
Il fatto che un cittadino ospedalizzato (in regime di TSO o
volontario), non possa uscire dal reparto o possa uscirvi solo se
accompagnato, non dovrebbe essere considerato elemento estraneo ad un
processo assistenziale )o clinico-assistenziale e decisionale) diretto
alla persona, vale a dire alla "cura e salvaguardia della salute
individuale...".
La ringrazio per l'attenzione (...)
Il Direttore di un DSM Novembre 2002
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Il problema della concessione di permessi di uscita, anche brevi, non si pone ovviamente nell’ambito di un trattamento sanitario obbligatorio, giacché verrebbe a costituire una palese contraddizione con il procedimento coercitivo (Castiglioni, Flores, 1986). Il problema si pone invece, nell’ambito di trattamenti sanitari volontari, siano essi attuati in S.P.D.C., sia in altre strutture, nei riguardi di pazienti in grado di accettare consapevolmente il ricovero o la degenza: questi pazienti sono liberi di andarsene quando vogliono. Al vuoto legislativo s’è aggiunta una ridda di opinioni disparate, non essendoci certezza di diritto ancor prima che condivisione ideologico-filosofica. Se la lettura vuole essere che il paziente ha il diritto di ottenere un permesso di uscita ogni qualvolta lo desideri (o addirittura di andare e venire dal reparto in continuazione), tale interpretazione non mi trova consenziente. Se invece s’intende che il paziente ha il diritto di essere “dimesso” quando lo chiede, allora, “in linea teorica”, non ho argomenti da opporre all’asserzione che possa in qualsiasi momento “varcare la soglia” ed andarsene. Preciso la scelta dell’inciso “in linea teorica”, dal momento ché non sappiamo se i permessi di uscita interni all’ospedale rientrino nella fattispecie dei permessi di uscita esterni “a termine”, non vigendo più (per fortuna) il regolamento dettagliato del 1909. Il principio della “Volontarietà” non è da confondersi con la libertà di fare tutto ciò che “estemporaneamente” possa passare per il capo, bensì, nel caso di un paziente, psichiatrico o non, accettazione delle regole generali presenti all’interno dell’ospedale (rispetto della presenza in orario di giro visita, in previsione di esami e consulenze, quando si svolgono delle attività, al momento della distribuzione vitto, ecc.), libera accettazione del “ricovero” e consenso al programma terapeutico proposto dal medico. Questo “programma” può (ovviamente) comprendere anche la necessità di permessi “espliciti” per le uscite, concertati e condivisi con il paziente nell’ambito di una reale, concreta e superiore finalità terapeutica, non certo per finalità custodialistica o ricattatoria. Si verrebbe a delineare quindi un concetto di “uscita” come “atto terapeutico”. Tornando dunque all’aspetto della Sua nota in merito all’autonomia/responsabilità infermieristica, “di volta in volta” dovranno essere attentamente e diligentemente valutati gli aspetti terapeutici alla base della concessione o del diniego, debitamente annotati e aggiornati nella cartella clinica, con particolare riguardo agli aspetti clinico-assistenziali, ma anche agli elementi di giudizio circa “le capacità” soggettive del paziente ad una normale autonomia personale ed ai termini cronologici-burocratici e all’eventuale “affidamento” a terze persone per le uscite. Per altro tale accurata annotazione in cartella costituisce sia un “vero” memoriale clinico riferito al singolo paziente, utile elemento di prova, oltre ché di good practice, nel caso in cui dovessero sortire contestazioni in sede giuridico-forense (Marusi e Bargagna). Solo per inciso…, è sicuramente nella sfera di competenza del medico ospedaliero - e non di altre profili sanitari, quali l’infermiere - che vige il dovere della corretta compilazione e tenuta di tale documento (DPR 27-3-69, n°128 artt.5 e7). Si profila nello specifico un autorizzazione al “permesso di uscita” che non si possa scindere da quelli che sono gli elementi di semiologia, le connotazioni diagnostiche, e di valutazione delle “capacità” del paziente di stretta competenza del medico specialista. Collegata a tale “atto clinico” valutativo appare la piena responsabilità