POSTA E RISPOSTA  

Risponde Franco Raineri

1-2-3-4

27 - Libera professione
Sono un infermiere professionale dipendente, vorrei sapere se posso ugualmente esercitare in regime di libero professionista e come fare. Il mio sogno è quello di aprire uno studio infermieristico chi mi può aiutare

 

Ciao Alessandro,
ti rispondo per quanto di mia conoscenza:
l'esclusività del contratto di lavoro di tipo pubblico, soprattutto se in attività concorrenziale alle finalità istitutive delle ASL o delle cooperative sociali (lo studio infermieristico si colloca in questo settore), è pressochè totale.
L'unica deroga è rappresentata da un part-time del 50% che consente, dietro autorizzazione della tua ASL o cooperativa sociale, di svolgere attività affini, complementari o sostitutive in ambito sanitario.
 
Utili informazioni a tal fine le ritrovi su:
Autore Titolo Editore Anno ISBN
greco m. - rocco g. (a cura di ) guida all'esercizio della professione di infermiere 3° ed. ed. medico-scientifiche - torino 2002 88-7110-115-4
Benci Luca manuale giuridico professionale per l'esercizio del nursing McGraw-Hill - Milano  2001 88-386-2689-8
 
E' anche importante che fai riferimento al tuo Collegio Infermieri provinciale che potrà coadiuvarti e fornirti ogni ulteriore informazione utile al coronamento dei tuoi sogni professionali.
Invio questa tua missiva e della mia risposta anche al referente per la Normativa Professionale Salvatore Modica che potrà integrare con ulteriori dati questa mia risposta.
Ciao e augurissimi
 
Marco

 

26 - Somministrazione della terapia: regola delle sei G
Mi chiamo Sergio.
Sono un infermiere di Varese. Attualmente responsabile coordinatore di due nuclei psichiatrici in una RSA.
Vorrei avere informazioni e riferimenti legislativi sulle modalita' di somministrazione della terapia (si può o non si può prepararla prima per i colleghi dei turni successivi?). Vorrei inoltre sapere quando iniziano i prossimi master a Milano per coordinatori.
Grazie per la vostra attenzione.

 

Ciao Sergio,
inoltro questa tua anche ad altri colleghi di Infermierionline (Valter Fascio e Salvatore Modica) in modo da fornirti una informazione completa e puntuale:
Per quanto è a mia conoscenza ti consiglio di consultare:
Greco, Rocco; Guida all'esercizio della professione di infermiere 3° ed.Ed. Medico Scientifiche Torino 2003
Benci Luca; Manuale giuridico professionale per l'esercizio del nursing; McGraw-Hill Milano 2001.
Ma sono certo che ogni aspetto deontologico, legislativo, giurisprudenziale, di risk management eccetera VIETA ed il buon senso IMPEDISCE che la terapia sia somministrata da persona diversa da che chi la prepara.
In attesa di sentire anche gli altri colleghi ti saluto

 

Marco Piazza

 

 

Gent.mo Sergio,

confermo la precisa risposta fornita dal collega Marco Piazza in merito alla sua prima domanda.  La letteratura, infatti, a livello internazionale, ha già da molti anni, sintetizzato nella "Regola delle sei G", la corretta procedura per la somministrazione dei farmaci (Giusto farmaco, dose, via, orario, persona, registrazione). La mancata conoscenza di quanto sopra descritto non è accettabile dal punto di vista deontologico (art. 3.3 del Codice di deontologia infermieristica); inaccettabile la somministrazione di farmaci preparati da altri operatori, spesso a distanza di tempo, anche in riferimento al documento dell'United Kingdom Central Council for Nursing, Midwifery and Health Visiting, ottobre 1992, denominato "Standard per la somministrazione di farmaci", in Infermiere Informazione, Organo del Collegio IPASVI di Torino, n. 1, 1995, nel quale già si specificava in merito, e al paragrafo 10.6, ancora più chiaramente che "l'infermiere si rifiuta di preparare sostanze da iniettare e non immediatamente prima dell'uso e rifiuterà di somministrare un farmaco che non sia stato posto nel contenitore o aspirato nella siringa in sua presenza...".

Rispetto alla seconda domanda posta, per avere informazioni dettagliate sull'avvio dei prossimi Master in Management presso l'Università di Milano occorre aspettare il mese di Agosto e/o contattare ai seguenti indirizzi:

e-mail info@milanolodi.ipasvi.it ; marta.nucchi@unimi.it

Il Master in Coordinamento, ora in corso presso il San Raffaele si concluderà invece a fine febbraio 2005; eventuali informazioni circa un nuovo avvio sono possibili contattando il seguente indirizzo:

 

Cordiali saluti.

 

Valter Fascio - Area coordinatori InfermieriOnline

25 -Ricerca su ambulatori infermieristici
Mi chiamo Adriana e sono un infermiera, Vi ringrazio per  la risposta inviatami la volta scorsa,non ho molta esperienza sulla ricerca infermieristica e quindi vorrei farne una sugli ambulatori infermieristici in quanto sono molto interessata a questo argomento.
Potete darmi qualche informazione?

 

Ciao Adriana,
le informazioni che ci chiedi sono vaghe perchè noi ti si possa aiutare.
Fare ricerca è un metodo (scientifico) per aumentare la conoscenza disciplinare.
Si può fare ricerca su ogni aspetto di una disciplina: organizzativo, clinico, relazionale, qualitativo....... e potrei andare avanti a lungo.
Gli ambulatori infermieristici offrono prestazioni le più varie.
Avremmo bisogno di sapere con maggiore precisione coas vorresti indagare e quali sono i tuoi "quesiti di ricerca"
intanto di suggerisco una bibliografia essenziale sull'argomento:
Autore Titolo Editore Anno
lo biondo-wood g. - haber j. metodologia della ricerca infermieristica mcgraw-hill - milano 1997
nebuloni giorgio introduzione alla ricerca infermieristica per infermieri ed altri operatori sanitari ed. sorbona - milano 1995
regione veneto ricerca professionale infermieristica regione veneto 1991
sasso loredana (a cura di) introduzione alla ricerca infermieristica pioda - roma 1988
 
a presto
Marco Piazza
 

Potrebbero rivelarsi utili per la tua ricerca risorse e links dell'area "Infermieristica di comunità" presente nel nostro sito.

inoltre, prova a visitare questi altri due links sugli ambulatori infermieristici:

http://www.asl3.lLiguria.it

http://documenti_2003/Disegno%20di%legge%20regione.doc

 

24 - La contenzione fisica in psichiatria: Protocolli e Procedure in Italia
Egregio Valter Fascio,
ho letto con interesse la sua relazione sul Web e l'ho trovata molto interessante oltrechè condivisibile. Poiché sto preparando una relazione per un corso ECM per infermieri (sono uno psichiatra dell'Ospedale Civico di Palermo - SPDC1) desidererei avere alcune precisazioni sulla sua relazione (Giornata di Studio sulla contenzione fisica e farmacologica per il collegio IPASVI) .
In particolare a proposito di Linee Guida, lei, dopo aver citato il JCAHO  e il CMHS degli USA e il RCN e DHS inglesi, scrive: "
Seguendo il solco tracciato alcune realtà italiane hanno avviato un processo di revisione della metodologia infermieristica...". Le sarei grato se volesse precisarmi quali sono queste realtà italiane che hanno avviato questo processo e sopratutto a quali Linee Guida si riferisce.
Grazie.
 
Gent.mo Dottore,
la ringrazio per gli apprezzamenti espressi nei confronti della relazione sul tema "La contenzione fisica in psichiatria", da me presentata in occasione della Giornata di Studio organizzata dal Collegio IPASVI di Pistoia. Per rispondere alla sua domanda, premetto che sul sito della nostra asociazione non abbiamo pubblicato la  presentazione in powerpoint della relazione stessa, con tutte le relative slides esplicative; di conseguenza, molte informazioni aggiuntive non sono disponibili on-line.
In Italia, L'Associazione Nazionale Infermieri Neuroscienze ANIN ha pubblicato un interessante testo a cura di Lavalle T., Spairani C., Procedure, protocolli e linee guida di assistenza infermieristica. Edizioni Masson; per lo specifico dell'assistenza psichiatrica, nel contenimento dell'aggressività del paziente  e nella gestione del TSO, le Raccomandazioni per la revisione della metodologia infermieristica (come risulta dalla bibliografia) si sono basate sulle Linee guida internazionali, tra cui quelle JCAHO e RCN. Anche l'Ufficio Formazione degli Istituti Ospitalieri di Cremona (Nadia Poli, Nursing Oggi, n° 4, 2001) mi risulta che ha avviato un processo di revisione della metodologia infermieristica orientato alla produzione di strumenti operativi applicabili e sperimentabili nelle unità operative (procedure e protocolli); e nell'ambito dell'iniziativa un gruppo di lavoro si è specificatamente dedicato all'elaborazione di Protocolli infermieristici per la prevenzione delle cadute accidentali nelle persone con alterato stato di coscienza, per la promozione dell'adesione al trattamento farmacologico e una scheda di monitoraggio dell'utilizzo dei mezzi di contenzione. Sono state utilizzate le linee guida della Joint Commission della Colorado's Long Term Care facilities, febbraio, 1999, pp. 78-94.
Inoltre, la collega S. Fontana del Centro studi EBN - Direzione Servizio Infermieristico, ASO  di Bologna, ha svolto la traduzione e reso disponibili per tutta la professione le Evidence Based Practice Information Sheets for health Professionals, dell'importante Istituto Australiano Joanna Briggs, comprendenti anche Physical Restraint: use in acute and Residential Care Facilities. 
Cordiali saluti.
 