del sanitario alle cui “cure” il paziente si affida volontariamente. Soprassiedo, invece, sugli aspetti “tecnico-pratici” di come “formalizzare” queste “uscite a termine” del paziente: certamente lo strumento pratico attualmente in uso è scarno (scheda anagrafica dei permessi unica e comune), non sufficientemente personalizzato e riepilogativo del “processo terapeutico” che ha motivato le decisioni in merito alla concessione-diniego dei permessi di uscita (che tuttavia in ogni caso c’è sempre stato…). Il medesimo strumento in uso ha però il vantaggio d’essere pratico, maneggevole, di facile consultazione per “tutto” il personale, non essendo pensabile (e fattibile) che tutta l’èquipe acceda continuamente all’archivio delle cartelle cliniche, per una debita consultazione del “programma individuale dei permessi”, ogni qual volta un paziente chiede di uscire dal S.P.D.C.. Tali aspetti “tecnico-pratici” (ricerca dello strumento), senz’altro migliorabili, sembrerebbero comunque subordinati alla risoluzione di quelli amministrativi, cui spetta il compito dello studio di un “Regolamento interno dei permessi di uscita” di peculiare competenza dell’Ufficio Spedalità e del Dirigente Amministrativo dell’A.S.L., che potrà avvalersi, per gli aspetti tecnico-sanitari, della collaborazione del Direttore Sanitario e del Direttore di Dipartimento, per gli aspetti gestionali e assistenziali, del Dirigente Infermiere e del Coordinatore (R. Castiglioni, A. Flores 1986). Per quanto sopra esposto, nello specifico, si ritiene che “l’autonomia” infermieristica non sia “limitata” dalla mancata evoluzione nel senso della “diagnosi medica” e della “prescrizione dell’atto”, così come la risposta al bisogno di libertà del paziente “non è elemento estraneo” al processo nursing, ma “garantito” tramite un approccio prestazionale complementare a quello medico (di presa in carico assistenziale), di diversa origine epistemologica e di pari dignità, con un comune obiettivo: il progetto terapeutico del paziente. L’autonomia infermieristica, invece, correrebbe il rischio di essere “soffocata”, qualora venisse meno nella stesura del “Regolamento”, ma soprattutto in quella del “Progetto terapeutico” individualizzato, aggiornato quotidianamente in S.P.D.C. (con briefing e de-briefing), l’attenzione al “Piano delle attività infermieristiche”. In questo caso, se nel processo sia clinico sia assistenziale e decisionale di équipe, la collaborazione interprofessionale, l’utilizzo “ai fini terapeutici” di tutte quelle informazioni dello “specifico” infermieristico relative ai bisogni del paziente (quali elementi “necessari”, “fondanti” e “costituenti” il medesimo), venisse meno, allora la pianificazione per obiettivi dell’assistenza non sarebbe possibile… (D.P.R. 251/2000) vale a dire la “cura e difesa della salute individuale…” La ringrazio per avermi richiesto questo parere, nella speranza di essere stato, considerata l’incertezza generale in materia, sufficientemente esauriente… Distinti saluti. Il C.P.S.E.- Coordinatore Afdi/Sap Valter Fascio
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Gentilissimo
Presidente, Le scrivo per chiedere se c'è la possibilità di avere i contenuti della discussione in chat del 24/10/02 "Empatia e paziente" essendo interessato molto al tema o diversamente se può darmi indicazioni utili su come reperire della letteratura a riguardo. Grazie, Alessio |
Gent.mo Alessio. Per la specifica, utilizzi questa URL: http://www.freeforumzone.it/viewmessaggi.aspx?f=2277&idd=1273 E' stata una delle prime chat del nuovo corso di InfermieriOnline, quindi ancora piuttosto "grezza". Più recentemente sono state introdotte regole di discussione, perciò l'esposizione è diventata maggiormente "ordinata". In generale... Per leggere le chat pregresse, clicchi su "archivio chat" all'interno della pagina-chat principale (accessibile dalla home-page). Le comparirà il collegamento al forum di InfermieriOnline, diviso in quattro cartelle, una delle quali è dedicata all'archivio delle serate chat.
Inoltre ti segnalo la nostra pagina di raccolta delle maggiori
riviste infermieristiche dove potrai ricercare vari articoli. Cordiali saluti.
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Carissimi futuri
colleghi, sono R. uno studente di Napoli,che tra non molto,spero per
Novembre, inizierà l'avventura della professione infermieristica...... Ma ho un problemino!!!! Adoro il mio lavoro e darò il massimo per fare sempre il meglio...Adoro la mia città,ma dal punto di vista professionale non è organizzata al meglio; siccome ritengo che i primi anni lavorativi,siano di fondamentale importanza per la formazione,ho deciso di trasferirmi altrove......Ma dove? C'è soltanto l'imbarazzo della scelta,dicono tutti così,io invece vorrei essere sicuro!!!Potreste consigliarmi ed eventualmente orientarmi? Vi ringrazio anticipatamente.....R. |
Ciao, Raffaele. Eh, si, hai ragione: i primi anni di lavoro sono molto importanti... E' giusto pensare di sfruttarli al meglio. Per quanto mi riguarda, posso dirti che anche al Nord la Sanità ha notevoli problemi: le Aziende pubbliche assumono a ritmo meno serrato rispetto al passato e c'è una forte attrattiva esercitata dal settore privato. Gli organici spesso sono "all'osso" e c'è parecchio da sgobbare. Premesso questo, diciamo qualche cosa di positivo, va'... La Regione sicuramente più organizzata ed all'avanguardia, per quanto riguarda la Sanità al Nord, è l'Emilia Romagna. Consiglierei di tenere d'occhio soprattutto le zone di Modena, Reggio Emilia, Bologna. Non da disprezzare anche Ferrara, nota anche per un importante centro Riabilitativo. Altrimenti, interessanti possono essere le Regioni a Statuto Autonomo, come il Trentino-Alto Adige e/o la Valle d'Aosta. Negli ultimi anni è piuttosto in difficoltà il Piemonte. La zona di Milano, invece, potrebbe essere utile come "primo approccio", per poi guardarsi intorno con calma. Il settore? Secondo me il pubblico da' sempre più garanzìe...molte di più. Secondo me, può essere sì interessante pensare al privato, ma dopo avere fatto un po' di esperienza ed avere individuato la propria strada, prestando servizio nel settore pubblico. Come ben capirai, queste sono scelte che, alla fine della fiera, sono dettate da diverse variabili: necessità di lavorare in fretta, aspirazioni personali, voglia di mettersi in gioco, problemi personali di vario tipo, predisposizioni ... Quello che mi sento vivamente di consigliarti è di tenere bene d'occhio la "GazzettaUfficiale" Lì, come sai, troverai eventuali concorsi banditi in giro per l'Italia. E, magari, tieni presente i miei suggerimenti... ;-) In bocca al lupo, Raffaele. Spero di trovarti presto su www.infermierionline.it A proposito: sul sito c'è un forum... "posta" lì la domanda che mi hai rivolto: interverranno colleghi di ogni parte d'Italia, che ti forniranno pareri. :-) Ciao! Spero di esserti stato utile... - Franco Raineri, Presidente per InfermieriOnline |
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Gentili colleghi
di Infermierionilne, mi chiamo B. L., risiedo a Rovigo, sono infermiere
professionale e lavoro nel reparto di oncologia dell'ospedale di Rovigo . Le pongo alcune domande relative ad alcuni aspetti della nostra professione che quotidianamente ci interpellano , ci impegnano e talvolta ci mettono in difficoltà; in particolare sono tre i quesiti che rivolgo . Mi scuso se chiedo queste cose, che forse da tempo qualcuno le ha risolte e mi dispiace di non aver trovato nell'ultimo numero della rivista l'infermiere , le risposte che cercavo dal punto di vista normativo. Ma ecco i quesiti : 1- chiedo , la consegna della lettera di dimissione al paziente (dimesso) dal punto di vista della legge a chi spetta? Se non vi è una legge specifica, vi sono dei riferimenti dei regolamenti anche aziendali che regolano tale pratica? (capisco che forse è una domanda banale, ma stiamo cercando di capire perchè il medico nel nostro reparto affidi a noi questa incombenza e responsabilità e quale sia la normativa che ci tuteli in materia) 2-esiste una legge o una normativa che preveda che sia il medico a trascrivere su un supporto cartaceo quanto prescrive in grafica e le successive modifiche? Per fare un esempio : nel nostro reparto abbiamo ancora le termografiche , dove il medico scrive gli esami ematochimici e la terapia da fare, successivamente noi trascriviamo su un nostro quaderno la terapia aggiornandola di volta in volta e spuntando agli orari stabiliti la terapia data. Qualche volta però è capitato che a causa di interpretazioni o scritture poco leggibili, dei farmaci fossero stati somministrati, anzichè essere stati sospesi . Chiedo quindi , esiste una disposizione che esoneri l'infermiere dal dover riportare in supporti cartacei la trascrizione della terapia ed obblighi invece il medico ad essere lui a trasferire le sue prescrizioni e di firmarle ? 3- alla dimissione del paziente a chi spetta dare i farmaci prescritti per il domicilio ? Ringraziandovi per la disponibilità vi invio i più cordiali saluti . B. L. |
1. La dimissione del paziente dall'Ospedale è
disposta dal Primario del reparto o in sua vece da un medico responsabile.