Valter Fascio

 

23 - Indicazioni per una tesi sull'assistenza al malato schizofrenico.
Salve,sono una studentessa all' ultimo anno del corso di diploma universitario per infermiere presso l' universita' di catania. Il prossimo novembre dovro' relazionare la mia tesi che  trattera' l' assistenza al paziente schizofrenico.A tal proposito mi chiedevo se fosse possibile ricevere del materiale in merito,al fine di formulare un buon lavoro. In attesa di un vostro cortese riscontro porgo cordiali saluti.

Marica
 

Ciao Marica,
La psichiatria può allargarsi a infiniti orizzonti e fare una tesi inevitabilmente richiama l'attenzione a qualcosa di specifico, perchè non si può parlare genericamente di tutto. Anche se hai individuato un range diagnostico, quello della schizofrenia, gli orizzonti sono sempre troppo estesi.
L'assistenza al malato schizofrenico, come anche ai disturbi di personalità, può riguardare sia il momento della crisi, quindi dell'urgenza e del ricovero (TSO o TSV) in SPDC, ma sia, e dico soprattutto, il momento della riabilitazione che può seguire diversi percorsi in diversi contesti istituzionali e/o sociali. Ci potrebbe essere anche tutto il discorso della prevenzione che è anche molto interessante, ma forse è troppo particolare.... o trattare la schizofrenia da un punto di vista storico dell'assistenza... Molte cose accattivanti ci sarebbero, dipende da dove vuoi focalizzare la tua attenzione e come vuoi "costruire" la tua tesi.

Da un punto di vista medico, esistono innumerevoli fonti che risulta difficile segnalarle per quanto sono variegate e infinite, molto meno c'è in tema di assistanza infermieristica, proprio perchè finora gli infermieri hanno scritto e pubblicato ben poco.

Alcuni libri che potresti consultare sono elencanti nel nostro sito www.infermierionline.net entrando tra le aree specialistiche, in quella psichiatrica (gestita da me e dal collega Valter Fascio), la pagina diretta all'area è questa:
www.infermierionline.net/aree_specialistiche/area_psichiatria.htm )

a.. M. Betti, M. Di Fiorino, Psichiatria e igiene mentale: ruolo e funzioni dell'infermiere, Mc Graw-Hill, Milano.

a.. S.L.W. Krupnick, A.J. Wade, Piani di assistenza in psichiatrica, Ed. Italiana a cura di D. Guzzetti, Mc Graw-Hill, Milano.

a.. U. Mariani, Psichiatria e igiene mentale, Collana Le professioni infermieristiche/21, NIS, Roma.

a.. E. Gnocchi, V. Memmi, M.A. Tacchini, Nuovi modelli di intervento per l' infermiere psichiatrico, Bollati Boringhieri, Torino.

a.. E. Gnocchi, M.T. Guazzetti, U. Ingelsson, V. Memmi, A. Palumbo, L. Skagerlind, L'infermiere psichiatrico, Bollati Boringhieri, Torino.

a.. M.A. Tacchini, Professione infermiere nei servizi psichiatrici. Dalla teoria alla prassi, Masson, Milano.

a.. B. Zani, M. Ravenna, M.A. Nicoli, Da custodi dei matti a operatori di salute mentale, Franco Angeli, Milano.

a.. A. Ferruta, Un lavoro terapeutico. L'infermiere in psichiatria, con la collaborazione di M. Marcelli, Franco Angeli, Milano.

a.. J. Duxbury, Il paziente difficile, Ed. Italiana a cura di R. Anchisi, M.G. Dessy, Mc Graw-Hill, Milano.

a.. U. Mariani, Il filo di Arianna. La riabilitazione in psichiatria, NIS, Roma.

a.. L. Cunico, L'assistenza al paziente con problemi psichici, Mc Graw-Hill, Milano


Qui troverai anche alcuni articoli e molti links dai quali attingere notizie. In assoluto tra tutti i siti che si trovano nel web ti consiglio l'ottima quanto illimitata fonte on line: www.pol-it.org ... qui puoi veramente spaziare in ogni variegata branca che riguardi la psichiatrica.

Alcune tesi in ambito psichiatrico sono pubblicate nella biblioteca infermieristica gestita dal collega Fabrizio Tallarita. www.infermierionline.com

Mente l' A.N.I.N. , (Associazione Nazionale di Infermieri in Neuroscienze- è un Centro Documentazione che raccoglie le pubblicazioni edite dall'ANIN; offre una ampia scelta di lavori infermieristici, atti congressuali, linee guida e protocolli assistenziali e la possibilità di prelevare la rivista NEU che raccoglie numerosi articoli scientifici.)

Non mi rimane che augurarti un buon lavoro, i miei complimenti per la scelta del tema e l'indicazione di pubblicare la tua tesi, una volta terminata, segnalandola alla biblioteca virtuale di www.infermieri.com.

un abbraccio
Claudia Giovannelli
 
22- Consigli per l'apertura di un ambulatorio infermieristico.
Un saluto a tutti gli infermieri d'Italia .Io vorrei informazioni sulla legislazione vigente per aprire un ambulatorio infermieristico
Ciao Roberto,
Alcuni colleghi dell'associazione, mi consigliano questo:

 

Vol. 1 - "I NUOVI MODELLI ORGANIZZATIVI PER L'ASSISTENZA INFERMIERISTICA -
L'AMBULATORIO INFERMIERISTICO"

Collana "Nursing"
di Mariella D'Innocenzo
Centro Scientifico Editore - Torino, luglio 2003.

http://www.infermierionline.net/recensione_libri/nursing.htm#1-

Per il resto, gli immarcescibili Profilo Professionale e Codice Deontologico
sono sempre e comunque i totem.  
Ovvero: spazio anche alla nostra creatività...sarebbe ora.

Buon lavoro e buona fortuna al Collega!
Franco Raineri

 

cordiali saluti
Claudia Giovannelli

 

21- Assistenza in sala operatoria. Dove trovare materiale.
Vorrei sapere perchè non c'è niente sull'assistenza infermieristica in sala operatoria. Sono un'infermiera di Siena che cerca di contattare e avere confronti, notizie, aggiornamenti sul proprio lavoro, ma non c'è molto. Forse non ho cercato bene; rispondetemi, se volete. Grazie e saluti.
Antonella 

 

Gentile sig.ra Antonella,
gli infermieri sono impegnati a 360 ° nel mondo sanitario e sociale, l'associazione InfermieriOnline non si propone di approfondire o dare prevalenza ad alcune tematiche specialistiche rispetto che altre,  e rappresentare questa realtà, in maniera così totalitaria e universale è un'impresa difficile per non dire impossibile.
Ben 19 infermieri, più consulenti esterni lavorano oggi per InfermieriOnline, sono organizzati per ruoli e per funzioni, la nostra forza è quella di essere un gruppo coeso che lavora in maniera coordinata, ci proponiamo, in futuro, di crescere e coprire anche quelle carenze che non sono solamente nella specialistica della sala operatoria, ma anche in molti altri settori.
Quello che volevo dirle è che nonostante i nostri limiti, siamo un'associazione aperta a proposte e a nuove forme di collaborazione, nonchè alla candidatura di nuovi infermieri, "curriculum" alla mano ,
a patto che venga garantito un impegno per avviare le aree mancanti, a patto che ognuno si ponga in maniera responsabile e garantisca una partecipazione attiva.
Chi ancora non si ritrova, quindi, non pensi subito ad esclusioni deliberate...
 
Intanto possiamo darle alcuni consigli,

Su www.infermieri.com  ci sono alcuni documenti interessanti aprendo l'area chirurgica.
Ma, se con Google cerca con le parole chiave "nursing chirurgico", troverà diverse altre cose...

 
inoltre le consiglio di guardare la pagina delle riviste infermieristiche presente nella sezione dell'edicolaonline del sito.

 
le segnalo anche alcuni siti più specifici che potrà trovare tra i nostri links. Perchè se cerca qualcosa di specifico mi pare più logico che visiti i siti preposti a questo.
 A.A.I. - (Associazione Infermieri di Anestesia) 
 AIIA - (Associazione Italiana di Infermieri in Anestesia)
 A.I.C.O. - (Associazione caposala e infermieri di sala operatoria) 
 
 
La ringrazio a nome di tutto lo staff.
Claudia Giovannelli

 

20 - Il triage in Psichiatria
Ciao Claudia,
ti ho inviato la locandina di un convegno che l'Associazione il Girasole di Treviglio (BG) ha in programma per marzo.
Ci siamo sentiti altre volte in particolare per l'ANIAP (ancora tutto fermo!!), e per una tesi.
Mi servirebbe il tuo aiuto in merito al triage per pazienti pichiatrici. Sapresti indicarmi dei riferimenti, realtà organizzative che lo fanno?
Grazie per l'attenzione e la collaborazione.
Saluti anche a Valter.
 
Cesare

 

Ciao Cesare, come stai?
Come forse sai, lavoro in un Centro di salute mentale e le emergenze che trattiamo sono dietro il filtro del servizio 118 che interviene per primo sul territorio quando l'urgenza è qui.
Il triage nel mio servizio viene effettuato ad un altro livello, affidiamo un colore e una gravità ad ogni caso discusso dopo la prima seduta di accoglienza che viene programmata con l'utente.
Puoi trovare il progetto nel dettaglio sul sito infermierionline.it, nell'area psichiatrica delle aree specialistiche.
Proprio alcuni giorni fa mi ha contattato una collega che, trovando in internet tale progetto, mi chiedeva maggiori ragguagli. La collega di Padova lavora in un servizio psichiatrico di emergenza il quale lavora molto attraverso il triage telefonico. Di più, a livello espereziale delle varie realtà Italiane non so dirti, posso chiedere al collega Valter Fascio co-referente dell'area psichiatrica di Infermierionline, ulteriori notizie ed esperienze nel territorio di Torino.
 