La Scheda di dimissione Ospedaliera (SDO) deve recare la firma del
medico curante, nonché quella del responsabile della Divisione (ndr.
recitava il D.P.R. n° 128/69).
lnoltre, il paziente, prima di lasciare
l'Ospedale, deve esigere la "lettera di dimissione" che deve contenere
la diagnosi (e l'eventuale prognosi), gli esami eseguiti, i
risultati, le cure effettuate e quelle consigliate. Per quanto sopra, si
evince che la lettera può essere compilata solamente da un medico;
l'infermiere può, eventualmente, consegnarla al paziente.
2. Una frequente fonte di responsabilità è
data dall'errore di trascrizione dalla cartella clinica alla cartella
infermieristica o al quaderno della terapia. Laddove la copiatura della
terapia correttamente prescritta in cartella clinica risulti
errata, l'infermiere risponderà per negligenza. In casi dubbi in merito a
quanto prescritto dal medico, l'infermiere ha l'obbligo di attivarsi "al
precipuo scopo di ottenere un'eventuale revisione e di ottenere
una precisazione per iscritto" (...), non già per sindacare l'efficacia
terapeutica di quanto prescritto, bensì per richiamarne anche solo
l'attenzione (Cassazione Penale, IV sezione 1678 del 25 ottobre 2000,
Rivista di Diritto delle Professioni Sanitarie, n. 1, 2001). Solamente
se il medico non fornisce informazioni e chiarimenti
all'infermiere in merito ad una terapia - specie se nuova - diventa sempre
responsabile e chiamato a rispondere in caso di errori compiuti
dall'infermiere.
La regola sopra enunciata specifica che
l'infermiere è responsabile della somministrazione della terapia
correttamente prescritta dal medico. La responsabilità dell'errore della
trascrizione stessa ricade per intero sull'infermiere, quando questi
ritenga opportuno, per prassi, trascrivere tale terapia.
Personalmente, si ritiene, ormai
giuridicamente superata dalle recenti modifiche legislative in materia
infermieristica, la sentenza del Tribunale di Bolzano, 3 Marzo 1980, la
quale riteneva, invece, che la responsabilità ricadesse anche sul medico,
in quanto aveva omesso "ogni necessaria forma di controllo sulla
successiva esattezza della trascrizione della prescrizione". Ove si
accogliesse ancora oggi una simile interpretazione si arriverebbe al
paradosso che il medico diventerebbe responsabile degli atti compiuti dal
personale infermieristico!
3. Pur essendo unitario l'atto di
somministrazione della terapia è possibile, da un punto di vista
giuridico, scomporlo in due distinti momenti: l'atto di prescrizione,
di competenza medica, e l'atto di somministrazione, di competenza
infermieristica. Se questi due momenti sono chiari e vengono tenuti
distinti l'infermiere non risponderà altro che degli errori legati alla
somministrazione. In caso contrario, potranno essergli contestati atti che
sono istituzionalmente di responsabilità medica. Chiarito questo, ne
consegue che ha poca importanza - se non da un punto di vista pratico e
organizzativo - quale delle due figure svolga l'atto della consegna
brevi-manu di una confezione di medicinali, al momento della dimissione
del paziente e del ritorno al proprio domicilio (Benci L., Manuale
giuridico professionale per l'esercizio del nursing, pagg. 118-9,
McGraw-Hill, Milano, 2001).
Valter Fascio
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Caro Marco, ti
pongo un quesito .....(omissis).... Alla fine ho deciso di accettare l'emodialisi,
ma ancora non mi sono licenziata dal mio vecchio lavoro e sto valutando,
ancora piena di dubbi, cosa fare....(omissis)....ho sentito parlare in modo
tremendo della dialisi a livello di organizzazione del lavoro e di rischio
infettivo. Vorrei frequentare il master in psichiatria ma nella mia città, Bologna, per ora è stato attivato solo quello in geriatria. A cosa dà diritto il conseguimento di un master? Volendo proseguire la carriera psichiatrica, per così dire, che cosa mi conviene fare? E' possibile, secondo te, cominciare a lavorare in dialisi e poi ottenere il trasferimento in una psichiatria, e se sì quali sarebbero i tempi eventualmente? Inoltre, la caposala presente è solo una facente funzione, conseguendo il master in psichiatria o la laure specialistica, potrei ambire a fare la caposala o non verrebbe comunque considerato essendo una struttura privata? Ti ringrazio per l'attenzione e spero in una tua risposta, purtroppo non so a chi chiedere queste cose e finora ho ricevuto risposte abbastanza incongruenti, anche dal collegio. Grazie, Camilla |
Ciao Camilla, Per l'infermiere il lavoro in emodialisi è simile ad operare in una terapia intensiva specialistica; vuoi per la necessità di mantenere l'ambiente con la minor BCM (bassa carica microbica), vuoi per l'elevatissima tecnologia delle apparecchiature emodialitiche, vuoi per l'accesso alla fistola artero-venosa (e la sua gestione) che molto assomiglia agli accessi cruenti delle T.I. Sono luoghi chiusi e con scambi interprofessionali ridotti, ipertecnologici, con una relazioni infermiere-paziente mantenute nel tempo e con esiti positivi a volte apparentemente scoraggianti. L'unica via di uscita per un paziente in dialisi è il trapianto. L'attesa di questo porta alcuni a condizioni di scompenso gravi che impongono il ricovero, la mortalità è alta...insomma situazione di stress garantita se non si adottano contromisure adeguate. Infatti la dialisi rappresenta una U.O. con un alto grado di turn-over del personale. E proprio legato all'alta complessità e al basso grado di sostituibilità del personale che spesso ci si trova in situazioni di carenza (basta una malattia o una gravidanza per mettere in sofferenza il sistema) con obbligo a fare ore aggiuntive di lavoro. A questo si deve aggiungere il lungo periodo di inserimento necessario per essere autonomi dal punto di vista operativo e un rischio professionale maggiore rispetto ad altre situazione a causa dell'accesso obbligato al sangue che rimane uno dei principali veicoli di trasmissione di patologie. Ha anche aspetti positivi nella relazione che è possibile instaurare col paziente che accede per anni (ogni volta per un paio di ore), per la possibilità di programmare il lavoro dato che raramente si presentano emergenze. Vedi tu, intanto ti segnalo alcuni siti di approfondimento: http://www.ante.it/Infermiere/FrancescaStasi/StasiIndice.html http://www.qsa.it/aned/consigli.htm http://www.ante.it/atti/Corso2001/Bianchetti2001.html http://www.sin-italia.org/inchieste/dialisi_peritoneale/vol13s1/fer14.pdf http://www.infermieri.com/archivio/pecoroni/pecoroni.pdf Per la seconda parte della domanda: Oggi per accedere alla funzione di coordinatore non è più necessario il possesso della Abiltazione a Funzioni Direttive(come stabilito dal CCNL vigente); questo vale sia per il pubblico che per il privato per cui potresti chiedere di essere ricevuta dal presidente della tua cooperativa e prospettargli le alternative che hai davati a te: - licenziarti e andare nel pubblico |
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| Sono Infermiera Professionale e presto servizio presso una Pubblica Amministrazione che tra le molteplici attività si occupa anche di riconoscere il diritto ad un assegno di invalidità ad alcune categorie di soggetti. Per tale ragione all’interno di tale struttura sono previste delle Aree Medico Legali con ambulatori medici e polispecialistici per l’effettuazione di alcuni esami come elettrocardiogrammi e prove di funzionalità respiratoria e le visite per il riconoscimento dello stato di invalidità. La necessità di rivolgerLe i quesiti di cui sopra è sorta dalle conflittuali affermazioni che i Dirigenti Medici nonché i Direttori della stessa Amministrazione avrebbero fatto riguardo una Tecnica di Laboratorio proveniente da mobilità interenti. Con la venuta della suddetta infatti, non viene più richiesta la presenza degli Infermieri Professionali negli ambulatori del centro dove la stessa presta servizio, in quanto secondo l’Amministrazione per un concetto di economicità efficienza ed efficacia non conviene l’invio di un Collaboratore Sanitario Infermiere Professionale presso tale centro dislocato in altra località, ma si può avvalere della presenza del Collaboratore Sanitario, anche se solo Tecnico di laboratorio, inquadrato come profilo sanitario. A questo punto mi chiedo se è cosi facilmente sopprimibile la figura dell’Infermiere Professionale negli ambulatori e se nei confronti dell’Amministrazione ci si può avvalere di un riferimento legislativo che regola la presenza di tale figura negli ambulatori o la messa in discussione della presenza di altra figura come il Tecnico di Laboratorio. Spero di essere stata un po’ più chiara e ringraziando anticipatamente per l’attenzione, invio cordiali saluti. |
Gentile collega,
la tua richiesta d' informazioni in merito
ai riferimenti legislativi o disposizioni particolari che definiscono, non
solo le competenze peculiari, ma l'imprescindibilità stessa della
"presenza" dell'infermiere nelle strutture organizzative ambulatoriali
degli Enti Statali o Parastatali, non è, purtroppo, per me di facile
riscontro, occupandomi prevalentemente di coordinamento infermieristico.