Riguardo alla bibliografia ti segnalo questo libro edito da Mc Grow Hill - "triage infermieristico" edizione aggiornata nel 2000 al cui interno si può trovare un approfondimento nello specifico della psichiatria.
Altro non ho trovato.
 
Aggiornami sui progressi dell'ANIAP .
Un abbraccio
Claudia Giovannelli
 
Ciao Cesare,
piacere di conoscerti.
La mia risposta alla tua domanda è sovrapponibile a quella di Claudia.
In psichiatria il triage viene svolto con diversi livelli (e modalità) rispetto alle altre Aree. Per la mia esperienza professionale, confermerei che in psichiatria il triage infermieristico nella sua accezione comune è svolto quasi unicamente sul territorio, cioè nel CSM durante il primo contatto -accoglimento con il paziente. Per stabilire il grado di priorità della richiesta si può utilizzare praticamente dei codici colore come avviene nel servizio di Claudia (oppure anche altri - simili - accorgimenti pratici). Nel mio servizio, il caso urgente che si presenta nel CSM deve essere comunque subito segnalato al medico;
tutti i differibili finiscono insieme in un elenco in attesa della riunione settimanale.
Quest'ultima è un po' la prassi in uso nei servizi psichiatrici territoriali del Torinese.
 
Il triage telefonico nei Servizi Psichiatrici, è molto utilizzato in Svezia,  a cui viene specificatamente deputato una professionalità non esistente in Italia:
il "conctat man"; qui in Piemonte la pratica mi sembra di uso abbastanza marginale,  se non improprio, anche per le difficoltà pratiche, burocratiche è legali.
Un caro saluto.
 
Valter Fascio
19 - Assistenza Infermieristica al paziente in ortopedia: aiuto tesi
Salve sono gaetano.
sono uno studente infermiere eh....arrivato il momento per la tesi, non so dove prendere materiale per il mio argomento,confido nel vostro aiuto grazie.
E... porgo i miei più sinceri auguri di buone feste.
Dimenticavo il mio argomento è :assistenza infermieristica al paziente ortopedico.
grazie di nuovo
Caro Gaetano.
Sinceramente, debbo dirti che, secondo me, l'argomento della tua tesi è molto vasto. Forse troppo, per essere affrontato in modo mirato. Il rischio è quello di svolgere un piano di assistenza a livello di  chirurgia generale e nulla più...
Chiaramente, molto dipende dalle tue ambizioni in sede di discussione e valutazione...
Cosa ne pensa il tuo relatore?
Sicuramente, un inizio potrebbe essere quello di consultare "Assistenza infermieristica e documentazione. Diagnosi infermieristiche e problemi  collaborativi", di Lynda Juall Carpenito, Ed. Ambrosiana, anno 2000.
Qui trovi il piano di assistenza in chirurgia generale e lo specifico sulla persona con frattura di anca e femore (e forse anche qualcos'altro che ti potrebbe interessare).
Cercando con i vari motori di ricerca, poi, selezionando le giuste parole chiave, sicuramente troverai materiale, sia in lingua italiana che inglese. (es: ortopedia nursing, nursing in ortopedia ecc...).
Un esempio di ciò che puoi trovare è questo:  
http://www.ipasvi.roma.it/italiano/arcobaleno/vol_11.pdf
Semplicemente usando un motore di ricerca (solo siti in italiano) con le parole-chiave "nursing in frattura dell'anca".
Occorre un po' di pazienza e costanza...
Puoi trovare qualcosa di utile anche su   http://www.infermieri.com/  , la biblioteca infermieristica online, fra le tesi di area chirurgica.
Inoltre, puoi consultare e servirti dei links di  http://www.infermierionline.net/  (nella barra sotto il titolo in homapage) fra i quali quelli, molto  importanti, dedicati allo studio ed alla ricerca.
Per le dritte su come effettuare la ricerca online, serviti dei "consigli in pillole" del collega Marco Piazza, sempre in InfermieriOnline, a questa URL:  "consigli" , all'interno dell'!Area Formazione"

Bene: direi che di lavoro da fare ne hai...
In bocca al lupo per la Tua Tesi!
Cordiali saluti.

Franco Raineri

18 - Chat On Line

Buona sera. Sono uno studente infermiere volevo chiederle se si può chattare con colleghi in linea on line?

Buona serata e grazie.

Marco

 

Ciao, Marco. Certo che si può...

 

InfermieriOnline ha, fra i suoi scopi principali, quello di facilitare lo scambio di informazioni e di esperienze fra cittadini, infermieri e studenti.

Vuole essere un sito interattivo nel senso più ampio del termine.

Per quanto riguarda la chat di InfermieriOnline, alla quale si accede dalla homepage, è previsto un incontro "fisso" ogni mercoledi sera, dalle ore 21,30 circa in poi. Alcuni incontri sono "tematici", altri sono destinati al libero confronto ed alla discussione.

Per sapere quale è il programma del mese in corso, vai alla pagina destinata al "programma chat", cliccando qui:    http://digilander.libero.it/aiol/chat.htm 

E' scaricabile, cliccando l'apposito link nella stessa pagina, la locandina del programma chat del corrente mese.

E' possibile (anzi, auspicabile) proporre argomenti di discussione scrivendo alle colleghe responsabili del servizio(vedi in basso, sotto l'immagine della pagina di apertura della chat).

 

La chat di InfermieriOnline è, comunque, fruibile in qualsiasi momento, da parte di chiunque desideri servirsi di tale strumento. Non è mai "chiusa"...

 

Ti ricordo che, in InfermieriOnline, è presente anche un forum ed è fornito un importante servizio di consulenza online, all'interno delle diverse aree.

 

...Oltre a molte altre cose...

 

Cordiali saluti e buono studio!

 

Franco Raineri

 

17 - Organizzazioni ed esperienze professionali nazionali ed internazionali. Ruolo dei Collegi Ipasvi.

Quali sono le principali organizzazioni professionali in Italia e all'estero? quale è il ruolo della federazione nazionale dei Collegi? esperienze nazionali e internazionali dell'assistenza infermieristica.                     

Grazie Patrizia                                                

 

Gentile Patrizia.

Per individuare e capire il ruolo della Federazione Nazionale Collegi IPASVI, leggi qui:

Ti consiglio, comunque, di visitare per intero il sito della Federazione .

Anche qui:  su questo stesso sito, puoi avere riferimenti importanti, sede per sede, cliccando su "Collegi IPASVI".

Avrai, così, un quadro completo a risposta del Tuo quesito. 

Per quanto riguarda le Associazioni Infermieristiche, Ti consiglio di andare sempre qui:  e potrai accedere a numerosi riferimenti, in svariati settori delle organizzazioni, associazioni ecc ... riguardanti 'infermieristica, cliccando su "Siti Infermieristici".

Vi sono anche riportati links di importanti Associazioni e riviste a livello Internazionale. 

Esperienze nazionali ed internazionali...il campo è enorme...

Dando un'occhiata ai succitati links, inizierai a farTi un'idea...

Cosi, di primo acchito, posso consigliarTi la sezione da noi dedicata alle esperienze degli Infermieri Itineranti, di recente apertura. 

Visitando con calma www.infermierionline.net  nei suoi vari settori, troverai molto materiale e spiegazioni per quanto riguarda la nostra Professione.

Se il Tuo desiderio di conoscenza è rivolto verso un settore specifico di approfondimento, InfermieriOnline è qui, con esperienza e disponibilità.  

A disposizione per eventuali approfondimenti e chiarimenti, Ti porgo i più cordiali saluti. 

Franco Raineri

 

16 - La gestione infermieristica del paziente sottoposto a cistectomia. Fonti bibliografiche
Buongiorno,
sono C. studentessa al terzo anno di scienze infermieristiche.
Ho iniziato da qualche tempo  a lavorare alla mia tesi di laurea, nella quale vorrei approfondire la gestione infermieristica del paziente sottoposto a cistectomia.
Inizio a trovare però, problemi nel reperire  materiale  bibliografico...possibile che nessuno abbia mai pubblicato nulla? Probabilmente sono io che non riesco a muovermi nella giusta direzione...Spero vivamente che Lei possa aiutarmi in qualche modo ...
La ringrazio anticipatamente e Le auguro buon lavoro.

Gentile C.
Guarda qui:

sul portale http://www.it-uro.org/index.htm  vai su "mappa del sito", poi su "i nostri lavori": troverai materiale specifico
Ti consiglio, comunque, di visitare tutto  http://www.it-uro.org/index.htm  : troverai molto, sul  nursing urologico.
Puoi trovare qualcosa anche guardando qui:
http://www.rivistaurologia.net/2_98/2_98.htm
Se, poi, con Google cercherai "in tutto il web" con le parole chiave: "cystectomy nursing", troverai molti documenti.
Ma...se vuoi imparare davvero qualcosa di IMPORTANTE, vai qui:

http://www.infermierionline.net/consigli.htm
Questa è la pagina, in InfermieriOnline, dove puoi trovare i consigli del collega esperto Marco Piazza, circa la ricerca bibliografica in rete.
Vedrai che, in breve, troverai ciò che cerchi.
Ed abbondantemente.
Ciao, C
In bocca al lupo, per il tuo ultimo anno di corso.

Franco Raineri

 

15 - Mansioni dell'infermieri in un Centro di Dialisi
Caro collega sono Luciano IP con la specializzazione in Nefrologia e Dialisi, da 17 anni lavoro presso un centro Dialisi.
la domanda è questa: ai cosidetti Tecnici di Dialisi compete l'attacco e lo stacco dei pazienti? compete pungere le fistole arero-venose? oppure è vero che sono operazioni che deve fare il medico? se esiste qualche  circolare o legge in proposito ti prego gentilmente di indicarmela.