Non credo, comunque, che al di fuori dei tre "atti regolatori" ufficiali
della professione infermieristica possa esservi molto altro in materia.
Per altro, ho impostato ugualmente una
ricerca con alcuni motori, trovando il profilo del "Tecnico di laboratorio
biomedico" (D.M. 745/94), i regolamenti didattici del D.U., ed anche,
nello specifico, l'art. 3, comma 1 della Legge 251/2000 (che ti consiglio
di leggere). Quest'ultimo disposto, in particolare, recita che: "...
gli operatori delle professioni sanitarie dell' Area
tecnico-diagnostica svolgono con autonomia professionale le procedure
tecniche necessarie all'esecuzione di metodiche diagnostiche su materiali
biologici o sulla persona, ovvero, attività tecnico-assistenziali,
in attuazione di quanto previsto dai relativi profili (...)". Nel
regolamento didattico del corso, si fa anche specifico riferimento ad
"attività svolte seguendo protocolli stabiliti dal Dirigente
Responsabile del servizio (...)".
Proprio qui, forse, potrebbe già esserci la
risposta che tu cerchi...
La figura dell'infermiere, oggigiorno, deve
sempre più confrontarsi in un clima di "collaborazione" con altre figure
professionali, anche di nuovi profili emergenti, in modo particolare
dell'area tecnico-sanitaria: in effetti, se si hanno le competenze e le
capacità, molte attività potrebbero essere svolte da altre figure
professionali. La sfida, e la contraddizione - mi rendo conto - che può
sul momento creare grossi problemi, sta tutta qui.
In ogni caso, qualora tu ne ravvisassi gli
estremi, ti consiglio di contattare con fiducia il Collegio di
appartenenza, per avere un ulteriore parere professionale.
Ringraziandoti per averci contattato
nell'occasione ci è gradito porgerti cordiali saluti.
Valter Fascio
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Caro Marco, le
informazioni ricevute finora sono state incongruenti e incomplete, vorrei
sapere a quale periodo di astensione obbligatoria ha diritto un'infermiera
per la maternità. Nella clinica privata convenzionata, psichiatrica, dove
lavoro, mi hanno concesso dall'inizio della gravidanza fino a sette mesi
dopo il parto ma ho saputo di recente che non avviene così negli altri
posti. Vorrei saperne di più. Ho anche tante altre domande ma ti sono
già grata per l'attenzione prestatami finora. Mi scuso per la mail confusa
ma sono giorni di grande magone per le decisioni da prendere e l'incertezza
del mio futuro. Grazie, spero tanto in una tua risposta. Ti chiedo anche di illustrarmi per quanto puoi un po' del lavoro in emodialisi, in cui dovrei andare se lascio la clinica privata dove lavoro. Caro Marco, ti pongo un quesito a cui spero risponderai al più presto perché sono veramente molto angosciata. Attualmente sono ancora a casa dal lavoro per maternità, ma sto per rientrare a breve per andare a lavorare in un'azienda ospedaliera pubblica, lasciando quindi il lavoro di infermiera in una clinica psichiatrica convenzionata. In questo posto sono rimasta a casa da subito, appena saputo della gravidanza, e poi fino a sette mesi dopo il parto (in questi giorni sto praticamente usando le ferie maturate), ma ho saputo che avviene diversamente negli altri posti, compreso appunto l'ospedale pubblico. Io non riesco a capire come sia possibile però che un'infermiera in gravidanza continui a lavorare fino al settimo mese, e non capisco soprattutto come mai la clinica privata in cui lavoro, che certo non regala nulla, dia invece diritto a un periodo così lungo per la maternità. Sono ancora molto molto indecisa se lasciare la clinica per l'ospedale, e poiché desidero avere altri figli questo eventualmente sarebbe un grosso deterrente. Inoltre avrei voluto continuare a lavorare in ambito psichiatrico e ho vinto i concorsi per tutte le aziende della mia città, ma mi venivano proposti come destinazione solo reparti di medicina o chirurgia. Alla fine ho deciso di accettare l'emodialisi, ma ancora non mi sono licenziata dal mio vecchio lavoro e sto valutando, ancora piena di dubbi, cosa fare. Grazie, Camilla |
La legge 8 marzo 2000 n. 53 "Disposizioni per
il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e
alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città" che trovi
all'indirizzo:
http://www.parlamento.it/parlam/leggi/elelemat.htm, sezione
Tutela dei lavoratori, sindacati e sicurezza nel lavoro (poi in
ordine cronologico), poi integrato dal Decreto Legislativo 26 marzo 2001,
n. 151 "Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e
sostegno della maternita' e della paternita', a norma dell'articolo 15
della legge 8 marzo 2000, n. 53" pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 96
del 26 aprile 2001 - Supplemento Ordinario n. 93 :
http://www.parlamento.it/parlam/leggi/deleghe/01151dl.htm riordina nel
complesso l'intero ordinamento a tutela delle lavoratrici in gravidanza
facendo frequenti e congrui richiami alla legge 626/94.