Luciano

Bentrovato, Luciano.

Direi che questi compiti non spettano al "Tecnico di dialisi"...
Figura "vecchia" anche se, solitamente, abile ed esperta dal punto di vista operativo.

Per approfondire in modo mirato, Ti consiglio di visitare questi siti:

www.ante.it  (Sito dei Tecnici di dialisi)

www.renalgate.it   (Sito di area nefrologica; medicina e nursing)

www.edtna.it   (Associazione Nazionale Trapianti ed Emodialisi, molto sul nursing specifico)

Grazie per esserTi rivolto ad InfermieriOnline.

Cordiali saluti.

Franco Raineri
14- Autonomia e responsabilità infermieristica in SPDC
"Gradirei un Suo parere in materia di responsabilità infermieristica.
Leggo su pubblicazioni di cultura infermieristica (...) scritti che illustrano l'evoluzione della professione infermieristica, ribadendone autorevolmente l'acquisita autonomia...
Posso condividere tali concetti relativi anche alla rinnovata responsabilità infermieristica (L. 42/99) in ambito clinico-assistenziale, formativo, organizzativo e gestionale.
Mi chiedo però perchè nel SPDC, si sia attivata la prassi di compilare con firma di un medico, la scheda relativa ai pazienti che possono uscire (dal reparto) soli, accompagnati, oppure non possono uscire affatto.
Tralascio di riconsiderare il problema più generale della libertà del paziente. Anche in ambito psichiatrico, il paziente cui viene repressa la libertà di movimento, dovrebbe essere eccezione, e non norma. E' evidente che la prassi in atto conferma l'eccezionalità per il paziente di poter uscire e non quella di essere recluso. Il tutto come atto di esclusiva responsabilità medica.
Mi pare che in tal modo venga del tutto soffocata quell'autonomia che dovrebbe essere oggi implicita nella professione infermieristica, anche in ambito psichiatrico, nelle "attività dirette alla prevenzione, alla cura e alla salvaguardia della salute individuale e collettiva, espletando le funzioni individuate dalle norme dei relativi profili professionali... utilizzando metodologie di pianificazione per obiettivi dell'assistenza" (comma 1 art. 1, L. 251/2000).
Il fatto che un cittadino ospedalizzato (in regime di TSO o volontario), non possa uscire dal reparto o possa uscirvi solo se accompagnato, non dovrebbe essere considerato elemento estraneo ad un processo assistenziale )o clinico-assistenziale e decisionale) diretto alla persona, vale a dire alla "cura e salvaguardia della salute individuale...".
La ringrazio per l'attenzione (...)

Il Direttore di un DSM

Novembre 2002

 

Il problema della concessione di permessi di uscita, anche brevi, non si pone ovviamente nell’ambito di un trattamento sanitario obbligatorio, giacché verrebbe a costituire una palese contraddizione con il procedimento coercitivo (Castiglioni, Flores, 1986).

Il problema si pone invece, nell’ambito di trattamenti sanitari volontari, siano essi attuati in S.P.D.C., sia in altre strutture, nei riguardi di pazienti in grado di accettare consapevolmente il ricovero o la degenza: questi pazienti sono liberi di andarsene quando vogliono.

Al vuoto legislativo s’è aggiunta una ridda di opinioni disparate, non essendoci certezza di diritto ancor prima che condivisione ideologico-filosofica.

Se la lettura vuole essere che il paziente ha il diritto di ottenere un permesso di uscita ogni qualvolta lo desideri (o addirittura di andare e venire dal reparto in continuazione), tale interpretazione non mi trova consenziente.

Se invece s’intende che il paziente ha il diritto di essere “dimesso” quando lo chiede, allora, “in linea teorica”, non ho argomenti da opporre all’asserzione che possa in qualsiasi momento “varcare la soglia” ed andarsene.

Preciso la scelta dell’inciso “in linea teorica”, dal momento ché non sappiamo se i permessi di uscita interni all’ospedale rientrino nella fattispecie dei permessi di uscita esterni “a termine”, non vigendo più (per fortuna) il regolamento dettagliato del 1909. 

Il principio della “Volontarietà” non è da confondersi con la libertà di fare tutto ciò che “estemporaneamente” possa passare per il capo, bensì, nel caso di un paziente, psichiatrico o non, accettazione delle regole generali presenti all’interno dell’ospedale (rispetto della presenza in orario di giro visita, in previsione di esami e consulenze, quando si svolgono delle attività, al momento della distribuzione vitto, ecc.), libera accettazione del “ricovero” e consenso al programma terapeutico proposto dal medico.

Questo “programma” può (ovviamente) comprendere anche la necessità di permessi “espliciti” per le uscite, concertati e condivisi con il paziente nell’ambito di una reale, concreta e superiore finalità terapeutica, non certo per finalità custodialistica o ricattatoria. Si verrebbe a delineare quindi un concetto di “uscita” come “atto terapeutico”.

Tornando dunque all’aspetto della Sua nota in merito all’autonomia/responsabilità infermieristica, “di volta in volta” dovranno essere attentamente e diligentemente valutati gli aspetti terapeutici alla base della concessione o del diniego, debitamente annotati e aggiornati nella cartella clinica, con particolare riguardo agli aspetti  clinico-assistenziali, ma anche agli elementi di giudizio circa “le capacità” soggettive del paziente ad una normale autonomia personale ed ai termini cronologici-burocratici  e all’eventuale “affidamento” a terze persone per le uscite.

Per altro tale accurata annotazione in cartella costituisce sia un “vero” memoriale clinico riferito al singolo paziente, utile elemento di prova, oltre ché di good practice, nel caso in cui dovessero sortire contestazioni in sede giuridico-forense (Marusi e Bargagna).

Solo per inciso…, è sicuramente nella sfera di competenza del medico ospedaliero - e non di altre profili sanitari, quali l’infermiere - che vige il dovere della corretta compilazione e tenuta di tale documento (DPR 27-3-69, n°128 artt.5 e7).

Si profila nello specifico un autorizzazione al “permesso di uscita” che non si possa scindere da quelli che sono gli elementi di semiologia, le connotazioni diagnostiche, e di valutazione delle “capacità” del paziente di stretta competenza del medico specialista.

Collegata a tale “atto clinico” valutativo appare la piena responsabilità del sanitario alle cui “cure” il paziente si affida volontariamente.

Soprassiedo, invece, sugli aspetti “tecnico-pratici” di come “formalizzare” queste “uscite a termine” del paziente: certamente lo strumento pratico attualmente in uso è scarno (scheda anagrafica dei permessi unica e comune), non sufficientemente personalizzato e riepilogativo del “processo terapeutico” che ha motivato le decisioni in merito alla concessione-diniego dei permessi di uscita (che tuttavia in ogni caso c’è sempre stato…).

Il medesimo strumento in uso ha però il vantaggio d’essere pratico, maneggevole, di facile consultazione per “tutto” il personale, non essendo pensabile (e fattibile) che tutta l’èquipe  acceda continuamente all’archivio delle cartelle cliniche, per una debita consultazione del “programma  individuale dei permessi”, ogni qual volta un paziente chiede di uscire dal S.P.D.C..

Tali aspetti “tecnico-pratici” (ricerca dello strumento), senz’altro migliorabili, sembrerebbero comunque subordinati alla risoluzione di quelli amministrativi, cui spetta il compito dello studio di un “Regolamento interno dei permessi di uscita” di peculiare competenza dell’Ufficio Spedalità e del Dirigente Amministrativo dell’A.S.L., che potrà avvalersi, per gli aspetti tecnico-sanitari, della collaborazione del Direttore Sanitario e del Direttore di Dipartimento, per gli aspetti gestionali e assistenziali, del Dirigente Infermiere e del Coordinatore (R. Castiglioni, A. Flores 1986).

Per quanto sopra esposto, nello specifico, si ritiene che “l’autonomia” infermieristica  non sia “limitata” dalla mancata evoluzione nel senso della “diagnosi medica” e della “prescrizione dell’atto”, così come la risposta al bisogno di libertà del paziente “non è elemento estraneo” al processo nursing, ma “garantito” tramite un approccio prestazionale complementare a quello medico (di presa in carico assistenziale), di diversa origine epistemologica e di pari dignità, con un comune obiettivo:  il progetto terapeutico del paziente.

L’autonomia infermieristica, invece, correrebbe il rischio di essere “soffocata”, qualora venisse meno nella stesura del “Regolamento”, ma soprattutto in quella del “Progetto terapeutico” individualizzato, aggiornato quotidianamente in S.P.D.C. (con briefing e de-briefing), l’attenzione  al “Piano delle attività infermieristiche”.

In questo caso, se nel processo sia clinico sia assistenziale e decisionale di équipe, la collaborazione interprofessionale, l’utilizzo “ai fini terapeutici” di tutte quelle informazioni dello “specifico” infermieristico relative ai bisogni del paziente (quali elementi “necessari”, “fondanti” e “costituenti” il medesimo), venisse meno, allora la pianificazione per obiettivi dell’assistenza non sarebbe possibile… (D.P.R. 251/2000) vale a dire la “cura e difesa della salute individuale…”

La ringrazio per avermi richiesto questo parere, nella speranza di essere stato, considerata l’incertezza generale in materia, sufficientemente esauriente…

Distinti saluti.

Il C.P.S.E.- Coordinatore  Afdi/Sap Valter Fascio

 

13- Chat: empatia e paziente
Gentilissimo Presidente,

Le scrivo per chiedere se c'è la possibilità di avere i contenuti della discussione in chat del 24/10/02 "Empatia e paziente" essendo interessato molto al tema o diversamente se può darmi indicazioni utili su come reperire della letteratura a riguardo.

Grazie,

Alessio
 

Gent.mo Alessio.

Per la specifica, utilizzi questa URL:

http://www.freeforumzone.it/viewmessaggi.aspx?f=2277&idd=1273

E' stata una delle prime chat del nuovo corso di InfermieriOnline, quindi ancora piuttosto "grezza".
Più recentemente sono state introdotte regole di discussione, perciò l'esposizione è diventata maggiormente "ordinata".

In generale...
Per leggere le chat pregresse, clicchi su "archivio chat" all'interno della pagina-chat principale (accessibile dalla home-page).
Le comparirà il collegamento al forum di InfermieriOnline, diviso in quattro cartelle, una delle quali è dedicata all'archivio delle serate chat.

Inoltre ti segnalo la nostra pagina di raccolta delle maggiori riviste infermieristiche dove potrai ricercare vari articoli.
Ancora sul nostro sito c'è un particolare articolo di Claudia Giovannelli, "corpo a corpo: l'Io e l'altro" (nella sezione del nursing psichiatrico) che porta a riflettere sul particolare momento dell'incontro tra l'Io e l'altro da sè.

Cordiali saluti.

Franco Raineri, Presidente per InfermieriOnline.
 

 

12- Emigranti per il meglio?
Carissimi futuri colleghi, sono R. uno studente di Napoli,che tra non molto,spero per Novembre,  inizierà l'avventura della professione infermieristica......
Ma ho un problemino!!!!
Adoro il mio lavoro e darò il massimo per fare sempre il meglio...Adoro la  mia città,ma dal punto di vista professionale non è organizzata al meglio;
siccome ritengo che i primi anni lavorativi,siano di fondamentale importanza per la formazione,ho deciso di trasferirmi altrove......Ma dove? C'è soltanto l'imbarazzo della scelta,dicono tutti così,io invece vorrei essere sicuro!!!Potreste consigliarmi ed eventualmente orientarmi?
Vi ringrazio anticipatamente.....R.


 
Ciao, Raffaele.

Eh, si, hai ragione: i primi anni di lavoro sono molto importanti... E' giusto pensare di sfruttarli al meglio.
Per quanto mi riguarda, posso dirti che anche al Nord la Sanità ha notevoli problemi: le Aziende pubbliche assumono a ritmo meno serrato rispetto al passato e c'è una forte attrattiva esercitata dal settore privato. Gli organici spesso sono "all'osso" e c'è parecchio da sgobbare.
Premesso questo, diciamo qualche cosa di positivo, va'... La Regione sicuramente più organizzata ed all'avanguardia, per quanto riguarda la Sanità al Nord, è l'Emilia Romagna. Consiglierei di tenere d'occhio soprattutto le zone di Modena, Reggio Emilia, Bologna. Non da disprezzare anche Ferrara, nota anche per un importante centro Riabilitativo.
Altrimenti, interessanti possono essere le Regioni a Statuto Autonomo, come il Trentino-Alto Adige e/o la Valle d'Aosta.
Negli ultimi anni è piuttosto in difficoltà il Piemonte. La zona di Milano, invece, potrebbe essere utile come "primo approccio", per poi guardarsi intorno con calma.
Il settore? Secondo me il pubblico da' sempre più garanzìe...molte di più.
Secondo me, può essere sì interessante pensare al privato, ma dopo avere fatto un po' di esperienza ed avere individuato la propria strada, prestando servizio nel settore pubblico.
Come ben capirai, queste sono scelte che, alla fine della fiera, sono dettate da diverse variabili: necessità di lavorare in fretta, aspirazioni personali, voglia di mettersi in gioco, problemi personali di vario tipo, predisposizioni ...
Quello che mi sento vivamente di consigliarti è di tenere bene d'occhio la "GazzettaUfficiale"  Lì, come sai, troverai eventuali concorsi banditi in giro per l'Italia.
E, magari, tieni presente i miei suggerimenti...  ;-)
In bocca al lupo, Raffaele. Spero di trovarti presto su www.infermierionline.it A proposito: sul sito c'è un forum... "posta" lì la domanda che mi hai rivolto:  interverranno colleghi di ogni parte d'Italia, che ti forniranno pareri.   :-)

Ciao!

Spero di esserti stato utile...

- Franco Raineri, Presidente per InfermieriOnline
11- Infermiere: meglio tardi che mai?
Non più disponibile per problemi tecnici.  
10- Dimissioni paziente, trascrizioni grafiche mediche, prescrizione terapeutica alla dimissioni e competenze infermieristiche
Gentili colleghi di Infermierionilne, mi chiamo B. L., risiedo a Rovigo, sono infermiere professionale e lavoro nel reparto di oncologia dell'ospedale di Rovigo .
Le pongo alcune domande relative ad alcuni aspetti della nostra professione che quotidianamente ci interpellano , ci impegnano e talvolta ci mettono in difficoltà; in particolare sono tre i quesiti che rivolgo .
Mi scuso se chiedo queste cose, che forse da tempo qualcuno le ha risolte e mi dispiace di non aver trovato nell'ultimo numero della rivista l'infermiere , le risposte che cercavo dal punto di vista normativo.
Ma ecco i quesiti :
1- chiedo , la consegna della lettera di dimissione al paziente (dimesso) dal punto di vista della legge a chi spetta? Se non vi è una legge specifica, vi sono dei riferimenti dei regolamenti anche aziendali che regolano tale pratica? (capisco che forse è una domanda banale, ma stiamo cercando di capire perchè il medico nel nostro reparto affidi a noi questa incombenza e responsabilità e quale sia la normativa che ci tuteli in materia)
2-esiste una legge o una normativa che preveda che sia il medico a trascrivere su un supporto cartaceo quanto prescrive in grafica e le successive modifiche?
Per fare un esempio : nel nostro reparto abbiamo ancora le termografiche , dove il medico scrive gli esami ematochimici e la terapia da fare, successivamente noi trascriviamo su un nostro quaderno la terapia aggiornandola di volta in volta e spuntando agli orari stabiliti la terapia data.
Qualche volta però è capitato che a causa di interpretazioni o scritture poco leggibili, dei farmaci fossero stati somministrati, anzichè essere stati sospesi .
Chiedo quindi , esiste una disposizione che esoneri l'infermiere dal dover riportare in supporti cartacei la trascrizione della terapia ed obblighi invece il medico ad essere lui a trasferire le sue prescrizioni e di firmarle ?
3- alla dimissione del paziente a chi spetta dare i farmaci prescritti per il domicilio ?
Ringraziandovi per la disponibilità vi invio i più cordiali saluti .
B. L.

 
1. La dimissione del paziente dall'Ospedale è disposta dal Primario del reparto o in sua vece da un medico responsabile. La Scheda di dimissione Ospedaliera (SDO) deve recare la firma del medico curante, nonché quella del responsabile della Divisione (ndr. recitava il D.P.R. n° 128/69).
lnoltre, il paziente, prima di lasciare l'Ospedale, deve esigere la "lettera di dimissione" che deve contenere la diagnosi (e l'eventuale prognosi), gli esami eseguiti, i risultati, le cure effettuate e quelle consigliate. Per quanto sopra, si evince che la lettera può essere compilata solamente da un medico; l'infermiere può, eventualmente, consegnarla al paziente.
 
2. Una frequente fonte di responsabilità è data dall'errore di trascrizione dalla cartella clinica alla cartella infermieristica o al quaderno della terapia. Laddove la copiatura della terapia correttamente prescritta in cartella clinica risulti errata, l'infermiere risponderà per negligenza. In casi dubbi in merito a quanto prescritto dal medico, l'infermiere ha l'obbligo di attivarsi "al precipuo scopo di ottenere un'eventuale revisione e di ottenere una precisazione per iscritto" (...), non già per sindacare l'efficacia terapeutica di quanto prescritto, bensì per richiamarne anche solo l'attenzione (Cassazione Penale, IV sezione 1678 del 25 ottobre 2000, Rivista di Diritto delle Professioni Sanitarie, n. 1, 2001). Solamente se il medico non fornisce informazioni e chiarimenti all'infermiere in merito ad una terapia - specie se nuova - diventa sempre responsabile e chiamato a rispondere in caso di errori compiuti dall'infermiere.
La regola sopra enunciata specifica che l'infermiere è responsabile della somministrazione della terapia correttamente prescritta dal medico. La responsabilità dell'errore della trascrizione stessa ricade per intero sull'infermiere, quando questi ritenga opportuno, per prassi, trascrivere tale terapia.
Personalmente, si ritiene, ormai giuridicamente superata dalle recenti modifiche legislative in materia infermieristica, la sentenza del Tribunale di Bolzano, 3 Marzo 1980, la quale riteneva, invece, che la responsabilità ricadesse anche sul medico, in quanto aveva omesso "ogni necessaria forma di controllo sulla successiva esattezza della trascrizione della prescrizione". Ove si accogliesse ancora oggi una simile interpretazione si arriverebbe al paradosso che il medico diventerebbe responsabile degli atti compiuti dal personale infermieristico!
 
3. Pur essendo unitario l'atto di somministrazione della terapia è possibile, da un punto di vista giuridico, scomporlo in due distinti momenti: l'atto di prescrizione, di competenza medica, e l'atto di somministrazione, di competenza infermieristica. Se questi due momenti sono chiari e vengono tenuti distinti l'infermiere non risponderà altro che degli errori legati alla somministrazione. In caso contrario, potranno essergli contestati atti che sono istituzionalmente di responsabilità medica. Chiarito questo, ne consegue che ha poca importanza - se non da un punto di vista pratico e organizzativo - quale delle due figure svolga l'atto della consegna brevi-manu di una confezione di medicinali, al momento della dimissione del paziente e del ritorno al proprio domicilio (Benci L., Manuale giuridico professionale per l'esercizio del nursing, pagg. 118-9, McGraw-Hill, Milano, 2001).
 