All'articolo 6 "Tutela della
sicurezza e della salute" si legge:
"1. Il presente Capo prescrive misure per la
tutela della sicurezza e della salute delle lavoratrici durante il periodo
di gravidanza e fino a sette mesi di eta' del figlio, che hanno informato
il datore di lavoro del proprio stato, conformemente alle disposizioni
vigenti, fatto salvo quanto previsto dal comma 2 dell'articolo 8.
2. La tutela si applica, altresi', alle
lavoratrici che hanno ricevuto bambini in adozione o in affidamento, fino
al compimento dei sette mesi di eta'.
3. Salva l'ordinaria assistenza sanitaria e
ospedaliera a carico del Servizio sanitario nazionale, le lavoratrici,
durante la gravidanza, possono fruire presso le strutture sanitarie
pubbliche o private accreditate, con esclusione dal costo delle
prestazioni erogate, oltre che delle periodiche visite
ostetrico-ginecologiche, delle prestazioni specialistiche per la tutela
della maternita', in funzione preconcezionale e di prevenzione del rischio
fetale, previste dal decreto del Ministro della sanita' di cui
all'articolo 1, comma 5, lettera a), del decreto legislativo 29 aprile
1998, n. 124, purche' prescritte secondo le modalita' ivi indicate.
Interessante l'Art. 7. Lavori vietati
che recita:
"1. E' vietato adibire le lavoratrici al
trasporto e al sollevamento di pesi, nonche' ai lavori pericolosi,
faticosi ed insalubri. I lavori pericolosi, faticosi ed insalubri sono
indicati dall'articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 25
novembre 1976, n. 1026, riportato nell'allegato A del presente testo
unico. Il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con
i Ministri della sanita' e per la solidarieta' sociale, sentite le parti
sociali, provvede ad aggiornare l'elenco di cui all'allegato A. (ELENCO
DEI LAVORI FATICOSI, PERICOLOSI E INSALUBRI DI CUI ALL'ART. 7 tra
cui figura al punto:
D) i lavori che comportano l'esposizione alle radiazioni ionizzanti: durante la gestazione e per 7 mesi dopo il parto; L) i lavori di assistenza e cura degli infermi nei sanatori e nei reparti per malattie infettive e per malattie nervose e mentali: durante la gestazione e per 7 mesi dopo il parto); 2. Tra i lavori pericolosi, faticosi ed
insalubri sono inclusi quelli che comportano il rischio di esposizione
agli agenti ed alle condizioni di lavoro, indicati nell'elenco di cui
all'allegato B.(ELENCO NON ESAURIENTE DI AGENTIE CONDIZIONI DI
LAVORO DI CUI ALL'ART. 7 tra cui figura al punto: 3. La lavoratrice e' addetta ad altre mansioni per il periodo per il quale e' previsto il divieto. 4. La lavoratrice e', altresi', spostata ad altre mansioni nei casi in cui i servizi ispettivi del Ministero del lavoro, d'ufficio o su istanza della lavoratrice, accertino che le condizioni di lavoro o ambientali sono pregiudizievoli alla salute della donna. 5. La lavoratrice adibita a mansioni inferiori a quelle abituali conserva la retribuzione corrispondente alle mansioni precedentemente svolte, nonche' la qualifica originale. Si applicano le disposizioni di cui all'articolo 13 della legge 20 maggio 1970, n. 300, qualora la lavoratrice sia adibita a mansioni equivalenti o superiori. 6. Quando la lavoratrice non possa essere spostata ad altre mansioni, il servizio ispettivo del Ministero del lavoro, competente per territorio, puo' disporre l'interdizione dal lavoro per tutto il periodo di cui al presente Capo, in attuazione di quanto previsto all'articolo 17. 7. L'inosservanza delle disposizioni contenute nei commi 1, 2, 3 e 4 e' punita con l'arresto fino a sei mesi." L'Art. 8. Esposizione a radiazioni
ionizzanti 2. E' fatto obbligo alle lavoratrici di comunicare al datore di lavoro il proprio stato di gravidanza, non appena accertato. 3. E' altresi' vietato adibire le donne che allattano ad attivita' comportanti un rischio di contaminazione.