Valter Fascio
 
9- Diploma di Stato Francese e attività libero professionale in Italia.
Non più disponibile per problemi tecnici.  
8- Organizzazione e rischio nel lavoro in dialisi
Caro Marco, ti pongo un quesito .....(omissis).... Alla fine ho deciso di accettare l'emodialisi, ma ancora non mi sono licenziata dal mio vecchio lavoro e sto valutando, ancora piena di dubbi, cosa fare....(omissis)....ho sentito parlare in modo tremendo della dialisi a livello di organizzazione del lavoro e di rischio infettivo.

Vorrei frequentare il master in psichiatria ma nella mia città, Bologna, per ora è stato attivato solo quello in geriatria. A cosa dà diritto il conseguimento di un master? Volendo proseguire la carriera psichiatrica, per così dire, che cosa mi conviene fare? E' possibile, secondo te, cominciare a lavorare in dialisi e poi ottenere il trasferimento in una psichiatria, e se sì quali sarebbero i tempi eventualmente?
Inoltre, la caposala presente è solo una facente funzione, conseguendo il master in psichiatria o la laure specialistica, potrei ambire a fare la caposala o non verrebbe comunque considerato essendo una struttura privata?
Ti ringrazio per l'attenzione e spero in una tua risposta, purtroppo non so a chi chiedere queste cose e finora ho ricevuto risposte abbastanza incongruenti, anche dal collegio.
Grazie,
Camilla
 
Ciao Camilla,

Per l'infermiere il lavoro in emodialisi è simile ad operare in una terapia intensiva specialistica; vuoi per la necessità di mantenere l'ambiente con la minor BCM (bassa carica microbica), vuoi per l'elevatissima tecnologia delle apparecchiature emodialitiche, vuoi per l'accesso alla fistola artero-venosa (e la sua gestione) che molto assomiglia agli accessi cruenti delle T.I. Sono luoghi chiusi e con scambi interprofessionali ridotti, ipertecnologici, con una relazioni infermiere-paziente mantenute nel tempo e con esiti positivi a volte apparentemente scoraggianti.
L'unica via di uscita per un paziente in dialisi è il trapianto. L'attesa di questo porta alcuni a condizioni di scompenso gravi che impongono il ricovero, la mortalità è alta...insomma situazione di stress garantita se non si adottano contromisure adeguate.
Infatti la dialisi rappresenta una U.O. con un alto grado di turn-over del personale. E proprio legato all'alta complessità e al basso grado di sostituibilità del personale che spesso ci si trova in situazioni di carenza (basta una malattia o una gravidanza per mettere in sofferenza il sistema) con obbligo a fare ore aggiuntive di lavoro. A questo si deve aggiungere il lungo periodo di inserimento necessario per
essere autonomi dal punto di vista operativo e un rischio professionale maggiore rispetto ad altre situazione a causa dell'accesso obbligato al sangue che rimane uno dei principali veicoli di trasmissione di patologie. Ha anche aspetti positivi nella relazione che è possibile instaurare col paziente che accede per anni (ogni volta per un paio di ore), per la possibilità di programmare il lavoro dato che raramente si presentano emergenze.

Vedi tu, intanto ti segnalo alcuni siti di approfondimento:
http://www.ante.it/Infermiere/FrancescaStasi/StasiIndice.html
http://www.qsa.it/aned/consigli.htm
http://www.ante.it/atti/Corso2001/Bianchetti2001.html
http://www.sin-italia.org/inchieste/dialisi_peritoneale/vol13s1/fer14.pdf
http://www.infermieri.com/archivio/pecoroni/pecoroni.pdf


Per la seconda parte della domanda:
Oggi per accedere alla funzione di coordinatore non è più necessario il possesso della Abiltazione a Funzioni Direttive(come stabilito dal CCNL vigente); questo vale sia per il pubblico che per il privato per cui potresti chiedere di essere ricevuta dal presidente della tua cooperativa e prospettargli le alternative che hai davati a te:

- licenziarti e andare nel pubblico
- concordare un diverso tuo ruolo nell'organizzazione cooperativa assumendo funzioni di coordinamento
Il possesso di formazione complementare (master in management o specializzate in psichiatria) è in grado di aiutare una progressione di carriera perchè garantisce il tuo possesso di requisiti e competenze maggiori rispetto a chi possiede la sola formazione di base, ma non costituisce un obbligo per il tuo datore di lavoro a valorizzare la tua conoscenza impiegandoti nelle U.O. verso le quali hai orientato il tuo core curriculum.

In caso di scelta verso il pubblico i tempi di mobilità interna sono indeterminabili da parte mia e devono essere chiesti al direttore dell'assistenza infermieristica dell'azienda presso la quale lavori.

Spero di averti chiarito le cose che volevi sapere e salutoni
Marco

7- Libera professione: requisiti abilitanti.
Non più disponibile per problemi tecnici.  
6- Indispensabilità dell'infermiere nelle Aree Medico Legali annesse ad ambulatori polispecialistici e sostituzione con altre figure tecnico-assistenziali
Sono Infermiera Professionale e presto servizio presso una Pubblica Amministrazione che tra le molteplici attività si occupa anche di riconoscere il diritto ad un assegno di invalidità ad alcune categorie di soggetti. Per tale ragione all’interno di tale struttura sono previste delle Aree Medico Legali con ambulatori medici e polispecialistici per l’effettuazione di alcuni esami come elettrocardiogrammi e prove di funzionalità respiratoria e le visite per il riconoscimento dello stato di invalidità. La necessità di rivolgerLe i quesiti di cui sopra è sorta dalle conflittuali affermazioni che i Dirigenti Medici nonché i Direttori della stessa Amministrazione avrebbero fatto riguardo una Tecnica di Laboratorio proveniente da mobilità interenti. Con la venuta della suddetta infatti, non viene più richiesta la presenza degli Infermieri Professionali negli ambulatori del centro dove la stessa presta servizio, in quanto secondo l’Amministrazione per un concetto di economicità efficienza ed efficacia non conviene l’invio di un Collaboratore Sanitario Infermiere Professionale presso tale centro dislocato in altra località, ma si può avvalere della presenza del Collaboratore Sanitario, anche se solo Tecnico di laboratorio, inquadrato come profilo sanitario. A questo punto mi chiedo se è cosi facilmente sopprimibile la figura dell’Infermiere Professionale negli ambulatori e se nei confronti dell’Amministrazione ci si può avvalere di un riferimento legislativo che regola la presenza di tale figura negli ambulatori o la messa in discussione della presenza di altra figura come il Tecnico di Laboratorio. Spero di essere stata un po’ più chiara e ringraziando anticipatamente per l’attenzione, invio cordiali saluti.
Gentile collega,
la tua richiesta d' informazioni in merito ai riferimenti legislativi o disposizioni particolari che definiscono, non solo le competenze peculiari, ma l'imprescindibilità stessa della "presenza" dell'infermiere nelle strutture organizzative ambulatoriali degli Enti Statali o Parastatali, non è, purtroppo, per me di facile riscontro, occupandomi prevalentemente di coordinamento infermieristico. Non credo, comunque, che al di fuori dei tre "atti regolatori" ufficiali della professione infermieristica possa esservi molto altro in materia.
Per altro, ho impostato ugualmente una ricerca con alcuni motori, trovando il profilo del "Tecnico di laboratorio biomedico" (D.M. 745/94), i regolamenti didattici del D.U., ed anche, nello specifico, l'art. 3, comma 1 della Legge 251/2000 (che ti consiglio di leggere). Quest'ultimo disposto, in particolare, recita che: "... gli operatori delle professioni sanitarie dell' Area tecnico-diagnostica svolgono con autonomia professionale le procedure tecniche necessarie all'esecuzione di metodiche diagnostiche su materiali biologici o sulla persona, ovvero, attività tecnico-assistenziali, in attuazione di quanto previsto dai relativi profili (...)". Nel regolamento didattico del corso, si fa anche specifico riferimento ad "attività svolte seguendo protocolli stabiliti dal Dirigente Responsabile del servizio (...)".
Proprio qui, forse, potrebbe già esserci la risposta che tu cerchi...
La figura dell'infermiere, oggigiorno, deve sempre più confrontarsi in un clima di "collaborazione" con altre figure professionali, anche di nuovi profili emergenti, in modo particolare dell'area tecnico-sanitaria: in effetti, se si hanno le competenze e le capacità, molte attività potrebbero essere svolte da altre figure professionali. La sfida, e la contraddizione - mi rendo conto - che può sul momento creare grossi problemi, sta tutta qui.
In ogni caso, qualora tu ne ravvisassi gli estremi, ti consiglio di contattare con fiducia il Collegio di appartenenza, per avere un ulteriore parere professionale.
Ringraziandoti per averci contattato nell'occasione ci è gradito porgerti cordiali saluti.
 
 
Valter Fascio
 
5- Tutela della maternità
Caro Marco, le informazioni ricevute finora sono state incongruenti e incomplete, vorrei sapere a quale periodo di astensione obbligatoria ha diritto un'infermiera per la maternità. Nella clinica privata convenzionata, psichiatrica, dove lavoro, mi hanno concesso dall'inizio della gravidanza fino a sette mesi dopo il parto ma ho saputo di recente che non avviene così negli altri posti. Vorrei saperne di più.  Ho anche tante altre domande ma ti sono già grata per l'attenzione prestatami finora. Mi scuso per la mail confusa ma sono giorni di grande magone per le decisioni da prendere e l'incertezza del mio futuro.
Grazie, spero tanto in una tua risposta. Ti chiedo anche di illustrarmi per quanto puoi un po' del lavoro in emodialisi, in cui dovrei andare se lascio la clinica privata dove lavoro.

Caro Marco, ti pongo un quesito a cui spero risponderai al più presto perché sono veramente molto angosciata. Attualmente sono ancora a casa dal lavoro per maternità, ma sto per rientrare a breve per andare a lavorare in un'azienda ospedaliera pubblica, lasciando quindi il lavoro di infermiera in una clinica psichiatrica convenzionata. In  questo posto sono rimasta a casa da subito, appena saputo della gravidanza, e poi fino a sette mesi dopo il parto (in questi giorni sto praticamente usando le ferie maturate), ma ho saputo che avviene diversamente negli altri posti, compreso appunto l'ospedale pubblico. Io non riesco a capire come sia possibile però che un'infermiera in gravidanza continui a lavorare fino al settimo mese, e non capisco soprattutto come mai la clinica privata in cui lavoro, che certo non regala nulla, dia invece diritto a un periodo così lungo per la maternità. Sono ancora molto molto indecisa se lasciare la clinica per l'ospedale, e poiché desidero avere altri figli questo eventualmente sarebbe un grosso deterrente. Inoltre avrei voluto continuare a lavorare in ambito psichiatrico e ho vinto i concorsi per tutte le aziende della mia città, ma mi venivano proposti come destinazione solo reparti di medicina o chirurgia. Alla fine ho deciso di accettare l'emodialisi, ma ancora non mi sono licenziata dal mio vecchio lavoro e sto valutando, ancora piena di dubbi, cosa fare.

Grazie, Camilla

 

La legge 8 marzo 2000 n. 53 "Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città" che trovi all'indirizzo: http://www.parlamento.it/parlam/leggi/elelemat.htm, sezione Tutela dei lavoratori, sindacati e sicurezza nel lavoro (poi in ordine cronologico), poi integrato dal Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151 "Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternita' e della paternita', a norma dell'articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53" pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 96 del 26 aprile 2001 - Supplemento Ordinario n. 93 : http://www.parlamento.it/parlam/leggi/deleghe/01151dl.htm riordina nel complesso l'intero ordinamento a tutela delle lavoratrici in gravidanza facendo frequenti e congrui richiami alla legge 626/94.
 
All'articolo 6 "Tutela della sicurezza e della salute" si legge:
"1. Il presente Capo prescrive misure per la tutela della sicurezza e della salute delle lavoratrici durante il periodo di gravidanza e fino a sette mesi di eta' del figlio, che hanno informato il datore di lavoro del proprio stato, conformemente alle disposizioni vigenti, fatto salvo quanto previsto dal comma 2 dell'articolo 8.
 
2. La tutela si applica, altresi', alle lavoratrici che hanno ricevuto bambini in adozione o in affidamento, fino al compimento dei sette mesi di eta'.
 
3. Salva l'ordinaria assistenza sanitaria e ospedaliera a carico del Servizio sanitario nazionale, le lavoratrici, durante la gravidanza, possono fruire presso le strutture sanitarie pubbliche o private accreditate, con esclusione dal costo delle prestazioni erogate, oltre che delle periodiche visite ostetrico-ginecologiche, delle prestazioni specialistiche per la tutela della maternita', in funzione preconcezionale e di prevenzione del rischio fetale, previste dal decreto del Ministro della sanita' di cui all'articolo 1, comma 5, lettera a), del decreto legislativo 29 aprile 1998, n. 124, purche' prescritte secondo le modalita' ivi indicate.
 
Interessante l'Art. 7. Lavori vietati che recita:
"1. E' vietato adibire le lavoratrici al trasporto e al sollevamento di pesi, nonche' ai lavori pericolosi, faticosi ed insalubri. I lavori pericolosi, faticosi ed insalubri sono indicati dall'articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 25 novembre 1976, n. 1026, riportato nell'allegato A del presente testo unico. Il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con i Ministri della sanita' e per la solidarieta' sociale, sentite le parti sociali, provvede ad aggiornare l'elenco di cui all'allegato A. (ELENCO DEI LAVORI FATICOSI, PERICOLOSI E INSALUBRI DI CUI ALL'ART. 7 tra cui figura al punto:
D) i lavori che comportano l'esposizione alle radiazioni ionizzanti: durante la gestazione e per 7 mesi dopo il parto;
L) i lavori di assistenza e cura degli infermi nei sanatori e nei reparti per malattie infettive e per malattie nervose e mentali: durante la gestazione e per 7 mesi dopo il parto);

2. Tra i lavori pericolosi, faticosi ed insalubri sono inclusi quelli che comportano il rischio di esposizione agli agenti ed alle condizioni di lavoro, indicati nell'elenco di cui all'allegato B.(ELENCO NON ESAURIENTE DI AGENTIE CONDIZIONI DI LAVORO DI CUI ALL'ART. 7 tra cui figura al punto:
b) agenti biologici:
toxoplasma;virus della rosolia, a meno che sussista la prova che la lavoratrice e' sufficientemente protetta contro questi agenti dal suo stato di immunizzazione;
c) agenti chimici: piombo e suoi derivati, nella misura in cui questi agenti possono essere assorbiti dall'organismo umano).
 

3. La lavoratrice e' addetta ad altre mansioni per il periodo per il quale e' previsto il divieto.

4. La lavoratrice e', altresi', spostata ad altre mansioni nei casi in cui i servizi ispettivi del Ministero del lavoro, d'ufficio o su istanza della lavoratrice, accertino che le condizioni di lavoro o ambientali sono pregiudizievoli alla salute della donna.

5. La lavoratrice adibita a mansioni inferiori a quelle abituali conserva la retribuzione corrispondente alle mansioni precedentemente svolte, nonche' la qualifica originale. Si applicano le disposizioni di cui all'articolo 13 della legge 20 maggio 1970, n. 300, qualora la lavoratrice sia adibita a mansioni equivalenti o superiori.

6. Quando la lavoratrice non possa essere spostata ad altre mansioni, il servizio ispettivo del Ministero del lavoro, competente per territorio, puo' disporre l'interdizione dal lavoro per tutto il periodo di cui al presente Capo, in attuazione di quanto previsto all'articolo 17.

7. L'inosservanza delle disposizioni contenute nei commi 1, 2, 3 e 4 e' punita con l'arresto fino a sei mesi."

L'Art. 8. Esposizione a radiazioni ionizzanti
1. Le donne, durante la gravidanza, non possono svolgere attivita' in zone classificate o, comunque, essere adibite ad attivita' che potrebbero esporre il nascituro ad una dose che ecceda un millisievert durante il periodo della gravidanza.

2. E' fatto obbligo alle lavoratrici di comunicare al datore di lavoro il proprio stato di gravidanza, non appena accertato.

3. E' altresi' vietato adibire le donne che allattano ad attivita' comportanti un rischio di contaminazione.

 Art. 11. Valutazione dei rischi
 

1. Fermo restando quanto stabilito dall'articolo 7, commi 1 e 2, il datore di lavoro, nell'ambito ed agli effetti della valutazione di cui all'articolo 4, comma 1, del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e successive modificazioni, valuta i rischi per la sicurezza e la salute delle lavoratrici, in particolare i rischi di esposizione ad agenti fisici, chimici o biologici, processi o condizioni di lavoro di cui all'allegato C, nel rispetto delle linee direttrici elaborate dalla Commissione dell'Unione europea, individuando le misure di prevenzione e protezione da adottare.

(ELENCO NON ESAURIENTE DI AGENTI PROCESSIE CONDIZIONI DI LAVORO DI CUI ALL'ART. 11
A. Agenti.
1. Agenti fisici, allorche' vengono considerati come agenti che comportano lesioni del feto e/o rischiano di provocare il distacco della placenta, in particolare:
    a) colpi, vibrazioni meccaniche o movimenti;
    b) movimentazione manuale di carichi pesanti che comportano rischi, soprattutto dorsolombari;
    c) rumore;
    d) radiazioni ionizzanti;
    e) radiazioni non ionizzanti;
    f) sollecitazioni termiche;
    g) movimenti e posizioni di lavoro, spostamenti, sia all'interno sia all'esterno dello stabilimento, fatica mentale e fisica e altri disagi fisici connessi all'attivita' svolta dalle lavoratrici di cui all'art. 1.
2. Agenti biologici.
Agenti biologici dei gruppi di rischio da 2 a 4 ai sensi dell'art. 75 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e successive modificazioni ed integrazioni, nella misura in cui sia noto che tali agenti o le terapie che essi rendono necessarie mettono in pericolo la salute delle gestanti e del nascituro, sempreche' non figurino ancora nell'allegato II.
3. Agenti chimici.
Gli agenti chimici seguenti, nella misura in cui sia noto che mettono in pericolo la salute delle gestanti e del nascituro, sempreche' non figurino ancora nell'allegato II:
a) sostanze etichettate R 40; R 45; R 46 e R 47 ai sensi della direttiva n. 67/548/CEE, purche' non figurino ancora nell'allegato II;
b) agenti chimici che figurano nell'allegato VIII del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e successive modificazioni ed integrazioni;
c) mercurio e suoi derivati;
d) medicamenti antimitotici;
e) monossido di carbonio;
f) agenti chimici pericolosi di comprovato assorbimento cutaneo.
B. Processi.
Processi industriali che figurano nell'allegato VIII del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e successive modificazioni ed integrazioni.
C. Condizioni di lavoro.)