Art. 11. Valutazione dei rischi
1. Fermo restando quanto stabilito dall'articolo 7, commi 1 e 2, il datore di lavoro, nell'ambito ed agli effetti della valutazione di cui all'articolo 4, comma 1, del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e successive modificazioni, valuta i rischi per la sicurezza e la salute delle lavoratrici, in particolare i rischi di esposizione ad agenti fisici, chimici o biologici, processi o condizioni di lavoro di cui all'allegato C, nel rispetto delle linee direttrici elaborate dalla Commissione dell'Unione europea, individuando le misure di prevenzione e protezione da adottare. (ELENCO NON ESAURIENTE DI AGENTI
PROCESSIE CONDIZIONI DI LAVORO DI CUI ALL'ART. 11 Art. 17. Estensione del divieto 2. Il servizio ispettivo del Ministero del
lavoro puo' disporre, sulla base di accertamento medico, avvalendosi dei
competenti organi del Servizio sanitario nazionale, ai sensi degli articoli
2 e 7 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, l'interdizione dal
lavoro delle lavoratrici in stato di gravidanza, fino al periodo di
astensione di cui alla lettera a), comma 1, dell'articolo 16, per uno o piu'
periodi, la cui durata sara' determinata dal servizio stesso, per i seguenti
motivi: Art. 53. Lavoro notturno 2. Non sono obbligati a prestare lavoro
notturno: Insomma non te la faccio lunga e arrivo al dunque: I mesi canonici di astensione dal lavoro per maternità sono due prima del parto e tre dopo (più l'eventuale periodo tra data prevista e data effettiva dell'evento e dei priodi non goduti in caso di parto anticipato) raddoppiati in caso di parto gemellare. Viste le norme precedenti e la complessiva
pericolosità del nostro lavoro per la continua esposizione a ogni genere di
rischio (chimico, fisico, psicologico, ecc.) è prassi oramai consolidata che
nessuno si faccia carico dei rischi di trattenere una donna in gravidanza
nel proprio posto. Il tuo precedente datore di lavoro era obbligato a riconoscerti l'astensione perchè in un ambiente psichiatrico i rischi sono espressamente citati nella legge. Nelle strutture del SSN sono vigenti accordi tra le parti (Azienda, Sindacati e Ispettorato del lavoro) che permettono di riconoscere il rischio fin dal primo momento in cui si è a conoscenza del proprio stato di gravidanza e di avviare immediatamente le pratiche per l'astensione. Quindi non preoccuparti e contatta un rappresentante del tuo sindacato o della RSU e chiedi ulteriori informazioni a loro. La tua scelta di andare in emodialisi, essendo questa una U.O. ad alto rischio, faciliterà la stessa procedura anche per i prossimi pargoli che deciderai di regalare al mondo. Stai veramente tranquilla e cresci bene il tuo angioletto con i migliori gli auguri di tutta la nostra associazione e da Marco P.S. a giorni le prossime informazioni Bibliografia: |
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Ciao sono Camilla, Ti chiedo se è possibile per un infermiere "obiettare" alla terapia elettroconvulsiva che viene praticata dove lavoro. Io infatti preferirei non collaborare per questa pratica ma non so se posso. |
Ciao Camilla, Faccio seguito alla mia mail precedente e inizio dalla tua richiesta circa la possibilità di rifiutare la collaborazione alla terapia elettroconvulsiva (ECT). Un buon approccio è quello documentale: l'ECT è un trattamento scientificamente valido e riconosciuto dalla comunità scientifica e professionale? (parole chiave di ricerca: Electroconvulsive therapy, psychiatric somatic therapies, nursing, psychiatric nursing, complication). Una revisione Cochrane del 1996 che analizzava diversi studi svolti in un periodo lunghissimo (uno risalente al 1887!, ma forse si tratta del 1987, poi aggiornato nella versione in inglese al gennaio 2002 che trovi all'url: http://www.update-software.com/abstracts/AB000076.HTM) sembra inserire le sue conclusioni nelle cosiddette raccomandazioni di tipo C (non vi sono evidenze a sostegno di tale procedura, i risultati sono contraddittori).
Ti riporto le conclusioni per chiarezza: | ||||||||||||||||||||