Art. 17. Estensione del divieto
1. Il divieto e' anticipato a tre mesi dalla data presunta del parto quando le lavoratrici sono occupate in lavori che, in relazione all'avanzato stato di gravidanza, siano da ritenersi gravosi o pregiudizievoli. Tali lavori sono determinati con propri decreti dal Ministro per il lavoro e la previdenza sociale, sentite le organizzazioni sindacali nazionali maggiormente rappresentative. Fino all'emanazione del primo decreto ministeriale, l'anticipazione del divieto di lavoro e' disposta dal servizio ispettivo del Ministero del lavoro, competente per territorio.

2. Il servizio ispettivo del Ministero del lavoro puo' disporre, sulla base di accertamento medico, avvalendosi dei competenti organi del Servizio sanitario nazionale, ai sensi degli articoli 2 e 7 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, l'interdizione dal lavoro delle lavoratrici in stato di gravidanza, fino al periodo di astensione di cui alla lettera a), comma 1, dell'articolo 16, per uno o piu' periodi, la cui durata sara' determinata dal servizio stesso, per i seguenti motivi:
a) nel caso di gravi complicanze della gravidanza o di preesistenti forme morbose che si presume possano essere aggravate dallo stato di gravidanza;
b) quando le condizioni di lavoro o ambientali siano ritenute pregiudizievoli alla salute della donna e del bambino;
c) quando la lavoratrice non possa essere spostata ad altre mansioni, secondo quanto previsto dagli articoli 7 e 12.

Art. 53. Lavoro notturno
1. E' vietato adibire le donne al lavoro, dalle ore 24 alle ore 6, dall'accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento di un anno di eta' del bambino.

2. Non sono obbligati a prestare lavoro notturno:
a) la lavoratrice madre di un figlio di eta' inferiore a tre anni o, in alternativa, il lavoratore padre convivente con la stessa;
b) la lavoratrice o il lavoratore che sia l'unico genitore affidatario di un figlio convivente di eta' inferiore a dodici anni.

Insomma non te la faccio lunga e arrivo al dunque:

I mesi canonici di astensione dal lavoro per maternità sono due prima del parto e tre dopo (più l'eventuale periodo tra data prevista e data effettiva dell'evento e dei priodi non goduti in caso di parto anticipato) raddoppiati in caso di parto gemellare.

Viste le norme precedenti e la complessiva pericolosità del nostro lavoro per la continua esposizione a ogni genere di rischio (chimico, fisico, psicologico, ecc.) è prassi oramai consolidata che nessuno si faccia carico dei rischi di trattenere una donna in gravidanza nel proprio posto.
Inoltre non credo esistano posti di lavoro sicuri per un infermiera (diversi dalla sua casa ) per via di farmaci, disinfettanti, radiazioni, e ina certa concentrazione di persone agitate o violente.

Il tuo precedente datore di lavoro era obbligato a riconoscerti l'astensione perchè in un ambiente psichiatrico i rischi sono espressamente citati nella legge.

Nelle strutture del SSN sono vigenti accordi tra le parti (Azienda, Sindacati e Ispettorato del lavoro) che permettono di riconoscere il rischio fin dal primo momento in cui si è a conoscenza del proprio stato di gravidanza e di avviare immediatamente le pratiche per l'astensione. Quindi non preoccuparti e contatta un rappresentante del tuo sindacato o della RSU e chiedi ulteriori informazioni a loro.

La tua scelta di andare in emodialisi, essendo questa una U.O. ad alto rischio, faciliterà la stessa procedura anche per i prossimi pargoli che deciderai di regalare al mondo. Stai veramente tranquilla e cresci bene il tuo angioletto con i migliori gli auguri di tutta la nostra associazione e da

Marco

P.S. a giorni le prossime informazioni

Bibliografia:
www.parlamento.it 
L.Benci, Manuale giuridico professionale per l'esercizio del nursing; McGraw-Hill - Milano 2001
M.Greco, G.Rocco; Guida all'esercizio della professione di infermiere III° ed. Ed. Medico Scientifiche 2002

 
 
4- Obiezione di coscienza verso la terapia elettroconvulsiva
Ciao sono Camilla,

Ti chiedo se è possibile per un infermiere "obiettare" alla terapia elettroconvulsiva che viene praticata dove lavoro. Io infatti preferirei non collaborare per questa pratica ma non so se posso.

Ciao Camilla,

Faccio seguito alla mia mail precedente e inizio dalla tua richiesta circa la possibilità di rifiutare la collaborazione alla terapia elettroconvulsiva (ECT).
Un buon approccio è quello documentale: l'ECT è un trattamento scientificamente valido e riconosciuto dalla comunità scientifica e professionale?
(parole chiave di ricerca: Electroconvulsive therapy, psychiatric somatic therapies, nursing, psychiatric nursing, complication).

Una revisione Cochrane del 1996 che analizzava diversi studi svolti in un periodo lunghissimo (uno risalente al 1887!, ma forse si tratta del 1987, poi aggiornato nella versione in inglese al gennaio 2002 che trovi all'url: http://www.update-software.com/abstracts/AB000076.HTM) sembra inserire le sue conclusioni nelle cosiddette raccomandazioni di tipo C (non vi sono evidenze a sostegno di tale procedura, i risultati sono contraddittori).

Ti riporto le conclusioni per chiarezza:
"Reviewers' conclusions: There is no evidence to clearly refute the use of ECT for people with schizophrenia. There is some limited evidence to support its use, particularly combined with antipsychotic drugs for those with schizophrenia who show limited response to medication alone. The research base for the use of ECT in people with schizophrenia is growing but, even after more than five decades of clinical use, is still inadequate."
Di diversa opinione è il sito:
http://www.psichiatria.unimo.it/CD/Elettroshock.htm dell'università di Modena che tra l'altro afferma:
"È una terapia un po' desueta ma, per alcune situazioni cliniche molto gravi e particolari, è ancora indicata. Il Ministero della Salute ne ha regolamentato l'impiego in Italia con una nota del 15 febbraio 1999."
Molte revisioni circa le evidenze sul trattamento della schizofrenia (una delle patologie che sembra indichino il trattatamento con ECT, oltre alla depressione)  le trovi all'URL:
http://www.update-software.com/abstracts/it/g060index.htm
Il parere del comitato nazionale di bioetica:(http://www.governo.it/bioetica/testi/220995.html) del 1995, pur con molti distinguo, afferma che: "non vi siano motivazioni bioetiche per porre in dubbio la liceità della terapia elettroconvulsivante nelle indicazioni documentate nella letteratura scientifica".
In caso di trattamento della depressione post partum il Ceveas (http://www.saperidoc.it/ques_164.html) la rifiuta con decisione. Interessanti i pareri di Vittorino Andreoli, Carlo Alberto Defanti e Leonardo Tondo: (http://www.tempomedico.it/caleido/cale561.htm#andreoli).
Gli effetti descritti ed i problemi evidenziti sono vari e drammatici:
scarsità di standard di riferimento, benefici limitati, perdita di memoria, effetti psicologici avversi, morte.
http://www.mentalhealth.org.uk/html/content/ect.cfm
Il punto di vista degli infermieri è molto articolato e spazia dall'assistenza diretta, alle problematiche assistenziali e al dibattito circa la sua necessità. Ti indico diversi siti di riferimento:
http://www.harcourthealthsciences.com/MERLIN/Stuart/Updates/suggested_readin
gs_update.html
http://www1.us.elsevierhealth.com/MERLIN/Stuart/WebLinks/stuart704.htm
http://ect.cchr.org/itl/pdf/ect.pdf

Di fatto la ricerca scientifica è divisa e non pare ci si possa attendere risultati a breve che affermino o affossino questa odiosa terapia.
Quindi in assenza di prove certe di efficacia della ECT, per il principio generale della cautela, un infermiere potrebbe motivare la richiesta di non collaborazione proprio nella debolezza delle tesi a favore di simile trattamento.
L'eventuale rifiuto deve quindi essere argomentato e documentato e si può applicare eventualmente alla sola specifica fase terapeutica; i momenti precedenti e successivi alla ECT, qualora richiedano assistenza infermieristica, devono vederci al fianco del paziente.

Rispetto all'obiezione di coscienza il discorso si complica, se possibile, ancora di più perchè la possibilità di divenire obiettori di coscienza (non ho una formazione giuridica e potrei avere informazioni incomplete) non trova un sostegno normativo specifico ma è regolato esclusivamente
all'interno di leggi (la legge 194/78, art. 9: per quanto riguarda l'interruzione volontaria di gravidanza; legge 413/93, art 1 e 2: per la sperimentazione).  Molto interessante l'articolo: Bonacchi, Marello;
Obiezione di coscienza; Rivista di diritto delle professioni sanitarie;
Lauri ed. 5(4)2002, pag. 291-298.
Però si configurano due posizioni interessanti:
1) il consenso informato è comunque un obbligo di legge e deve garantire, in colui che deve subire la ECT, la piena comprensione di ciò che sta per autorizzare.
2) il codice deontologico dell'infermiere ci vincola in modo autorevole (autorevolezza rafforzata dal richiamo ai suoi valori che ne fa la legge 42/99). Il punto 2.5, quello dei principi della professione, recita testualmente: " nel caso di conflitti determinati da profonde diversitàetiche, l'infermiere si impegna a trovare la soluzione attraverso il dialogo. In presenza di volontà profondamente in contrasto con i principi etici della professione e con la coscienza personale, si avvale del diritto all'obiezione di coscienza". Il successivo 2.6 afferma: "Nell'agire professionale, l'infermiere si impegna a non nuocere, orienta la sua azione all'autonomia e al bene dell'assistito, di cui attiva le risorse anche
quando questi si trova in condizioni di disabilità o svantaggio".
 Il punto 3.1 invita l'infermiere a fondare il proprio operato sulla base delle conoscenze